NICK CAVE/ Il concerto di Padova: non c’è confine quando si tratta del cielo

- Luca Franceschini

Per la prima volta dopo la morte del figlio, l’artista australiano torna ai concerti e sceglie le grandi arene dei palazzetti. La cronaca del primo concerto italiano. LUCA FRANCESCHINI

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Nick Cave a Padova, foto di Gabriela Nespolon

Il tour di “Skeleton Tree” è arrivato finalmente in Europa, quando dall’uscita del disco è passato un anno e sono stati vinti tutti i dubbi, non solo relativi alla resa live di un lavoro del genere, ma anche alla mera opportunità di portarlo dal vivo; un album che, lo sappiamo, è indissolubilmente legato alla tragica morte del figlio Arthur, anche se di fatto le canzoni erano già in gran parte terminate al momento dell’accaduto. Comunque sia, la risposta a questi interrogativi anche un po’ superflui, ce l’ha data lo stesso Cave assieme all’attuale formazione dei suoi Bad Seeds. Perché in fin dei conti, le canzoni di “Skeleton Tree” hanno un impatto notevole sul palcoscenico; in più, cosa che non avrei mai creduto possibile, lo spettacolo che è stato messo in piedi ha ruotato molto di più attorno alle nuove canzoni, si è fatto molto di più influenzare e modellare da esse, rispetto a quanto era accaduto quattro anni fa con “Push The Sky Away”. 

La Kioene Arena di Padova, sede della prima delle tre date italiane, non è un luogo enorme (poco più di quattromila persone, contando anche i posti nel parterre) ma ha stupito la scelta di programmare concerti anche in luoghi come il Palalottomatica a Roma o il Forum a Milano, per un artista che, negli anni precedenti, era solito esibirsi in club di media grandezza. 

È una scelta che pare aver pagato: Padova è andata vicinissima al sold out e a quanto pare, anche le altre due date hanno riscontrato ottimi dati di vendita. Il giusto riconoscimento per un nome che da noi non ha mai superato lo status di culto e che invece meriterebbe una diffusione ben maggiore della sua musica. 

L’attacco è poco dopo le 21: dai diffusori esce “Three Seasons of Wyoming”, il tema principale del film “Wind River” di Taylor Sheridan, di cui Nick Cave e Warren Ellis hanno curato la colonna sonora. In un’atmosfera sobria e raccolta, salutati dagli applausi entusiasti del pubblico, i sei Bad Seeds prendono posizione sul palco. Thomas Wydler alla batteria, Jim Sclavunos allo xilofono e alle percussioni, George Vjestica alla chitarra, Martyn Casey al basso, Toby Dammit alle tastiere e Warren Ellis al pianoforte, violino, chitarre ed effettistica, sono il nucleo attuale di un gruppo che negli anni ha subito importanti defezioni ma che è rimasto sempre compatto, ormai sempre più nelle mani del duo Cave/Ellis, responsabili unici del processo creativo e della produzione degli ultimi dischi. 

L’ultima notizia, quella del tumore al cervello del membro storico Conway Savage (tastiere) che l’ha costretto a saltare il tour, non è stata senza dubbio semplice da digerire, anche se il comunicato diffuso dal gruppo la scorsa settimana parla di un’operazione che ha avuto successo e di una riabilitazione già iniziata. 

Nick Cave sale sul palco per ultimo, accolto da un boato enorme che trasuda di entusiasmo ma anche di tanto e comprensibile affetto. I primi brani sono tutti da “Skeleton Tree”: “Anthrocene”, “Jesus Alone” e “Magneto” sono proposti senza soluzione di continuità, con l’atmosfera che si incupisce e il gruppo che scompone lo spettro sonoro, spezza le dinamiche, in un’esecuzione dove è l’elettronica minimale di Warren Ellis unitamente agli scarni accompagnamenti di tastiere e percussioni a risaltare maggiormente. Una band quasi tenuta a freno, come sarà per tutti i nuovi brani, ma bravissima ad evocare atmosfere, a raffigurare quel mondo di sofferenza e solitudine che l’ultimo disco ha saputo efficacemente raccontare. 

La voce di Cave è splendida, mai così controllata e consapevole, sprigiona tutto il fascino che ce l’ha fatta amare nel corso degli anni. Aiuta senza dubbio la resa sonora, sorprendentemente buona per un palazzetto, e il silenzio tombale di un pubblico che appare totalmente soggiogato. Pochi telefonini e una partecipazione sempre attenta e coinvolta. È come se da un lato ci fosse la voglia di riabbracciare un vecchio amico, a quattro anni dall’ultimo incontro (oltretutto in una città dove non aveva mai suonato); dall’altra, il desiderio di stringersi intorno a lui dopo una perdita che, per quanto mai neppure accennata, aleggiava nell’aria e in alcuni dei versi più potenti delle nuove canzoni. 

Nick Cave, da parte sua, si è comportato come al solito. Ha cercato in continuazione il contatto con i fan, cantando spesso e volentieri a ridosso delle prime file, stringendo mani e immergendosi tra la folla. Durante “Higgs Boson Blues” c’è un verso che dice “Can You Feel My Heartbeat” e lui ha rivolto la domanda direttamente al pubblico, in una ripetizione parossistica, lasciando che decine di mani si posassero sul suo petto per ascoltare i battiti del cuore. Una scena potente di perfetta comunione tra artista e pubblico come raramente si ha modo di vedere. 

È un concerto che non offre nessuna sorpresa in scaletta (da anni le setlist del nostro sono bloccate in maniera quasi fastidiosa e si riducono quasi sempre ad una selezione dei brani nuovi di turno e ad una riproposizione dei soliti classici) ma viene messo bene in chiaro che si concederà poco alle ballare romantiche e alla malinconia da Crooner per le quali Cave è molto famoso, soprattutto qui da noi. A parte una “Into My Arms” cantata in coro e una “The Ship Song” emozionante ma molto più scarnificata del solito, il resto del concerto ha vissuto di toni scuri, di pulsazioni ritmiche secche e tribali, di improvvise e cacofoniche dissonanze, di rasoiate chitarristiche intrise di distorsione, con un Cave ora solenne sciamano, ora posseduto dal sacro furore del rito, che si muoveva da un lato all’altro del palco, sedendosi al pianoforte solo per brevissimi passaggi. 

Ci sono state due versioni pazzesche di “Higgs Boson Blues” e “Jubilee Street”, i due brani dal disco precedente che possono senza problemi essere annoverati tra i suoi più grandi capolavori. Lenta e sensuale la prima, in continuo crescendo la seconda, dall’inizio quasi acustico fino alla deflagrazione finale, con quel “I’m trasforming, I’m vibrating, look at me now!” urlato a più riprese, con tutta la band a sostenerlo con l’incalzare delle ritmiche. C’è stata una “The Mercy Seat” sorprendentemente epica, che è iniziata come una ballata folk per poi incendiarsi progressivamente nel procedere, col ritornello ripetuto sempre più freneticamente. 

Poi i classici della primissima ora, “Tupelo” e “From Her To Eternity”, scuri e decadenti come non mai, con una gestione dei pieni e dei vuoti stupefacente da parte dei Bad Seeds. Due esecuzioni di rara potenza, prive ovviamente della carica irriverente che potevano avere trent’anni fa ma che sono andate a costituire un legame misterioso eppure concreto coi pezzi di “Skeleton Tree”. Il quale ha un ruolo da assoluto protagonista in questo tour: ne vengono infatti eseguiti sette pezzi su otto, lasciando fuori la sola “Rings of Saturn”. È come se queste canzoni, nonostante tutta la sofferenza di cui sono intrise, dovessero essere cantate così, sera dopo sera, per permettere loro di prendere vita, di comunicare il proprio significato senza possibilità di equivoci. 

Lo si avverte soprattutto in “Girl in Amber”, sospesa, quasi trattenuta, di una urgenza quasi insostenibile. O ancora in “I Need You”, che al netto di qualche imprecisione vocale, si è rivelata molto efficace col suo malinconico tappeto di tastiere. 

E poi, ovviamente, la title track, col palco illuminato di una luce verde, lo schermo a mostrare quella “Jittery TV” di cui si parla nel testo, la chitarra acustica di Vjestica ad accompagnare un cantato che sa di liberazione e nuova consapevolezza (“And It’s Alright Now”, ripete più volte nell’ultima strofa, nonostante la lucida constatazione di poco prima che “Nothing Is For Free”). 

I bis si aprono con “The Weeping Song”, sempre bellissima nonostante non ci sia più Blixa Bargeld a cantarla, col cantante che sparisce tra la folla e ricompare qualche minuto dopo su una pedana in mezzo alla platea. Da lì canterà il resto del brano, facendo battere le mani e zittendo tutti alla fine, per l’ultima strofa, eseguita in un silenzio sospeso ed incantato. 

Poi si rituffa tra il pubblico e ricompare sul palco assieme a una decina di fan. Parte la solita “Stagger Lee”, l’adattamento di quell’oscuro blues di morte e follia con cui normalmente chiude i concerti, ed eccolo invitare quanta più gente possibile a raggiungerlo on stage. Si assiste quindi ad una curiosa scena: il pulsare ritmico del brano, il racconto incessante degli omicidi gratuiti commessi dal protagonista, con decine di persone che cantano e ballano scatenate, mentre Nick Cave passeggia in mezzo a loro con fare indubbiamente divertito, nonostante il suo abituale modo di fare burbero. 

È l’apoteosi di quell’interazione tra artista e pubblico di cui parlavamo prima, un qualcosa che l’australiano ha sempre cercato e favorito nei suoi concerti ma che a questo giro è sembrato caricarsi di un significato particolare. Diventa ancora più evidente quando, al termine del pezzo, gli “invasori” vengono fatti sedere per l’ultimo atto, una intensa, delicatissima “Push The Sky Away”, che suona proprio come un augurio finale: non arrendetevi mai, nonostante tutto, spingete sempre più in là il vostro limite. Non c’è confine, quando si tratta del cielo. 

Concerto memorabile, che ci ha messo davanti per due ore e mezza  tutta la bellezza e la verità che scaturiscono ogni volta che si ha a che fare con un artista che ha intravisto il potere salvifico della musica e vuole renderne partecipi tutti coloro che sono lì assieme a lui. Stasera a Milano si replica. 

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