OLD CROW MEDICINE SHOW/ L’intervista: “50 years of Blonde on Blonde”

- Lorenzo Randazzo

Gli OCMS interpretano e rivisitano canzone per canzone tutto Blonde on Blonde di Dylan in occasione del 50esimo anniversario della pubblicazione. Li ha intervistati LORENZO RANDAZZO

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Old Crow Medicine Show, foto promozionale

La musica è bella perché è varia. Si può trovare la colonna sonora giusta per ogni occasione: per una scarica di adrenalina suggerisco l’ascolto degli AC/DC, per una fase nostalgica i Midlake sono perfetti, mentre se si ha voglia di piangere Nick Cave o John Grant potrebbero favorire l’effetto. Poi c’è la musica di Bob Dylan e quella va bene sempre anche se è interpretata da altri artisti. Gli Old Crow Medicine Show sono una band che, non solo da sempre si è ispirata a Bob Dylan, ma ha avuto anche l’occasione, per volere dello stesso Dylan, di completare un paio di sue canzoni.

Gli OCMS con la loro musica hanno favorito la riscoperta del folk tradizionale tramite un trionfo di chitarre, violini, banjo, guitjo, contrabbasso, mandolini ovvero strumenti tradizionali a corda suonati ad un ritmo forsennato e con un carattere da Rock&Roll band tanto che anche i più giovani sembrano apprezzare (vedi Mumford & Sons). A prescindere da quello che sia il mio umore la musica degli OCMS mi strappa sempre un sorriso e mi trasmette allegria. Un effetto “curativo” a cui avrebbero dovuto contribuire anche quei prodotti medicinali miracolosi che venivano venduti alla gente raccolta grazie ai “Medicine Show” (da cui il nome della band), quegli spettacoli teatrali e musicali organizzati di città in città nell’America dell’Ottocento.

Per chi non li conoscesse ancora a febbraio è stato pubblicato il primo “Best of” (Nettwerk distribuito ATO), un’ottima occasione per prendere dimestichezza con le sonorità Country Folk della String Band originaria della Virginia. Tra qualche giorno poi, il 28 aprile per l’esattezza, verrà pubblicato “50 years of Blonde of Blonde” (Columbia Records) registrato dal vivo nel maggio 2016 al CMA Theatre di Nashville, in cui gli OCMS interpretano e rivisitano canzone per canzone tutto Blonde on Blonde di Dylan. La scelta di Nashville non è a caso, oltre ad essere la città che ospita da diversi anni gli OCMS, è anche il luogo dove nel 1966 Dylan ha inciso Blonde on Blonde, uno dei primissimi artisti ad andare nel profondo Sud fino ad allora solo patria della Country music.

Ho avuto la possibilità di intervistare Ketch Secor fondatore e leader della band per parlare dei loro due nuovi album e di Dylan ovviamente.

Dopo quasi vent’anni che suonate insieme a febbraio è uscita la vostra prima raccolta “Best of”. Come avete scelte le 14 canzoni del disco?

È stato semplice: abbiamo raccolto le canzoni che i nostri fan amano di più. Alla gente piace venire a trovarci nel nostro tour bus dopo uno spettacolo e ogni volta ci fanno sapere quale canzone abbia più significato per loro. Riceviamo lettere e email rispetto a come determinate canzone vengano utilizzate per celebrare matrimoni, per i compleanni dei figli e per parecchi funerali purtroppo… Poi ci sono i tatuaggi… spesso c’è gente che mi mostra un tatuaggio con su ritratto un nostro pezzo. Ecco il “The Best of ” è un disco di tatuaggi!

Nel disco ci sono anche due inediti: Black-Haired Québécoise e Heart up in the sky. Sono fatti apposta per questo disco oppure sono delle vecchie outtake?

Ho scritto queste canzoni parecchi anni fa e le abbiamo registrare con Dave Rawlings per il disco Big Iron probabilmente nel 2005. Sono rappresentative del tipo di canzone che Critter ed io facevamo all’inizio del ventennio. Un surrealismo fantastico… con i banjo!

