SALISBURGO/ Opera: “Wozzeck” tragedia umana

- Giuseppe Pennisi

Wozzeck di Alban Berg completa la tetralogia del potere e dell’eros che costituisce una parte centrale del Festival Estivo di Salisburgo 2017. di GIUSEPPE PENNISI

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Foto di Tobias Schabel

Wozzeck di Alban Berg completa la tetralogia del potere e dell’eros che costituisce una parte centrale del Festival Estivo di Salisburgo 2017. Sono passati quasi cento anni dal suo debutto, ma l’opera è fresca ed innovativa come allora. Riassume il dramma di Buchner del 1830 (25 scene circa tre ore di spettacolo) in 90 minuti in tre atti, ciascuno di cinque brevi scene ciascuna; si presta, come a Salisburgo, ad una messa in scena senza intervallo. Ciascuna scena segue una forma musicale specifica Tramite il dramma del soldato semplice il quale, sfruttato dai superiori (e che si fa sfruttare per guadagnare qualche soldo di più per arrotondare la sua misera paga), e tradito dalla moglie con il prestante Tamburo Maggiore della banda della compagnia, diventa omicida e suicida, Berg presenta un viaggio verso l’abisso nel contesto di una visione fortemente pessimistica dell’avventura umana. L’allestimento all’edizione presentata al Festival Estivo di Salisburgo 2017, coprodotta con il Metropolitan di New York, il Canada Opera di Toronto ed Opera Australia di Sydney si differenzia profondamente dalle ultime recensite su questa testata, quelle viste ed ascoltate nell’autunno 2005 al Festival Enescu di Bucarest ed al Teatro alla Scala di Milano.

In primo luogo, messi sullo sfondo, e non sul fronte del palcoscenico, tutti gli orpelli filosofici che pur caratterizzano il dramma, la regia di William Kentridge (forse la migliore da lui fatta per un teatro d’opera) è incentrata sul dramma umano del protagonista e dei suoi interlocutori in un ambiente in cui l’umanità è sempre in guerra.

Il palcoscenico è dominato da una montagna di piattaforme sempre in bilico, frammenti di scale di legno, mobili abbandonati (un quadro di povertà). Su alcuni schemi vengono proiettate scene, di guerra e disegni caricaturali. Si passa rapidamente da interni ad esterni, dalla casa di Wozzeck, allo studio del Dottore, all’ufficio del Capitano, alle taverne, al bosco alla struggente piazza di villaggio i cui gli abitanti apprendono della morte di Marie mentre il figlio dei due protagonisti continua a giocare sul cavallo a dondolo in ‘mi minore’, un finale straziante. La regia di Kentridge (il suo consueto team, Luc de Wit co-regista, Sabine Theunissen scene, Greta Goiris costumi, Catherine Meyburgh, video) non sarebbe sufficiente al gran rilievo dello spettacolo senza l’apporto dell’orchestra e dei cantanti. I Wiener Philharmoniker, guidati di Vladimir Jurowski in grande forma, danno una grande sonorità alla dodecafonia della seconda scuola di Vienna, rendono emozionante e commovente tutta la partitura, soprattutto gli interludi. Non eccedono mai nell’enfasi, trattano la scrittura musicale come un’elegia. Matthias Goerne (Wozzeck) e Asmik Grigorian (Marie) sono perfetti nei loro ruoli, umanissimi, pacati, senza nessun accenno a sembrare psicopatici stralunati come avviene in altre produzioni recenti. Il folto gruppo di personaggi che li attornia appartengono anche essi ad un’umanità “normale” e per questo ancora più drammatica in un mondo di pessimismo cosmico in cui (tramite le proiezioni, aerei si distruggono in cielo, il mondo è solcato da trincee ed ospedali da campo).

Lo spettatore viene lasciato con un interrogativo: è la Grande Guerra o piuttosto il mondo di sempre? Ma applaude commosso e di cuore.

Wozzeck – ricordiamo- ha avuto la sua prima italiana al Teatro dell’Opera di Roma nel novembre 1942: dirigeva Tullio Serafin, era protagonista l’allora giovanissimo Tito Gobbi. Eravamo in guerra, alleati con i tedeschi, l’opera era vietata in Germania e in tutti i Paesi occupati perché ritenuta “degenerata” e proibita di fatto negli Stati Uniti perché considerata “un oltraggio al pudore” (arrivò al Metropolitan solo nel 1958). La messa in scena dell’opera a Roma nel 1942, nel teatro preferito del Duce, voleva significare una presa di posizione “eretica”. Era il segno della grande attenzione che allora (anche a ragione della politica governativa, lo descrive bene il libro di Stefano Biguzzi L’orchestra del Duce, Utet 2003) riceveva la musica contemporanea. In effetti il capolavoro di Berg era inserito in una stagione dedicata alla musica allora da considerarsi contemporanea. Altresì, una era anche una pasquinata (sberleffo) che i romani, che applaudirono calorosamente, volevano intenzionalmente fare agli alleati troppo vistosamente presenti in città (mentre in Nord Africa, Montgomery dava botte da orbi alla volpe del deserto Rommel).

Questa edizione di Salisburgo, New York, Toronto e Sydney andrebbe ripresa in Italia. A Roma o altrove.

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