EMMA TRICCA/ “St. Peter”: da Omero ai Dream Syndicate, la magia che fa impazzire l’uomo

- Paolo Vites

Emma Tricca, cantautrice italiana ma da anni residente in Inghilterra, arriva al fatidico terzo disco, un piccolo capolavoro con accompagnatori illustri. PAOLO VITES

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Emma Tricca

A volte recensire un disco è impresa ardua. Per comodità di chi scrive, ma anche di chi andrà a leggere, è impresa comune infatti infarcire la recensione di riferimenti ad altri artisti. Permette di farsi una idea di che tipo di musica viene offerta nel disco stesso, di avere una sorta di bussola. Va anche detto che in questo terzo millennio, dove c’è un repertorio di circa 60 anni di canzoni da cui prendere spunto, sono gli artisti stessi che facilitano il lavoro al recensore: si copia, oggi, e tanto, tantissimo.

Poi ti capita il disco a cui non sai dare alcun riferimento. Ti sforzi, e magari qualcosa ti viene in mente, un po’ dei primi Pink Floyd, un po’ di Joni Mitchell, qualcosa di certi gruppi folk-psichedelici inglesi dei primi anni 70. Ma sono ombre, cose che solo tu hai in testa. Improvvisamente trovi la chiave per entrare nel cuore del nuovo, terzo lavoro di Emma Tricca, la bravissima cantautrice italiana di stanza a Londra da anni, “St. Peter”. 

Tra il primo e secondo brano c’è la voce di un uomo, una voce quasi nascosta, che sembra giungere dal mondo dei fantasmi, che pronuncia poche parole. E’ intrigante, affascinante, ma la devi riascoltare parecchio per capire cosa dice: “Magic to make the man go mad”, magia che fa impazzire l’uomo (per la cronaca e per i più precisi, è una parafrasi presa dall’Iliade di Omero, “There is the heat of Love, the pulsing rush of Longing, the lover’s whisper, irresistible—magic to make the sanest man go mad”). Quale magia, quale pazzia? L’amore, ovviamente. Sempre per la cronaca, la voce appartiene a Howe Gelb, l’ex leader dei Giant Sand. E’ il primo indizio.

Entriamo allora nei meandri di un disco misterioso, affascinante, originale, che fa vibrare il nostro Io nel più profondo. In una parola, un disco come pochi, pochissimi.

Se poi chiedete all’autrice il perché di una frase come questa, o chi è il “St. Peter” che intitola l’album, ecco il secondo indizio: vi risponderà innocentemente che non lo sa, il disco si chiama così perché suonava bene. Ed è la risposta migliore. Che sia la bellezza delle parole e della musica a guidare il nostro inconscio lasciando trapelare quello che la nostra anima contiene. San Pietro il custode delle chiavi del cancello del Paradiso che ci apre o ci sbarra le porte del nostro Io? San Pietro il discepolo vigliacco che tradisce il suo Maestro? San Pietro chi? Non importa.

Ed è così che suona questa magnifica raccolta di canzoni, dove Emma Tricca si circonda di pezzi da novanta come Steve Shelley, batterista dei Sonic Youth, Jason Victor, chitarra dei Dream Syndicate (anche al basso e alle tastiere), Judy Collins che recita in un suo vecchio pezzo, Solomon Said invece di cantarlo. 

La cantautrice romana di casa in Inghilterra ha cambiato strada, questo disco è una svolta? Non esattamente. La purezza magica della canzone folk di fine anni 60, primi 70 (Bridget St. John, Vashti Bunyan, Nick Drake) è sempre il fuoco che anima la cantautrice, ma questa volta quel mondo visionario che le appartiene trova esplicito rimando nelle costruzioni soniche dei suoi accompagnatori. Tutto sembra improvvisato, le parti strumentali seguono la voce della cantante in modi personali ampliandone la melodia e portandola in un altrove fatto di chitarre fuzzy in crescendo, o in un accompagnamento ritmico quasi jazz. 

E’ il caso di Building in Millions, un brano che comincia come un valzerone sbilenco e distorto, dove la chitarra di Victor sale in un crescendo che si incrocia fascinosamente con le tastiere. Nella deliziosa e delicata traccia di apertura Winter My Dear la chitarra sembra imitare versi di gabbiani in lontananza e ti trovi su una spiaggia deserta da qualche parte nel nord dell’Inghilterra. In Salt le capacità melodiche di Emma Tricca sono al suo meglio, in una incalzante ballata folk che poi si apre a sonorità classicheggianti con ancora l’elettrica di Victor a prendersi il finale. In Green Box Jason Victor conquista spazi di distorsione e malinconia. Nella sognante e mazzata The Servant’s Room Emanuel Ayvas al pianoforte gioca il ruolo che John Cale giocava in Northern Sky di Nick Drake, aprendo a spazi infiniti. Judy Collins, la voce per eccellenza del folk anni 60, recita la sua Solomon Said su un tappeto elettrico distorto e metropolitano, quasi fosse Lou Reed sulla Bowery.

Il sogno (o l’incubo) si dilata e si apre alla luce del giorno nella bella traccia conclusiva, So Here It Goes, incantevole melodia, ma era uno scherzo: il brano si dilata in una esplosione sonica che ci riporta all’inizio del viaggio. Come una seduta terapeutica, “St. Peter” ci fa venire in mente una frase di Carl Jung: “La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.” Questo è l’invito che ci fa Emma Tricca.

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