Nello stupendo film Oscar La La Land,  Keith (John Legend) parla con Sebastian Wilder (Ryan Gosling) e gli chiede: “Come puoi essere un rivoluzionario se sei così tradizionalista? Resti aggrappato al passato… ma il jazz parla di futuro”! Ti giro la domanda passando dal Jazz al Country: nel suonare la vostra musica siete tradizionalisti o rivoluzionari?

Nel 2017 la tradizione è rivoluzione. Quando l’appiattimento culturale si diffonde più velocemente di una piaga, le cose che ci distinguono culturalmente e geograficamente sono in via d’estinzione come l’oceano o la foresta pluviale. Suono il violino e il banjo perché sono entrambe degli strumenti portatori di cultura e poi sono una vera potenza!

Il vostro suono rimanda alla tradizione e ai traditional americani. Nei vostri testi quanto c’è degli ideali di libertà e uguaglianza piuttosto che di riferimenti ai valori cristiani?

Io spero che la gente ascoltando la nostra musica riconosca un senso di unità. Spero che le nostre canzoni passate nelle radio trasmettano un sentimento di libertà. Non soltanto la nostra musica ma tutta la musica. Odio le canzoni che ti fanno sentire in gabbia. Spero anche che le persone si ricordino che Gesù è stato un rifugiato in Medio Oriente cercando di guidare il suo popolo alla prosperità.

Oltre ad avervi concesso le canzoni Wagon Wheel e Sweet Amarillo, Bob Dylan è stata una fonte imprescindibile per la vostra musica. Apprezzi ogni fase della sua carriera?

Al momento mi sto godendo un sacco l’album “Infidels”. Le canzoni sono pazzesche, ma quello che più mi piace è la sonorità del disco. Credo che in questo disco Bob abbia la band con il sound migliore, Mark Knopfler, Sly Dunbar, Robbie Shakespeare… Che musicisti incredibili a disposizione del maestro!

Qual é la tua canzone preferita di Dylan?

In questi giorni ti direi  “Political World”, poi un’altra davvero bella è “I Shall Be Released”.

Come vi è venuto in mente di farvi coinvolgere in un progetto così ambizioso come “50 years of Blonde on Blonde”? Quali sono state le principali difficoltà e cosa invece era più nelle vostre corde?

È stata un’impresa imparare a recitare tutti i testi di uno degli album più intensi di Bob Dylan. Ho ascoltato parecchio l’album dal vivo di fine anno settanta At Budokan per cercare ispirazione. Bob cambia sempre il suo approccio alle sue canzoni e questo album esemplifica bene fino a dove può arrivare. Ho voluto una nostra versione di Blonde On Blonde perché volevo anche io prendermi un bel rischio. 

Perché avete scelto di incidere l’album dal vivo e non in studio?La musica dal vivo è il biglietto da visita degli Old Crow, è quello che sappiamo fare meglio. Abbiamo fatto questo album in circa 3 ore, il nostro più veloce di sempre… ed è anche, credo, il nostro migliore.

Quali sono state le canzoni più difficili da interpretare e quali invece più vicine al vostro stile?

Le canzoni folk sono abbastanza accessibili a prescindere dalle origini. Nessuna delle canzoni era troppo distante per essere suonata secondo il nostro stile.  Quando questo album è stato realizzato nel 1966 era considerato fortemente progressista e decisamente innovativo. Se lo si guarda invece da una prospettiva della città di Nashville, dal punto di vista delle persone che ci hanno suonato, hai la percezione che fosse solo un modo diverso di intendere la musica Country che questa città è da sempre incline a suonare. 

Quale stile avete adottato nel suonare le canzoni di Bob Dylan? Avete cercato di fare una esecuzione vicina all’originale oppure è stata libera?

Abbiamo cercato di suonare come Dylan negli anni: i dischi Cristiani, il folk-blues, le canzoni di protesta, il folk-rock e i Basement Tapes. Nel disco puoi ritrovare tutto questo condensato.

Hai mai incontrato o parlato con Bob Dylan?

No

Negli anni Dylan ha dimostrato nei fatti di avervi dato più volte fiducia. Avete avuto qualche riscontro del suo apprezzamento?

Spero che questo gli piaccia!

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