OPERA/ “Ulisse” approda a Roma

Delle tre opere di Monteverdi giunte ai giorni nostri Il Ritorno di Ulisse in Patria è la meno rappresentata, nonostante sia forse la più vicina ai gusti di oggi. GIUSEPPE PENNISI

10.10.2018 - Giuseppe Pennisi
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Foto di Alex Giagnoli

Delle tre opere di Monteverdi giunte ai giorni nostri Il Ritorno di Ulisse in Patria è la meno rappresentata, nonostante, per diversi aspetti, sia forse la più vicina al gusto moderno: una vicenda nota a tutti, se non altro per avere studiato l’Odissea alle secondarie superiori o per averne visto una delle numerose trasposizioni cinematografiche e televisive, una storia d’amore, numerose brevi scene da darle un taglio cinematografico.

 La ‘prima’ romana – nella città eterna non era mia stata messa in scena – è avvenuta il 5 Ottobre nel minuscolo (135 spettatori tra platea e due gallerie) ed elegante Teatro di Villa Torlonia, un luogo di spettacolo costruito alla fine dell’Ottocento in stile neo-classico, e restaurato e restituito al pubblico da un paio d’anni. Lo spettacolo, che andrà al Teatro Vespasiano di Rieti al Festival Reatino, è il frutto della collaborazione tra il Conservatorio di Santa Cecilia con l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, l’Accademia Filarmonica Romana ,il Teatro dell’Opera e la Fondazione Sordi per i giovani. Pensavo di andare ad un saggio di fine corso per giovani musicisti, ma ho assistito ad uno spettacolo da ‘Premio Abbiati’ (l’Oscar italiano per la musica colta); non lo avrà perché solo pochi critici musicali hanno avuto l’occasione di vederlo ed ascoltarlo.

L’opera mi incantò quando la vidi la prima a Washington nel 1974, interpretata da Frederica von Stade e Richard Stilwell in un allestimento che con poche modifiche, arrivò al Festival di Glyndebourne e di cui esiste un disco della CBS. Venni deluso da messe in scena iperbarocche (come quella, di Harnoncourt, a Zurigo negli Anni Ottanta) o con una piega politica (come quella di Ronconi, al Maggio Fiorentino alla fine degli Anni Novanta). Venni riconquistato da quella di Sir Adrian Noble (regia) e Sir William Christie (direttore d’orchestra) a Aix en Provence nel 2000. L’allora Sovrintendente (Stéphane Lissner) non credeva nel progetto ed a coloro che lo proponevano venne chiesto di economizzare al massimo. Noble e Christie rinunciarono al cachet; i giovani cantanti vennero pagati al minimo salariale (il francese “smig”). Ero alla “prima” il 9 luglio del 2000; dopo 2 ore e 40 di musica (e 20 minuti di intervallo), ci furono 25 minuti di applausi ininterrotti. 

Da allora, l’allestimento è tornato a grande richiesta a Aix nel 2001 (tornai a vederla) ha girato in tre continenti per cinque anni. In Italia, si è visto nel 2005 in otto teatri ‘di tradizione’ con l’esecuzione musicale affidata ad Ottavio Dantone ed all’Accademia Bizantina. Tra le ragioni del successo è stata l’ambientazione in una scena unica (che consente un taglio cinematografico) , un ottimo ensemble barocco (con strumenti d’epoca) ed un cast di giovani cantanti attori. Gli stessi ingredienti dell’allestimento al Teatro di Villa Torlonia.

Il libretto di Giacomo Badoaro segue fedelmente l’Odissea, è di ottimo livello ma non è capolavoro assoluto come quello che l’avvocato Giovanni Francesco Busenello regalò a Monteverdi per l’Incoronazione di Poppea. Tuttavia, mentre l’Incoronazione è frutto di lavoro di “bottega” (il duetto più noto, e più sfacciatamente erotico, è stato messo in musica di Giovanni Cavalli, allora giovane allievo di Monteverdi), la partitura è quasi interamente di pugno dell’autore e se ne è trovato un solo esemplare (alla Biblioteca Nazionale di Vienna) ; ciò pone  problemi filologici minori di quelli dell’Incoronazione (di cui esistono due manoscritti molto differenti), ma quel che è rimasto dell’orchestrazione è, in più parti, carente. Ciò spiega non solo le fioriture di Harnoncourt (ed i languori quasi tardoromantici della lettura di Julius Rudel a New York) ma anche e soprattutto che se ne siano affidate riscritture a Dallapicolla (Firenze, 1942) e a Hans Werner Henze (Salisburgo, 1985). Il primo aggiorna la partitura. Il secondo la asciuga.

Alessandro Quarta, alla guida del Reate Festival Baroque Ensemble (con strumenti o d’epoca e molto simili a quelli dei tempi di Monteverdi) lavora sul testo originale integrale (dividendo il lavoro in due parti, invece che in tre atti con prologo) come fecero Sir William Christie e Ottavio Dantone. Ne risulta una lettura avvincente per la attualità del suono, sia nell’accompagnare arie, duetti e recitativi sia soprattutto nelle “sinfonie” e nei “ritornelli” che danno corpo all’evolversi delle situazioni drammatiche.

Una scena unica (Michele Dalla Cioppa) con elementi mobili e costumi (Anna Biagiotti) differenziati: contemporanei per Ulisse, Penelope, e gli altri della vicenda principale , e di tardo Ottocento e inizio Novecento per gli Dei (Giove, Nettuno, Minerva, Giunone) che cantano dai margini di sinistra e di destra della prima galleria.

Ingegnosa la regia (Cesare Scarton). Fa de Il Ritorno di Ulisse in Patria un dramma musicale modernissimo (il ‘pastore’  Eumete veste in clergyman ed officia l’Eucarestia) grazie alla agilità e prestanza dei giovani cantanti-attori (che consentono anche di mostrare le scene erotiche, sempre presenti nell’opera barocca veneziana, ma spesso de-enfatizzate poiché i cantanti non hanno il fisico adatto). Quindi, uno spettacolo giovane e per giovani. In sala erano numerosi.

Una dozzina di cantanti (alcuni in più ruoli) interpretano la ventina di personaggi in scena. Impossibile ricordare i numerosi interpreti. Spiccano il baritono Mauro Borgioni (Ulisse), il mezzosoprano Lucia Napoli (Penelope), il tenore Roberto Manuel Zangari (Telemaco) , il controtenore Enrico Torre (in più ruoli). il soprano Sabrina Cortese (anche lei in più ruoli). Diventeranno famosi: ne sono certo.

Sorge spontaneo un interrogativo: perché uno spettacolo di questo livello non viene ceduto ad un circuito di ‘teatri di tradizione’ , come Opera Lombardia, per  fare conoscere un capolavoro in un allestimento economico e di grande livello?

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