SHELBY LYNNE & ALLISON MOORER/ “Not Dark Yet”: canzoni del perdono

- Paolo Vites

Shelby Lynne e la sorella Allison Moorer per la prima volta insieme su disco, in un disco che è riconciliazione con il loro terribile passato. PAOLO VITES

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Allison Moorer, a sinistra, e Shelby Lynne, a destra

Un giorno di trent’anni fa, una donna apre la porta di casa. Fuori, c’è il marito che è venuta a cercarla dopo che lei è fuggita con le due figlie, stanca delle violenze subite dall’uomo, un alcolizzato depresso. Dietro di lei ci sono le loro due figlie, due ragazzine di 17 e 14 anni rispettivamente. Hanno paura, ma non immaginano quello che sta per succedere. Lui tira fuori una pistola e spara alla moglie, ammazzandola sul colpo. Poi gira l’arma verso se stesso e si uccide. In un momento solo, tutta la vita delle due ragazze sprofonda in un buco nero senza capire il perché. 

Trent’anni dopo le due ragazzine sono due donne adulte, ognuna con la sua carriera discografica, 22 dischi sommando quelli di ciascuna. La sorella più grande, Shelby Lynne, ha vinto anche un Grammy nel 2001 nella categoria miglior nuovo artista, mentre l’altra, Allison Moorer, ha ottenuto una nomination agli Oscar come miglior canzone originale inclusa in una colonna sonora, nel 1998.

Ognuna ha avuto un percorso musicale diverso: Shelby, quella che più ha sofferto del trauma infantile, è una raffinata interprete. Il suo disco in cui ha inciso alcune canzoni del repertorio della leggendaria cantante inglese Dusty Springfield è un capolavoro assoluto di capacità interprativa, intimo e sofferente come lo è le. Allison è una rocker vigorosa, amante del country sudista e fuorilegge. Non per niente è stata per alcuni anni la moglie di uno come Steve Earle. Sebbene molte canzoni delle due siano dedicata all’altra, non hanno mai inciso insieme fino ad adesso. “Not Dark Yet” è il loro primo disco insieme ed è di una bellezza e di una profondità che solo due persone che hanno sofferto insieme possono essere capaci di fare. “Non potrai mai più vedere le cose allo stesso modo” spiega Allison. “Per il resto della tua vita ti sentirai come se non esistesse un posto sicuro. E’ qualcosa di devastante. L’arte è quel posto che ci ha permesso di essere al sicuro”.

Shelby Lynne non si è mai sposata e ha deciso da sempre di non avere figli; Allison Moorer ha avuto un figlio autistico dal suo matrimonio con Earle. Entrambe hanno combattuto le loro battaglie contro l’alcolismo, ma alla fine l’arma vincente per superare il dolore è sempre stata la musica.

A parte un solo brano autografo scritto in coppia, Is It Too Much, il disco contiene brani altrui. Ma quella canzone è una sorta di riconciliazione con un passato orribile che ancora le segna e un momento di speranza condiviso. “Nessun altro porta questo peso enorme, non lo sai che non sei sola? Sono qui per aiutarti a posarlo giù”. Una canzone sussurrata come se le sorelle fossero tornate a guardare quella scena orribile di trent’anni fa, con una consapevolezza diversa, ma ancora con il cuore trafitto da un dolore insuperabile, dove sembra che le lacrime possano sgorgare in ogni momento e in cui la domanda espressa nel titolo potrebbe non avere mai risposta. Ma il modo in cui le due sorelle condividono il canto è abbastanza per indicare che è possibile.

Il disco è una raccolta di brani suonati con pochi strumenti, in modo elegante e discreto in cui si alternano le loro voci, il pianoforte della Lynne, le chitarre della Moore, una raccolta di brani eterogenei a dimostrare le loro diverse influenze, da Lithium dei Nirvana a classici country dei Louvin Brothers come Every Time You Leave, e poi il Nick Cave di Into Your Arms e il Townes Van Zandt di Lungs. Tra i bravissimi musicisti presenti, spiccano il tastierista degli Heartbreakers di Tom Petty, il chitarrista Doug Pettibone e Teddy Thompson, figlio del leggendario Richard, che è anche l’ottimo produttore del disco, capace di raccogliere il dolore che qui si respira a piene mani e conugarlo in preghiera musicale. Spicca il brano che dà il titolo al disco, del Bob Dylan dell’ultimo periodo, una ballata che già nell’originale si manifestava come una maestoso inno di speranza ma di inquietudine: non è ancora scuro, ma lo sta diventando. Le due sorelle si alternano alle voci, si uniscono, si calano nel loro buco nero per emergerne in modo strepitoso con la consapevolezza che il loro dolore non è affare per nessun altro e che nessuno, solo chi ha vissuto tragedie simili, potrà avvicinare. E che allo stesso tempo il dolore è parte della vita di tutti.

In Lithium si distingue Pettibone con giochi meravigliosi di chitarra psichedelica mentre le angoscianti liriche di Kurt Cobain risuonano nella casa degli orrori delle due sorelle (I’m so happy because today I’ve found my friends They’re in my head I’m so ugly, but that’s okay, ‘cause so are you (…) I like it, I’m not gonna crack I miss you, I’m not gonna crack I love you, I’m not gonna crack I killed you, I’m not gonna crack), a riempire i buchi lasciati dai vuoti delle due voci che sembrano provenire dall’oltretomba mentre Into Your Arms, nel canto collettivo delle due, è una esplicita dichiarazione da una all’altra. Un disco che è impossibile interrompere, una sorta di veglia funebre ma in cui magia e riconciliazione prendono il sopravvento. Lungs è ancora una volta un richiamo alla morte che ci sovrasta e ci segue come un’ombra, nel suo incedere folk asciutto e incalzante (Salvation sat and crossed herself Called the devil partner Wisdom burned upon a shelf Who’ll kill the raging cancer).

Spiega Shelby Lynne che il perdono è il solo modo per uscire da un trauma come il loro. Perdono, questa parola dimenticata: “Cantare insieme è come tornare a casa, siamo ciascuna la guardia del corpo dell’anima dell’altra”. 

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