VAN DE SFROOS/ La notte di San Siro e quella “Madunina che la riess anca a scultà”

- Fausto Leali

Non ha riempito San Siro come certi mostri sacri della musica, ma forse ha regalato ancora più emozioni. Davide Van De Sfroos, la prima volta allo stadio. di FAUSTO LEALI

davide-van-de-sfroos_cs
Davide Van De Sfroos

Là, sotto il palco, stanno pogando come pazzi, e noi, ultracinquantenni con i capelli grigi, e che abbiamo ancora il coraggio di andare a sentire i concerti sul prato degli stadi, terrorizzati, ci facciamo indietro. E’ la festa dei cauboi: nulla a che vedere con la furia iconoclasta dei concerti punk, solo la gioia che accompagna sempre i concerti di Davide Van De Sfroos.

San Siro non è certo piena come per Springsteen o Vasco Rossi. Persino Laura Pausini fa più gente di lui. Ma non sono pochi quelli che ci sono e stasera sono felici. Davide ha giocato una scommessa, quella di una partita a San Siro. Non perché dovesse farlo per forza, parte di un business che insegue regole di convenienza, ma per inseguire un sogno, quello nato tanti anni fa, quando i suoi amici prendevano a calci un pallone all’oratorio, mentre lui aveva già a tracolla la chitarra per inseguire le storie di mille canzoni.

Vicino a noi c’è gente che canta tutto a memoria, dalla prima all’ultima strofa, eppure, se guardi gli striscioni, c’è chi che arriva dal Molise, dalla Sardegna e da Roma. Davide, durante il concerto li saluta tutti, conscio che il laghée, il suo dialetto, dopo tanti anni non è più una barriera. Le storie di quei personaggi, incontrati lungo le sponde del lago di Como, sono diventate patrimonio comune, riguardano anche le nostre di ogni giorno, le piccole e grandi gioie che attraversano la vita.

Ad accompagnare Van De Sfroos ci sono ben tre band. Un lungo set di ventisei canzoni, per oltre due ore e mezza di concerto, ad attraversare un repertorio di classici, brani tratti da Manicomi sino a Yanez, con l’esclusione solo dell’ultimo album in studio, Goga e Magoga.

I primi a scendere in campo sono gli Shiver, ottimo gruppo indie nato dalle parti di Lecco. Davide ha il loro adesivo sulla chitarra e li ringrazia pubblicamente, per avergli ridato, nel corso dell’ultimo anno, l’anima da folksinger che, in fondo, ha sempre posseduto. Insieme a loro canta sei brani, tra cui “La balada del Genesio”, l’ottima “Televisiòn”, giocata su ritmi più veloci del solito e con quel riferimento all’omicidio di Kennedy che ci fa capire che tempi difficili, la storia, li ha sempre vissuti, e “Il costruttore di motoscafi”, primo brivido della serata, con quella strofa difficile da dimenticare, perché ti dice che, anche se arriverà “la Breva a scancelà questa mia scia”, il segno della tua storia, nessuno te lo porterà mai via.

Dopo sei canzoni, i Luf prendono il posto degli Shiver e il ritmo si fa più forsennato, come si conviene a veri lupi quali sono questo gruppo di bresciani, capitanati da Dario Canossi. Con loro, Van De Sfroos esegue otto canzoni. C’è “Il duello” e “Il figlio del Guglielmo Tell”, tratte da Breva E Tivan, il disco inciso insieme nel 1999, e poi, ancora, “De Sfroos”, “E semm partii” e “La ballata del Cimino”, col Cimino che, come spesso accade ai concerti di Davide, sale in carne ed ossa sul palco e si diverte a lanciare scarpe al pubblico, ma che, quando si sfila di dosso la Lacoste, si guarda bene dal darla in pasto ai presenti. “El mustru” è uno dei momenti di punta del concerto.

“Quando sento questa canzone, penso sempre a mio padre”, mi confida un’amica, alle prime note della canzone. Ecco, è proprio questa la forza delle canzoni di Davide: il momento in cui quelle storie perdono i connotati delle vicende che narrano e ti si appiccicano addosso, diventando capaci di raccontare in qualche modo anche un pezzo della tua esistenza.

E’ il momento giusto per interrompere quella che, sino a qui, è stata sempre e solo festa, con la gente che continua a correre e ballare, al punto che, più tardi, sarà Davide stesso a ringraziare tutti per quella gioia che vede davanti a sé, ma, al contempo, richiamerà i presenti a non esagerare, memore di un disastro come quello di Torino, che abbiamo ancora sotto gli occhi.

I Luf lasciano il palco e il set diventa acustico. Tre canzoni: “Ventanas”, “La figlia del tenente” e quella “40 pass” che avevamo desiderato di ascoltare a Milano. Per chi scrive, questo rimarrà il punto alto dello show, e non solo perché il clima si fa più raccolto ed intimo, con le luci dei telefonini ad illuminare il prato e gli spalti dello stadio. “40 pass”, stasera, è la canzone da portare a casa, l’anima di Davide capace di impastarsi con la carne dei personaggi che racconta, quella che canta di una “Madunina” che non è solo dei milanesi ma, adesso, è finalmente di tutti. Una “Madunina” che “la sarà anca piscinina, ma la riess anca a scultà”, perché è di qualcuno che sappia ascoltare il nostro dolore e i nostri desideri che siamo alla ricerca ogni giorno.

Tre brani e poi il clima torna gioioso. Sul palco sale Maurizio Glielmo con la sua Gnola Blues Band e lo show si trasforma in una grande festa rock. “La machina del ziu Toni”, “Cauboi”, “Yanez”, la splendida “Pulenta e galèna fregia”, fino alla finale “Cyberfolk”, sono la colonna sonora di una festa, che è diventata sempre più irrefrenabile. Per una canzone sale sul palco anche Fabio Treves, che, con la sua armonica, contribuisce a colorare “Il paradiso dello scorpione”, simpaticamente preceduto da una strofa di “E la vita, la vita”, prima di trasformarsi in uno splendido blues che sembra uscito fuori dritto dal delta del Mississippi. Il tempo è tiranno e, alla fine, c’è spazio per un solo bis, l’immancabile “La balera”, che trasforma tutto lo stadio nelle aie dove ballavano i nostri avi tanti anni fa.

Van De Sfroos sorride, saluta tutti, guarda quello stadio che ha creduto in lui e sembra aver vinto la scommessa. Ripenso al concerto di Bruce Springsteen, proprio qui, un anno fa, ed all’ultima canzone acustica, quella Thunder Road che, dopo oltre tre ore di gioia, aveva spostato i riflettori sull’uomo solo sul palco. Davide avrebbe potuto fare la stessa cosa.

Cantare “Ninna nanna del contrabbandiere” o “New Orleans”, brani di cui si è sentita la mancanza, ma non l’ha fatto. Ha preferito chiudere con la festa e mandare tutti a casa così. Chissà cosa abita, oggi, nel cuore di un cantastorie che non smette di affascinarci. Ma l’importante è capire cosa c’è nel nostro, quello che la musica, ancora una volta, ha attirato qui. Si torna a casa, alle prese con stesse gioie e ferite che avevamo prima di venire, ma con gli occhi che “fanno “Pakk!” come due bocce in campo” e che “si incontrano a metà e fan partire un lampo”. “Son contenta di ballare, non mi voglio più fermare”, canta la figlia del Maresciallo. E noi, adesso, siamo un po’ tutti come l’uomo in canottiera: “gnanca me, gnanca me!”. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori