CLAUDIO CHIEFFO/ La mostra al Meeting: la casa di un popolo

- Paolo Vites

La mostra dedicata a Claudio Chieffo nel decimo anniversario della sua scomparsa al Meeting di Rimini si è rivelata un successo straordinario. Ecco perché. PAOLO VITES

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La mostra dedicata a Claudio Chieffo al Meeting di Rimini

Quando, almeno un paio di anni fa, Benedetto Chieffo cominciò a parlarmi dell’idea di fare una mostra al Meeting in occasione dei dieci anni della scomparsa di Claudio, caduti lo scorso 19 agosto, col piacevole cinismo che mi contraddistingue sempre gli dissi di scordarselo. E i soldi? cominciai a dire. E le persone che se ne devono occupare? E la gente, sarà interessata? Ci si ricorda ancora di lui? E la voglia che ho di non fare niente? (pensai, senza dirglielo però).

Ma, sapete come si dice, chi insiste ottiene sempre qualcosa, almeno per farlo smettere di essere appunto insistente. La mostra c’è stata, e io non ho fatto praticamente nulla, ma c’è stata grazie all’insistenza e al coraggio di Benedetto. Ed è stata un successo straordinario che il sottoscritto, cinista buonista, non si aspettava lontanamente. Ci si ricorda ancora di lui? Sì, e tantissimo. Circa 1500 persone al giorno hanno visitato la mostra, guardando in assoluto silenzio commosso il video che raccontava Claudio, nonostante le difficoltà audio, tipiche di ogni buon Meeting, con lunghe file di gente che aspettava il proprio turno per entrare. Il cofanetto contenente due cd live inediti e un dvd di circa un’ora differente dal filmato visto a Rimini, è andato esaurito in 5 giorni. Adesso è in ristampa, circa duemila copie vendute.

Ovviamente il merito della riuscita è tutto di Benedetto, che con un bebè nato poche settimane prima del Meeting con quel che comporta, ci ha creduto fino  in fondo, trovando un gruppetto di persone fantastiche che hanno realizzato il tutto (Massimo Bernardini, Alessandra Stoppa, Giovanni Fasani, Anna Formaggio, Stefania Malapelle, Camillo Addis, Giuditta Melesi, Fausto Leali, Daniele Melesi, Matteo Ricca, Mauro Pierro, Marta Stagioni e la collaborazione esterna di Mario Brioschi e Fabrizio Scheda). 

E’ riuscito anche a portare il sindaco di Forlì, Benedetto, alla presentazione della mostra, il quale ha anticipato il sottoscritto che si era preparato la fatidica domanda da una settimana, annunciando pubblicamente che il comune dedicherà una piazza io una via della città a Claudio. E’ stato bello vedere finalmente un rappresentante delle istituzioni parlare di Claudio (il sindaco era anche un suo ex alunno peraltro). 

Ah, e poi c’è stato anche il concerto di Benedetto tutto esaurito ancora prima che cominciasse il Meeting che ha cantato le canzoni del padre. Anche se non siamo riusciti a portare Glen Hansard come ospite speciale, Ben ha dimostrato che per cantare Chieffo non c’è bisogno di ospiti speciali. Sembrava di essere a un concerto di Springsteen per i saloni della fiera, con la gente che cercava e chiedeva biglietti ormai introvabili. 

Sono felice di dire che ho perso su tutti i fronti. Ho toccato con mano che c’è ancora un popolo, sconfinato, che ama Claudio e le sue canzoni, con buona pace di critici illuminati, esperti musicali, sapientoni di questo e di quello che discutono ancora se le canzoni di Chieffo valgono qualcosa o no, se vadano cantate e come vadano cantante. Il popolo, gente semplice, capisce più di quello che capiscono i loro capi.

Chissenefrega delle classifiche, chi sono i migliori cantautori italiani. Personalmente ritengo che Claudio è stato una delle voci più grandi e anche uno degli autori migliori del 900 italiano, ma io normalmente non vengo mai preso sul serio. 

