OPERA/ Il ritorno di “Kát’a Kabanová” a Torino

- Giuseppe Pennisi

Kát’a Kabanová, prima delle quattro opere dell’ultimo decennio di vita di Leos Janácek, è giunta finalmente al Teatro Regio di Torino in ‘prima’ per la città. GIUSEPPE PENNISI

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Foto Teatro Regio di Torino

Kát’a Kabanová, prima delle quattro opere dell’ultimo decennio di vita di Leos Janácek, è giunta finalmente al Teatro Regio di Torino in ‘prima’ per la città,in un allestimento (regia, scene, costumi, luci) già visto dieci anni fa alla Scala. 

E’ parte di un ciclo dedicato a Janácek-Carsen inizialmente concepito per l’Opera Vlaanderen di Anversa e Ghent (l’opera nazionale delle Fiandre) e che da una dozzina d’anni sta facendo il giro del mondo per il rigore e l’efficacia con cui la regia di Robert Carsen, le scene ed i costumi di Patrik Kinmonth, le luci di Peter van Praet e la coreografia di Philippe Giraudeau interpretano il mondo drammatico e musicale di Janácek. 

Il ciclo comprende otto delle dieci opere del compositore moravo (ossia da Jenufa a Da una casa di morti). Le prime due erano poco considerate dalla stesso autore. Il Regio propone il ciclo completo, ma alcune opere del binomio Janácek- Carsen sono state già viste in Italia ad esempio Jenufa a Palermo e Il caso Makropulos a Venezia.

Il compositore e librettista è ancora oggi poco noto al pubblico italiano, nonostante sia, con Richard Strauss e Benjamin Britten, uno del maggiori autori di teatro in musica del Novecento. Nato nella cittadina di Príbor in Moravia (dove ebbe i natali anche Sigmund Freud), nel 1854, visse quasi tutta la vita a Brno, capitale di un’area allora parte dell’Impero Austro-Ungarico, e oggi regione meridionale della Repubblica Ceca. 

Brno è a circa metà strada tra Vienna e Cracovia – il cuore quasi di quell’area dell’Europa centrale dove la Grande Guerra apportò i maggiori cambiamenti ai confini geografici e politici. Lì vi era il carcere dove è stato Silvio Pellico.  Per decenni, Janácek fu essenzialmente un didatta e, molto religioso, compose principalmente musica dello spirito o ispirata a tradizioni locali. 

A 50 anni circa, nel 1904 (quasi contemporaneamente alle prime assolute di Madama Butterfly di Puccini e di Salome di Strauss), nella sala da tè (adattata a teatro) del maggior caffè di Brno venne rappresentato il suo primo capolavoro Jenufa. Oggi la città dispone di tre teatri di cui il maggiore (1.300 posti) porta il nome del compositore. 

La partitura di Jenufa era stata respinta dal Teatro Nazionale di Praga, dove venne rappresentata solo nel 1916  dopo forti rimaneggiamenti imposti dalla censura. Jenufa diventò un successo europeo in seguito alla rappresentazioni a Vienna nel 1918 (proprio mentre l’Impero era sul punto del tracollo), nella traduzione di Max Brod in tedesco (lingua in cui le opere di Janácek sono state eseguite per decenni, al di fuori della Moravia). 

Janácek visse sino al 1928; nell’ultima fase della sua vita in un’Europa in rapida trasformazioni ebbe meritatissimi riconoscimenti (laurea honoris causa, ammissione all’Accademia Prussiana delle Arti). Per quanto, tra le «scuole» della piccola Brno, si considerasse vicino a quella musicale russa sviluppò un linguaggio modernissimo che, al di fuori dell’Europa centrale, venne compreso solamente dopo la seconda guerra mondiale, grazie a direttori come Sir Charles Mackerras, James Conlon e Jan Lothar-Koenig. 

Nella New York degli Anni Settanta, i lavori di Janácek trovavano casa alla New York City Opera, considerata tra lo sperimentale e il popolare, non al Metropolitan.

La fortuna di Janácek in Italia è stata tardiva. Se ne eseguivano la cameristica e la Sinfonietta, ma si dovette aspettare sino al 1936 per la prima esecuzione (radiofonica) di Jenufa ed al 1941 perché La Fenice la mettesse in scena. Non che la forte carica innovativa non fosse apprezzata dagli specialisti: in un saggio del 1957, Massimo Mila ha scritto che egli stesso, Gianandrea Gavezzani e Fedele D’Amico «avevano dato l’allarme: siamo alla presenza di un grande, una specie di Mussorgskij moravo, con in più le esperienze musicali recenti, da Strauss all’espressionismo, fino ai confini della crisi atonale». 

Negli Anni Cinquanta, Mila ha anche detto: se Janácek fosse stato francese, oggi sarebbe importante e famoso quanto Ravel. Tuttavia, solo negli Anni Settanta le sue opere vengono rappresentate pure al di fuori dei pochi enti lirici principali della Penisola, giungono nel circuito lombardo ed in quello emiliano-romagnolo, arrivano nei teatri siciliani. Unicamente negli Anni Ottanta e Novanta, vengono eseguite in moravo (con l’ausilio essenziale dei sopratitoli) ed in edizioni critiche .

Ci sono due aspetti caratteristici del teatro in musica di Janácek ambedue si colgono bene in Kát’a Kabanová e vengono messi in risalto in questa edizione di Carsen. In primo luogo, come sottolinea il suo compatriota Milan Kundera (che meglio di molti di noi più apprezzare l’impasto tra vocali, consonanti e note), la coesistenza di più emozioni contraddittorie  in spazi limitatissimi crea una semantica originale in cui si hanno, parallelamente, “la inattesa contiguità delle emozioni” e la “polifonia delle emozioni. In secondo luogo,  una struttura musicale fondata sull’alternanza di frammenti differenti e contradditori nello stesso movimento (nonché insistentemente reiterati come avverrà più tardi nella musica dodecafonica), con l’inserimento di abbandoni lirici unicamente in certi momenti specialmente liberatori (come nell’ultima scema .di  Kát’a Kabanová ).

Anche i tempi ed i metri si alternano con frequenza insolita, rompendo con l’unità emotiva dei movimenti della musica dell’Ottocento. Ciò richiede un maestro concertatore che sappia fondere stilemi del primo Novecento con una forte carica espressionistica e stilemi della musica contemporanea , e della dodecafonia. Marco Angius, noto principalmente come concertatore di partiture contemporanee si è rivelato una scelta perfetta.

Le opere di  Janácek sono di solito brevi (tre atti di complessivi novanta minuti, a volte messe in scena senza intervallo) e fortemente teatrali. Kát’a Kabanová tratta di un fattaccio di provincia .In un paesino sul Volga:l’odio di una suocera sado-masochista e con un figlio impotente spinge al suicidio la nuora, ragazza semplice e religiosa. Richiede un cast numeroso (molti sono meri comprimari) i cui protagonisti siano cantanti- attori che sappiano perfettamente il moravo. Janácek ha poi una distinta preferenza per i soprani drammatici, i mezzo soprani ed i tenori con un registro di centro. Nella bella edizione in scena a Torino, 

La protagonista è il soprano slovacco Andrea Dankova; il tenore Štefan Margita interpreta Tichon Ivanyc Kabanov, il marito di Kat’a; il mezzosoprano Rebecca de Pont Davies interpreta Marfa Ignatevna Kabanová, la cinica suocera di Kat’a, l’ucraino Misha Didyk è Boris. Un cast di grande rilievo. Molti applausi.

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