MONTEREY POP FESTIVAL/ 50 anni fa il primo grande evento giovanile: il “racconto” del sopravvissuto

- Fausto Leali

Cinquant’anni fa in questi giorni si tenne a Monterey il primo festival musicale della storia del rock. Un evento che fece leggenda. Ce lo racconta un “sopravvissuto. di FAUSTO LEALI

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50 anni fa il primo festival rock

Come avrebbe potuto dimenticarsi dei suoi vent’anni, compiuti esattamente cinquant’anni prima, il giorno in cui il festival era iniziato a Monterey? Era stato un periodo semplicemente formidabile! Arrivato in quel quartiere con pochi soldi in tasca, aveva preso in affitto una di quelle vecchie e diroccate case vittoriane, all’incrocio tra Haight ed Ashbury Street, a  due passi dal Golden Gate Park di San Francisco. Chissà perché la gente per bene evitava di finire lassù: lui ci si trovava ottimamente e non cercava di andarsene al più presto, come facevano, invece, in tanti, appena riuscivano a guadagnarsi un lavoro e una buona posizione.

Che poi lì, nel quartiere, si era fatto un sacco di nuovi amici. Gente strana, di sicuro, guardata dai più con sospetto, ma che a lui piaceva. Li potevi distinguere innanzitutto dai vestiti: abiti bizzarri, dai colori sgargianti, accoppiati nei modi più improbabili. Gli uomini, poi, portavano i capelli lunghi, come le donne; e tutte quelle ragazze, libere ormai da ogni tabù sessuale, avevano buttato via il reggiseno, nel desiderio di liberarsi da ogni sorta di costrizione. 

Ah, le ragazze, erano davvero straordinarie. Per non parlare di quella roba, l’LSD, che circolava in quantità. Dicevano che aprisse le porte della vera percezione, così l’aveva provata anche lui, solo che non sempre si era sentito così bene. Certo, sotto l’effetto di quella sostanza poteva entrare in dimensioni del tempo e dello spazio mai sperimentate, vedere uomini ed oggetti sotto una luce nuova; ma troppo spesso quei viaggi di esplorazione della mente avevano amplificato le sue ansie e le paure. 

Però in quel quartiere c’era davvero di tutto ed era quel clima nuovo che ti faceva respirare a pieni polmoni. L’aveva spiegato in una semplice frase, Timothy Leary, e se lo diceva un professore dell’università, c’era da fidarsi: “Turn on, tune in, drop out”. Accendersi, sintonizzarsi con quel che si ha nel profondo, e poi uscire fuori, liberi da tutto, figli di una controcultura che finalmente stava lasciando alle spalle tutto il perbenismo borghese.

Quel giorno, quello dei suoi vent’anni, lo aspettava una gigantesca festa di compleanno. Come tanti altri, aveva fatto quasi centocinquanta miglia in autostop, per arrivare giù, a Monterey, dove avevano organizzato il Festival Pop. Era una bella città, sul mare come Frisco, anche se non aveva certo il fascino della baia. Ma quel venerdì 16 giugno erano arrivati tutti, scesi da Haight-Ashbury come rivoli di un torrente che s’ingrossa a poco a poco, fino a diventare un fiume in piena. Duecentomila persone, più che un fiume un oceano, ed ora erano pronti ad ascoltare in un unico grande concerto tutti gli amici che avevano sentito suonare tante volte, all’Avalon Ballroom, al Fillmore, o nei semplici scantinati dove ogni notte c’erano feste nuove, gli acid trips, quei viaggi fatti di sogni e libertà sulle note del nuovo San Francisco Sound.

Lo attendevano tre giorni di musica straordinaria, e lui sarebbe stato lì tutto il tempo, finché gli occhi sarebbero stati in grado di restare aperti. Il venerdì sera, a dire il vero, era partito un po’ in sordina, con l’esibizione di musicisti poco famosi. Poi, però era arrivato Eric Burdon con i suoi Animals e sentire un inglese cantare un inno come San Francisco Nights lo aveva confermato nella convinzione che il nuovo mondo abitava proprio lì, sulle rive della costa occidentale. Dopo erano saliti sul palco Simon & Garfunkel ed era stato un vero e proprio sussulto del cuore, un duo di angeli scesi a benedire, con la loro poesia, tutti quanti loro.  

Al mattino presto si era tratto in disparte. Qualche ora di sonno era necessaria, prima della maratona del sabato. Ma al pomeriggio era corso di nuovo laggiù, sotto il palco, appena in tempo per vedervi salire i suoi beniamini, i Big Brothers and The Holding Company, subito dopo una manciata di canzoni degli ottimi Canned Heat. Quelli erano davvero i loro eroi, anche se fuori da Haight-Ashbury non li conoscevano in molti. Ma quel pomeriggio avevano stupito tutti con qualcosa d’inatteso. Con loro c’era Janis Joplin, ed era come se una tigre avesse preso il microfono in mano. La ascoltò cantare Ball And Chain e si domandò come fosse possibile che una ragazza bianca sapesse colorare di un blues così potente le note psichedeliche che uscivano dalla chitarra di Peter Albin. Eppure appariva così fragile ed indifesa, come se non fosse abbastanza forte per uscire viva dalla potenza di quelle canzoni.

Sarebbe anche potuto bastare, ma in realtà era solo l’inizio. Dopo i Big Brothers era il turno di Country Joe Mc Donald & The Fish, e quella canzone era entrata dritta nel suo cervello per non uscirne più. Loro erano quelli che li aiutavano a pensare, ad uscire da quelle poche miglia quadrate per capire che c’era tutto un mondo intorno e che la guerra non era finita. I’m Fixin To Die Rag, il rag del condannato a morte, era una denuncia di quel disastro che di lì a poco avrebbe turbato le coscienze di tutti: “uno, due, tre / per cosa combattiamo? / Non chiedetemelo, non mi interessa / la mia prossima fermata è il Vietnam / cinque, sei, sette / aprite le porte del paradiso / non c’è tempo di chiedersi il perché/ allegria! Stiamo andando tutti a morire”. 

Dopo Country Joe aveva suonato la Butterfield Blues Band, che gli fece rimpiangere di non aver visto Paul a Newport, con Bob Dylan, durante quel concerto elettrico che aveva cambiato la storia della musica.  Poi era arrivata quella banda di perditempo chiamata Quicksilver Messenger Service, e lui si era lasciato andare lungo gli assoli della magica chitarra di John Cipollina, prima di accorgersi che le luci del tramonto se ne erano andate ed una lunga notte di musica li aspettava ancora.

Quando Roger McGuinn, Chris Hillman e Gene Clark imbracciarono gli strumenti, il jingle jangle sound si impossessò di lui. In mezzo a tutti quegli hippies, i Byrds che avevano riletto le canzoni di Dylan, miscelato country e rock e che cantavano ironicamente “So You Want To Be A Rock’n’Roll Star”, sembravano quasi fuori posto, così come gli parvero una cosa a sé anche i Buffalo Springfield, che si sarebbero esibiti all’indomani. Ma quella che era di scena, in quei giorni, era un’unica grande festa, in cui gli unici ad avere torto erano gli assenti.

Quando sulle assi del palcoscenico atterrarono i Jefferson Airplane, il pubblico era pronto per un’ovazione. Quante volte aveva percorso il mezzo miglio che separava 1090 Page Street dal numero 710 di Ashbury Street. I Jefferson, come i Grateful Dead, erano la loro famiglia. Loro erano la colonna sonora dei viaggi allucinogeni, la pillola surrealistica da mandare giù ogni volta che la realtà si mostrava troppo dura nei confronti dei sogni di pace, amore e libertà che abitavano nel cuore di tanti come lui. Sulla voce e sulle note della chitarra di Paul Kantner e Jorma Kaukonen, si sarebbe addormentato volentieri per non svegliarsi più, ma fu un fenomeno di nome Otis Redding, a dargli la sveglia. Cosa ci facesse il soul e il r&b in mezzo a quel guazzabuglio di rock psichedelico, nessuno l’aveva capito, ma quello fu il degno epilogo di un grande sabato sera.

