LETTURE/ Al Green, “l’ultimo cantante soul”: il reverendo che reinventò la musica black

- Paolo Vites

Non molto conosciuto in Italia, Al Green è stato uno dei massimi esponenti della più autentica musica soul e anche l’ultimo vero interprete di questo genere. PAOLO VITES

al-green
Al Green

“A ben vedere il suo (di Al Green, ndr) è il viaggio di una comunità ben più grande, quella dei neri d’America, sempre divisi fra il camminare con Dio e vagare nel mondo, tra il canto del blues in prigionia  e degli spiritual nella speranza. Questa tensione attraversa tutta la vita e di conseguenza l’opera di Al Green”. Queste parole di Lucia Settequattrini (conduttrice radiofonica, giornalista, insegnante) nel suo affascinante e approfondito libro dedicato a quello che è stato definito “l’ultimo cantante soul”, Al Green (“Io sono un cantante”, VoloLibero, 106 pagine, 12,00 euro) spiegano il fenomeno della musica black, almeno fino a quando era tale, prima di perdersi nei meandri di mille commercializzazioni che a partire dalla disco e poi a certo hip hop ne hanno cancellato l’anima. Al Green, piuttosto dimenticato oggigiorno anche perché più che alla musica si è dedicato da alcuni anni al ruolo di predicatore evangelico, arrivato al grande successo nei primissimi anni 70 dopo anni di infruttuosa gavetta, è ancora un cantante nella scia degli immensi Otis Redding o Sam Cooke o il suo idolo Jackie Wilson, ma allo stesso tempo originalissimo nel suo stile.

Il libro di Lucia Settequattrini, anche se le pagine sembrano poche, è colmo di notizie, approfondito, lucido, con una capacità uniche di cogliere lo spirito della sua musica, nel raccontare la storia tormentata di un artista sempre diviso tra fede e ricerca spasmodica del successo, fino a incappare in storie degne di una film di Blaxploitation. Ad esempio il difficile rapporto con le donne, personaggi inquietanti che gli si attaccano e che lui non rifiuta, fino all’episodio di una di queste che gli getta addosso una pentola di acqua bollente tentando se non di ucciderlo di rovinarlo fisicamente per sempre. 

Originario dell’Arkansas, trasferitosi con la famiglia nel nord industriale, vero nome Al Greene, il futuro autore di capolavori come Let’s Stay Together, incomincia dai più sporchi bassifondi dell’America nera cercando la sua strada perché nel suo cuore sa che lui diventerà una star: “Al impara cosa fosse l’inferno in cui tante volte pensava di essere sceso per poi risalire: una città parallela con la sua gerarchia, i suoi poteri, e le sue specialità – alcol, droga, prostituzione, gioco d’azzardo, scommesse; insomma allo zenit dai cardini della famiglia, la chiesa e la musica sacra”. Ma anche nei momenti più sconfortanti, ha una convinzione che non lo lascerà mai: “Dio agisce per vie misteriose, non lasciate che qualcuno vi dica qualcosa d’altro”. E così sarà: l’incontro con il produttore Willie Mitchel e poi il successo da decine di milioni di album venduti cominciando con il singolo Tired of Being Alone. Il soul di Al Green è musica di alta classe, elegante, una voce unica che si alza forte verso i cieli e che cresce sempre di più: “Era arrivata la canzone il cui attacco da allora è praticamente l’inno americano all’amore, dal più piccolo stato dell’Unione alla Casa Bianca (…), era arrivata Let’s Stay Together“.

Oggi Al Green lo potete trovare ogni domenica mattina nella chiesa Full Gospel Tabernacle a Memphis, nel Tennessee. C’è gente che viene da tutto il mondo per sentire il Reverendo Al Green cantare le preghiere al Signore. D’altro canto Elvis Costello, alla domanda se avesse mai avuto una esperienza mistica, rispose: “Sì, vedere Al Green cantare dal vivo”. 

“E’ te che voglio, ma è di Lui che ho bisogno” canta nel brano Belle. Questo libro è uno dei più completi e appassionanti compendi di musica black che si possa leggere in Italia con una introduzione di Massimo Oldani, voce di Radio Capital, e una sezione di curiosità discografiche di Graziano Uliani, creatore del Porretta Soul Festival.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori