NICK CAVE/ L’inferno di Dante e i racconti di Flannery O’Connor: “il volto di Cristo sbuca dalla tempesta”

- Fausto Leali

I concerti italiani di Nick Cave sono stati uno sconquasso spirituale per tutti quelli che vi hanno preso parte. FAUST LEALI a qualche giorno di distanza prova a capire cosa è successo

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Foto di Filippo de Orchi

Vieni al concerto?”, domando al mio amico. “Mmm…non lo so – mi risponde – Nick Cave è emozionalmente impegnativo. Non so se sono pronto”. Mica male, come obiezione. Una domanda che, personalmente, non mi pongo, prima di andare. Peccato che, quando tutto è finito, mi senta come uno che si ritrova steso al tappeto, dopo un pugno allo stomaco ben piazzato. Ci sto mettendo giorni a metabolizzare quel che è accaduto al Forum di Assago, lo scorso 6 novembre. Fuori dal coro della moltitudine di fan euforici ed eccitati, io, che ho assistito allo show distante dalle transenne poste sotto al palco, mi porto addosso una sorta d’inquietudine, stranamente mescolata a quel desiderio di verità e di bellezza che, da sempre, abita il mio cuore.

Lassù, seduto comodamente su una delle poltroncine in tribuna, mi vengono in mente le parole della scena finale di Masked & Anonymous, film che vede come protagonista Bob Dylan nei panni di una vecchia star del rock: “il modo con cui guardiamo il mondo è il modo in cui siamo fatti. Se lo guardi da un giardino fiorito tutto sembra perfetto. Sali su una vetta più alta e vedrai saccheggi e omicidi. La verità e la bellezza sono negli occhi dell’Onnipotente”. E’ così. 

La gente che tende le mani verso Nick, che lo tocca e lo abbraccia, in quel suo continuo andare avanti e indietro ai margini del palco mentre canta, è come se fosse, in un certo senso, dentro quel giardino fiorito. Sta vivendo la gioia dell’abbraccio al suo idolo, mai così comunicativo prima d’ora. 

Lo sappiamo, il tour europeo del 2017 è il modo di Cave di affrontare la tragedia della perdita del figlio. E portare in scena Skeleton Tree, l’ultimo disco, impregnato fino al midollo di dolore e di perdita, è la sfida da vincere. Lui se la gioca sul contatto fisico col pubblico ed utilizza un termine che ha un nobile significato, “comunione”: “questo tour è come una comunione di massa. E’ qualcosa di straordinario. E’ qualcosa di religioso”. Si è rivolto così ad Andrea Laffranchi, in un’intervista pubblicata di recente sul Corriere Della Sera. 

“Tutti noi, in un certo senso, siamo in lutto, se non per noi stessi, per il mondo. La cosa più bella per me, quella che mi ha cambiato – prosegue Nick – quella che mi ha fatto venire fuori da quel posto terrificante è stato capire che in questo ci siamo dentro tutti assieme.  L’ho capito a un livello profondo quando sono tornato a suonare dal vivo dopo la morte di mio figlio. Mi sono letteralmente sentito salvato dal pubblico. So che può suonare estremo, ma è la verità”.

Ecco perché, l’altra sera, dopo i primi pezzi di Skeleton TreeAnthrocene, Jesus Alone, Magneto – cantati su un soffice sottofondo musicale, in cui Cave, ad occhi chiusi, abbraccia quel microfono che sembra contenere tutto il suo solitario dolore, si lancia a capofitto in quella dimensione così inedita per lui. E allora si lascia toccare e tocca mani, risponde alla strana provocazione di uno spettatore che vuole i suoi calzini ed arriva a scambiarsene uno con lui, scende in mezzo al pubblico, abbracciando e lasciandosi abbracciare, fino all’apoteosi finale: le decine e decine di persone che salgono sul palco, ballano mentre lui canta Stagger Lee, e poi si siedono, durante la finale Push The Sky Away

Eppure, quel posto terrificante dal quale Nick sta cercando di uscire è ancora lì. I saccheggi e gli omicidi sono ben visibili dalla vetta più alta. Dal mio posto in tribuna, mi pare di scorgerli benissimo. Nei passaggi più violenti, rumorosi e distorti, della musica dei Bad Seeds, sono ancora tutti interi. Ed i testi delle canzoni di Cave li raccontano ancora. Perché la gente che sta ballando sul palco su Stagger Lee, balla su storie che narrano di sangue e di violenza, di morte e di dannazione. In scena c’è la rappresentazione del male e le canzoni di Cave sono come l’inferno di Dante ed i racconti di Flannery O’Connor. 

E’ questo il turbamento che mi porto addosso e che continua a non farmi stare tranquillo. Il mio mondo che in ogni istante continua a vivere l’orrore; le violenze sulle donne e i bambini, le persecuzioni religiose, la povertà e le guerre che uccidono ogni giorno. E il male che è scritto dentro di noi, il peccato originale, la nostra resistenza a scegliere la via dell’amore. 

Allora cosa portarsi a casa, dopo un concerto così? Quando la vita riprende coi suoi ritmi, con le gioie ed i dolori di ogni giorno? Mentre le immagini si dissolvono, a poco a poco, rimane quel momento, a metà dello show, in cui Cave si è seduto e, accompagnato solo dal suo pianoforte e da una chitarra ha cantato, dedicandola a tutti noi, Into My Arms. “Ma io credo nell’amore / E so che anche tu ci credi / E so che esiste una strada / Lungo la quale possiamo camminare, io e te / Perciò lasciate bruciare le vostre candele / E rendete il suo viaggio luminoso e puro / Affinchè lei possa fare ritorno / Sempre e per sempre / Tra le mie braccia, O Signore / Tra le mie braccia, O Signore / Tra le mie braccia”. 

Mi piace pensare che quando, alla fine del concerto, Nick sceglie di abbracciare, tra le decine di persone presenti sul palco, quel ragazzo a torso nudo e con i capelli lunghi, stia trasformando il rito collettivo cui abbiamo assistito, nella tensione a quell’abbraccio più grande di cui sia lui che noi abbiamo bisogno. Non bastano le mani che ha toccato, il bagno di folla cui si è concesso. L’abbraccio da cercare è quello di un Altro, l’unico disposto a sanare la nostra ferita perché l’ha vissuta in prima persona lasciandosi inchiodare ad una croce. E’ il bisogno d’amore che le sue canzoni non smettono di raccontare, la cifra della sua scrittura: “lo scrittore che si rifiuta di esplorare le regioni oscure del cuore non sarà in grado di  scrivere in modo convincente della meraviglia, della magia e della gioia dell’amore, perché così come la bontà non può essere creduta da chi non abbia respirato la medesima aria del diavolo – la durevole metafora di Cristo crocifisso tra due criminali mi viene in mente a questo punto – allo stesso modo nella canzone d’Amore, nella sua melodia, nel suo testo, uno deve intuire una conoscenza della propria capacità di soffrire”. 

Mai come adesso, forse, in Nick Cave, la canzone d’amore sta diventando davvero la “luce di Dio”, quella che si fa strada “giù nel profondo” e che “si fa largo nelle nostre ferite”. E allora, quando al mattino scendi dal letto e ti rivesti per affrontare la tua giornata, capisci che la tua vita può farsi santa a poco a poco, anche in mezzo alle solite miserie: “il volto di Cristo – ha scritto Cave in Truck Love – sbuca fuori dalla tempesta. Si finisce per diventare mistici su strade del genere”.

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