Quella notte non riuscì a dormire. Mille pensieri aggrovigliavano la sua mente. L’estate dell’amore era appena cominciata, ma in mezzo a tutta quell’eccitazione gli parve di aver smarrito la strada verso casa. Quando arrivarono le prime luci dell’alba, pensò bene di annegare i suoi dubbi in qualche bicchiere di birra. L’acido l’avrebbe riservato ai concerti della domenica, che si preannunciavano elettrizzanti. Ravi Shankar, a dire il vero, lo annoiò parecchio, tutte quelle cose orientali non l’avevano mai affascinato più di tanto, ma poi fu di nuovo il turno dei Big Brother e, dopo poco, ecco spuntare quel gruppo venuto apposta dall’Inghilterra. 

Quella degli Who fu una delle performance più memorabili della sua vita. Non solo la potenza del loro rock era superiore a qualsiasi muro di watt avesse mai immaginato, ma la furia di Pete Townshend, con quei feedback allucinati e la distruzione finale della chitarra, l’aveva sconvolto. Anche i Grateful Dead, saliti sul palco dopo di loro, ed in attesa di essere acclamati da tutti, subirono il contraccolpo: fecero un buon set, ma nessuno si era ancora ripreso dallo shock. Eppure il meglio doveva ancora arrivare. Quando Jimi Hendrix salì sul palco, accadde qualcosa d’incredibile e di ancora più potente della chitarra di Pete. Quello strumento, maneggiato con una maestria indescrivibile, era divenuto un simbolo sessuale e quella che stava accadendo sulla scena era una sorta di orgia collettiva. Nulla lasciava però presagire quel finale incredibile, che, cioè, quella chitarra bruciasse alla fine in un falò, vero e proprio rito d’iniziazione e purificazione verso qualcosa di misterioso e inesplorato. The Mamas & The Papas conclusero una tre giorni di amore e musica, ma non lasciarono il segno, anche se quella California Dreamin’ mi trovai a canticchiarla spesso e volentieri, negli anni a venire. 

Me ne tornai a casa, ancora in autostop, pensando che il mondo sarebbe cambiato in un battibaleno, ma dovetti ricredermi molto presto. Di lì a poco l’eroina avrebbe cominciato a circolare in quantità ad Haight-Ashbury. Brutte facce come gli Hell’s Angels e Charles Manson iniziarono a circolare troppo liberamente e come andò a finire, ormai, lo sapete tutti.

Non andai a Woodstock, ma decisi di recarmi ad Altamont, due anni più tardi ed anche lì, di ciò che accadde e di come terminò il nostro sogno, avete sentito tutti parlare. 

Nel frattempo avevano pagato dazio alla vita anche Jimi, Janis e pure quel Jim Morrison di cui avevamo sentito la mancanza a Monterey. Il rock avrebbe imboccato mille altre strade, alcune decisamente iconoclaste, e tante volte sarebbe rinato dalle proprie ceneri, anche se adesso c’era qualcuno che diceva che era davvero morto. 

Passeggio, ormai settantenne, per le strade della mia San Francisco, e non la riconosco più. Il mondo, invece, mi sembra sempre lo stesso: non ha ancora imparato a lasciar perdere ciò che ha da cadere, per lasciare in piedi solo la verità. Ma, forse, qualcosa di buono la mia generazione l’ha lasciato, se hanno dato pure il Nobel della letteratura a Bob Dylan. E comunque quella sua canzone dice ancora una cosa sacrosanta: “Quante volte deve guardare in alto un uomo / prima che riesca a vedere il cielo? / Quante orecchie deve avere / prima che possa udire piangere le persone? / E quante morti ci vorranno / perché sappia che troppi sono morti?”. La risposta, oggi, come allora, soffia ancora nel vento. 

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