Quando, dopo la presentazione con il sindaco, l’amico Massimo Bernardini e Benedetto, ho visto il video (lo avevo già visto a spezzoni mentre veniva preparato) mi sono scoperto a piangere quando mi hanno chiesto se mi era piaciuto. Non ero commosso solo perché rivedevo un vecchio amico sullo schermo, mi sono commosso per la bellezza devastante di quelle sue canzoni. Mi sono commosso anche a sentire Bill Congdon parlare della morte di un artista quando è impegnato a creare un’opera, sottolineando come un cantante muoia ogni sera sul palcoscenico davanti a migliaia o decine di persone. Morire a sé stessi perché il Mistero abbia uno spazio in cui passare: ha detto qualcosa del genere anche Bob Dylan. Gli americani se ne capiscono di arte. Naturalmente lo ha detto meglio di tutti Leonard Cohen: c’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che passa la luce. Si passa la mano sul viso, il grande pittore e mormora: “Mio Dio, Claudio non posso immaginare la tua sofferenza e il tuo coraggio a morire così ogni sera in pubblico, io che lavoro da solo chiuso nel mio studio”. No, non possiamo immaginare la sofferenza a cui Chieffo ha sottomesso la sua vita con umiltà. E ho capito che Claudio Chieffo non appartiene a nessuno, neppure a quel movimento che lui ha tanto amato. Era ed è oltre.

A quel punto, stavo cominciando a intuire qualche cosa. E’ buffo come nella vita quello che pensi di sapere non è mai abbastanza, c’è sempre un livello superiore su cui impattare. Chi nasce imparato è un poveraccio.

La sera, mentre tornavo a Milano da solo, ho messo su i due cd del cofanetto. E quello che avevo intuito il giorno prima è venuto fuori come un fiume.

Più di ogni discorso, di ogni libro, di ogni incontro, di ogni militanza, di ogni compagnia, sono state le canzoni d Claudio Chieffo a pormi davanti in carne, ossa e sangue Gesù Cristo. Le sue canzoni hanno spalancato in me ragazzino quel senso religioso che avevo dentro e a cui non sapevo dare una definizione, se non che era una sofferenza come quella di un parto che spingeva per uscire. Avevo bisogno di una crepa nel mio cuore, e lui, Chieffo, l’ha spalancata. Quante volte da ragazzino, quando in gruppo cantavamo La guerra, io toccavo con mano il buco che ho nel cuore e morivo come moriva Chieffo mentre l’aveva composta. Quante volte Basta con le parole ha  fatto uscire un urlo che non sapevo da dove provenisse, quante volte Padre ha descritto la mia vita ancora prima che accadesse. Che ne potevo campire a 15, 16 anni? Poco o niente. Ma, come dice ancora Congdon, quelle canzoni erano finestre aperte sul Mistero della mia vita. E al Meeting ho visto che è stato lo stesso per migliaia di persone. 

Chi dice che le canzoni di Chieffo belle sono solo le prime, non ha capito nulla. Più andava avanti negli anni e più, profeticamente, sentiva avvicinassi quell’Incontro così ardentemente desiderato da sempre: l’uomo fermo davanti al mare con occhi di bambino e la faccia segnata dal tempo sono io. Andare è la canzone che oggi descrive meglio di tutte cosa è oggi il suo popolo.

Uno degli ultimi giorni, mi ha raccontato Benedetto, alla mostra si è presentato un uomo, voleva comprare il cofanetto, aveva uno sguardo bellissimo. “Le canzoni di Claudio mi hanno aiutato molto”, gli ha detto. Era un carcerato, in permesso per visitare il Meeting.

Per una settimana quella cassa di chitarra che ospitava la mostra, è stata la casa di Claudio e dei suoi amici. Lui c’era, fisicamente. 

Grazie alla famiglia Chieffo per averci permesso di entrare in questa casa: Martino, Benedetto, Maria Celeste e Marta. 

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