BRAD MEHLDAU & CHRIS THILE/ Il concerto di Milano: la strana coppia del jazz

- Paolo Vites

Nell’ambito del festival milanese JazzMi, Brad Mehldau e Chris Thile hanno fatto il loro esordio italiano con un concerto che ha lasciato diversi interrogativi. PAOLO VITES

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Brad Mehldau e Chris Thile

La “strana coppia” del jazz si è esibita un paio di sere fa per la prima volta in Italia nell’ambito del JazzMi, festival milanese ricco di interessanti appuntamenti, in un Teatro Dal Verme quasi pieno e con una nutrita schiera di fan del duo che hanno fatto sentire la loro calda approvazione.

Una accoppiata sulla carta, ma anche dal vivo, di difficile interpretazione. Brad Mehldau è uno dei massimi pianisti di jazz moderno, aperto alle sperimentazioni e alla ricerca continua. Dal quartetto con Joshua Redman è passato a un proprio trio con cui ha registrato una dozzina di album alternandoli a escursioni soliste nell’elettronica, a collaborazioni con Pat Metheny e a colonne sonore. Non ha mai nascosto la sua passione per i grandi cantautori del rock, di cui ha spesso interpretato canzoni. 

Chris Thile è invece l’ex ragazzo prodigio del bluegrass e del folk progressive, arrivato alla fama giovanissimo con i Nickel Creek nei quali ha stupito tutti con la sua grandissima abilità di mandolinista.

Mehldau e Thile hanno cominciato a collaborare un paio di anni fa, entusiasti del risultato hanno inciso un disco insieme uscito lo scorso gennaio. La sfida era dunque vedere che ci azzeccano mandolino e pianoforte insieme. L’impressione è che ci azzecchino poco. Innanzitutto Thile si è preso quasi tutto lo spotlight, in pratica è sembrato un suo concerto accompagnato da “un” pianista. La stragrande maggioranza dei solo era suo, relegando Mehldau in un angolo, a fare da supporto e lasciandogli poco spazio solista. Il mandolino poi è uno strumento troppo particolare per sostenere un concerto di quasi due ore, un suono che contrasta con la dolcezza e la liricità del pianoforte e dopo un po’ infastidisce.  Thile ha fatto sfoggio della sua classe, certamente, ma in più occasioni ha rasentato quel narcisismo tipico di tanti chitarristi, jazz e rock, dove quello che conta, sembra, è far vedere quante note in un secondo si riescono a suonare.

Thile però è anche un bravissimo cantante, una voce capace di raggiungere note altissime e dolcissime, straordinariamente a suo agio con le ballate lente e malinconiche: lo si è visto nella splendida ripresa dello standard anni 30 I Cover the Waterfront. In pratica hanno eseguito il loro disco, dove spiccano le riprese di Independence Day di Elliott Smith, rarefatta e dolente; Fast As You Can di Fiona Apple, puro progressive folk; una straordinaria Tell Me Why di Neil Young in versione rarefatta a due voci, armonie brillanti e un lungo intermezzo di pura improvvisazione che ha lambito territori cosmici; e nel finale una briosa Don’t Think Twice It’s Allright di Bob Dylan, in cui anche qui lungo spazio hanno avuto gli interventi solisti dei due; una bellissima Tabhair dom do Lámh dal repertorio del gruppo irlandese Planxty piena di reminiscenze irish e dolcemente malinconica e infine una sublime Scarlet Town di Gillian Welch, in cui lo spirito della più antica folk music americana è stato espresso dai due con grandi capacità.

Per Mehldau poco spazio dicevamo, a parte la sua Tallahassee Junction e poco altro. Quando lo spazio lo ha avuto, il pianista ha dimostrato di essere in possesso di un tocco elegantissimo, emozionante e pieno di poesia. I due hanno dimostrato comunque grande affinità e capacità di divertirsi, e anche il pubblico ha apprezzato.

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