SON VOLT/ “Notes of Blue”: chitarre punk e lamenti blues contro l’America di Trump

- Paolo Vites

Il nuovo disco dei Son Volt, Notes to the blue, è una orgogliosa dichiarazione di intenti, chitarre folgoranti e radici blues convivono con toni minacciosi. La recensione di PAOLO VITES

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Son Volt

Belleville, Illinois; Minneapolis, Minnesota; Charlotte, Carolina del nord. Tutte città lontane dalle mappe del rock che conta, con la possibile eccezione di Minneapolis perché qui Bob Dylan passò qualche mese facendo finta di fare l’università, ma senza lasciare particolari tracce musicali.

Ma è da questi sperduti centri della grande provincia americana che alla fine degli anni 80 arrivano alcuni personaggi destinati a scrivere una delle pagine più esaltanti ed emozionanti della storia del rock, benché ai tempi – e ancora oggi – difficilmente risulti nelle enciclopedie del rock. A Belleville in particolare due ragazzotti dall’aspetto arruffato e malconcio, innamorati del punk, si mettono insieme e formano un gruppo, gli Uncle Tupelo, così chiamato in onore della città natale di Elvis. A Minneapolisi nascono i Jayhawks, da Charlotte arriva Joe Henry. 

Le loro strade si incroceranno più volte in quello squarcio di tempo che va dalla fine degli anni 80 e i primi 90. Il loro  talento darà vita a un movimento che seppure non avrebbe avuto alcun impatto commerciale di massa, avrebbe regalato alcuni dei dischi più belli degli ultimi vent’anni. Con le loro radici punk, questi artisti volsero lo sguardo all’indietro mischiando in una formula unica tradizione e modernità, lo sguardo fisso a giganti come Gram Parsons, Neil Young e Bob Dylan.

Nel periodo storico dove a Seattle nasceva l’alternative rock, qua nel grande nord americano nasce l’alternative country. Uno scontro impari dal punto di vista commerciale e dell’attenzione mediatica, ma non c’è dubbio che dischi come No Depression e March 16-20, 1992 degli Uncle Tupelo con buona pace di quelli dei Nirvana o dei Pearl Jam restano oggi i migliori di quel periodo storico (così come Hollywood Town Hall dei Jayhawks e Kindness of the World di Joe Henry).

Country sbilenco, blues abitato da fantasmi, Carter Family nel cuore, melodie accattivanti, urgenza e passione ne fanno due dischi imprenscindibili per il rinnovamento del linguaggio rock americano.

Come succede sempre o quasi le vie del rock però si dividono. I due leader mal si sopportano: Jeff Tweedy dà vita ai Wilco che diventeranno ben presto una band stellare, amata in tutto il mondo, sperimentalista e all’avanguardia; Jay Farrar con i Son Volt resterà relegato alla provincia rurale, malinconica e romantica.

Con il nuovo Notes of Blue però Farrar, di fronte alle ultime sbiadite opere dei Wilco, si impone con una forza e una energia inaspettate. Non che abbia mai fatto un solo brutto disco, ma in una epoca storica, questa, dove l’America ha bisogno di segnali precisi e urgenti, scaccia la sua tristezza esistenziale che lo ha sempre contraddistinto e riprende da quel punk degli inizi. C’è bisogno di chitarre che urlino forte di questi tempi per coprire l’assurdità assassina di una politica barbara, da Washington a Roma. Ci sarebbe bisogno di un Pete Townshend che spacca acnora le chitarre sul palco, di un Jimi Hendrix che le incendia. C’è bisogno di rumore, assordante.

Con l’eccezione del brano iniziale, Promise of the Wall, ancora una ballata country acustica e melanconica dominata dalla pedal stele, già la successiva Back against the Wall, il brano che Springsteen si sogna di scrivere da più di vent’anni, annuncia che i tempi sono cambiati. Canzone epica, dal tiro chitarristi implacabile, ci dice che è ora di stare in piedi contro il muro e far vedere chi siamo: “”What survives the long, cold winter, will be stronger and can’t be undone.”

Da quel momento il disco è una esplosione di chitarre all’ennesima potenza come se Farrar fosse tornato in quel garage di Belleville dove tutto cominciò, con un’altra importante svolta. Come suggerisce il titolo (che sta per “notes of blues) è il blues a fare da spinta, invece dell’usuale country del passato.

Se Static è un pezzo di chiara matrice punk e Cherokee Street richiama Skip James in acido e Lost Souls è una sarabanda degna dei primi Zeppelin, Sinking Down ruba il riff a un John Lee Hooker in feedback.

Midnight potrebbe essere stata composta al crocicchio dove Robert Johnson vendette l’anima al diavolo: “E’ sempre mezzanotte giù all’inferno”, mentre la conclusiva Threads and Steel è un bluesaccio sgangherato di quelli in cui Dylan è maestro. Ci sono anche un paio di country-blues acustici, The Storm, e la lugubre Cairo and Southern, omaggio a una schiera di fantasmi che va da Blind Lemon Jefferson fino al Nick Drake di un disco come Pink Moon.

Con questo disco i Son Volt battono gli ultimi Wilco 4 a 0, come ha fatto il PSG con il Barcellona. E’ ora che un genio come Jay Farrar venga riconosciuto tale. 

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