FESTIVAL DI CITTA’ DEL CASTELLO/ La Grande Guerra e la musica francese

- Giuseppe Pennisi

Il Festival dell’Edizione di Città di Castello è giunto quasi alla cinquantesima edizione, quest’anno dedicato alla Francia e alla sua musica. Ce ne parla GIUSEPPE PENNISI

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Katia (a sinistra, con giacca nera) e Marielle (a destra, con giacca bianca) Labèque. Foto di Monica Ramaccioni

Il Festival dell’Edizione di Città di Castello è giunto quasi alla cinquantesima edizione: festival, principalmente di musica da camera ma da un decennio, anche di musica sinfonica, ciascuno dedicato a una Nazione straniera e alla sua musica in un specifico momento storico.

Da alcuni anni, il focus è la musica di un Paese negli anni precedenti e immediatamente successivi alla Grande Guerra. Negli ultimi due anni, l’attenzione è stata rispettivamente sull’Armenia (manifestazione il cui successo ha superato ogni attesa) e sull’Austria, Quest’anno (23 agosto-3 settembre) il tema è la Francia, dalla fine delle belle époque alla quarta Repubblica. L’anno prossimo sarà la Germania della Repubblica di Weimar. 

Non è un festival facile da organizzare perché alla fine dell’estate i maggiori artisti, specialisti del periodo specifico, sono difficili da reperite. Programmarlo è molto più complesso di quanto non sia ‘acchiappare’ grandi orchestre o grandi solisti che, nel periodo di una manifestazione, sono ‘nei dintorni’ (come spesso fa anche MiTo) ed invitarli per una serata. Città di Castello è una dei pochi comuni umbri privi di un teatro agibile. I concerti di sinfonica vengono eseguiti nel grande complesso domenicano; quelli di cameristica in altre chiese e palazzi. Nonché in altri comuni (Sansepolcro, Umbertide, Montone) che collaborano con la manifestazione.

E’ stato inaugurato dall’orchestra sinfonica di Digione- Borgogna, (un complesso nato nel 1987 ma che ha già affrontato il wagneriano Ring), concertato dal proprio direttore stabile; Gergely Madaras (classe 1984) che si distingue per il suo braccio largo quasi alla Daniel Harding. Nelle prima parte due ‘chicche’ tardo ottocentesche di raro ascolto in Italia (Le Tombeau de Couperin di Ravel e le musiche di scena di Bizet per l’Arlesienne di Daudet)) seguite della scintillanti suite di ouverture di operette di Offenbach: A richiesta del pubblica sia l’ultimo  struggente brano di Bizet sia i can can di Offenbanch sono stati bissati e tutto l’uditorio ha partecipato ad un breve ritornello borghignone a favore delle virtù del buon vino.

Di grande spessore il concerto delle due sorelle Katia e Marielle Labècque, due virtuose del pianoforte, di fama internazionale che suonano o a quattro mani oppure in due pianoforti. Hanno offerto con virtuosismo e maestria nella prima parte della serata la riduzione per piano a quattro mani di Ma Mère l’Oye,  sue due pianoforti la Rapsodie Espagnole di Ravel – due lavori che esprimono la borghesia del periodo antecedente e successivo alla prima guerra mondiale. Nella seconda, hanno proposto la riduzione per due pianoforti di Le Sacre du Printemps di Stravinsky che nel 1913 segnò l’inizio di una nuova epoca musicale in Francia. E non solo. Le sorelle Labècque hanno ricevuto vere e proprie ovazioni. Tra i bis, hanno suonato Fourth Movement, composto da Philip Glass, specificatamente per loro.

Altro evento di rilievo domenica 28 agosto nei saloni di Palazzo Vitelli della Cannoniera: L’Argent La Banca Universale (nel testo italiano), primo lavoro musicale su testo di Sandro Cappelletto (che ha anche il ruolo di narratore) e musica di Pierre Thilloy) eseguito dall’Ensemble (cinque elementi) Suono Giallo. Commissionato dal Festival, il tratto da un romanzo di Zola (oggi attualissimo) riguarda la speculazione finanziaria nel mondo globalizzato. Thilloy è un compositore eclettico di mezza età (classe 1970) che vive tra Parigi, Asia Centrale ed il Medio Oriente. Incorpora in una struttura essenzialmente tonale elementi di musiche orientali, facendoci toccare il nesso tra speculazione finanziaria e globalizzazione.



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