BALLETTO/ Manon sulle punte al teatro dell’Opera di Roma

- Giuseppe Pennisi

Dopo 26 anni di assenza, nel 2010, era tornata a Roma un’esemplare Manondi Jules Massenet in co-produzione con l’Opéra di Montecarlo. E’ tornata. GIUSEPPE PENNISI

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Foto di Yasuko Kageyama

Dopo 26 anni di assenza, nel 2010, era tornata in una Roma pronta a correre in spiaggia un’esemplare Manon di Jules Massenet in co-produzione con l’Opéra di Montecarlo. Ad otto anni di quella produzione, il 25 maggio (sempre a ridosso dell’estate) è arrivata al Teatro dell’Opera una Manon da Jules Massenet, piuttosto che di Jules Massenet. 

E’ un balletto di Kenneth McMillan che debuttò a Londra venticinque anni fa e da allora ha fatto il giro del mondo. La musica è di Jules Massenet ma non dell’opera eponima; si tratta di 47 brani tratti da vari lavori del compositore  opere ma anche sinfonie, oratori sacri e simili. Il libretto non segue necessariamente quello di Henri Meilhac and Philippe Gille utilizzato da Massenet perm la sua opera in cinque atti. È una versione del romanzo “L’Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut” dell’abate Antoine Francois Prévost abbastanza fedele al racconto, In Italia l’opera di Massenet è poco rappresentata non solo per lo sforzo produttivo che richiede (5 atti, 6 quadri, 18 solisti, coro, corpo di ballo, dizione in francese – alla Scala negli anni Settanta Mirella Freni e Luciano Pavarotti, con la direzione musicale di Peter Maag- veniva proposta in versione ritmica italiana e fortemente tagliata), ma anche in quanto travolta dalla più moderna e italianissima, Manon Lescaut di Giacomo Puccini, composta solo pochi anni dopo quella di Massenet.

 

In gran misura autobiografico, il libro di Prévost è imperniato sul protagonista maschile che l’abate non esita a mostrare come un gaglioffo tormentato, ma pur sempre cinico e corrotto (oltre che corruttore). Nulla di simile al tenero giovincello innamorato di Massenet o allo studente sensuale e passionale di Puccini.


In effetti, tralasciando l’opéra-comique di Daniel Auber e altre versioni minori, occorre aspettare il 1950 o giù di lì perché con il Boulevard Solitude di Hans Werner Henze si ritrovino trasportati nella Francia della prostituzione e della droga degli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, i personaggi e il clima di Prévost, pur se, sulla scena, non ci sono riferimenti ai più espliciti aspetti sessuali del romanzo settecentesco. Con una qualifica: come molti scrittori libertini (tra cui lo stesso Marchese De Sade), l’abate aveva non solo un vero senso di colpa nei confronti dei propri trascorsi (tra altare e postribolo), ma anche intenzioni moralistiche (ambedue distinte e distanti dall’opera di Henze, come, peraltro, da quelle di Puccini, Massenet e Auber) tanto che eros e sesso non venivano vissuti in modo gioioso.

 

Il lavoro di McMillan, che è in scena a Roma in allestimento del teatro Stanislasky e Nemirovich-Danchenko di Mosca fedelissimo a quello che andò in scena un quarto di secolo fa a Londra (bellissime le scene ed i costumi di Nicholas Georgiadis,)  legge l’intreccio come una parabola di dualismo tra eros e misticismo, tra fango e sogno di una giovane piccolo borghese desiderosa di ascesa sociale (e di lusso e lussuria) e pronta a tutto, anche a prostituirsi ed a barare per farlo. Anche Des Grieux è sempre in bilico tra seminario (a cui era stato  della famiglia destinato) e giochi erotici sotto le lenzuola. Mentre in Puccini l’eros torna prepotentemente in scena dopo 50 anni di melodramma passionale ma privo di sesso, in Massenet, l’eros – ha ricordato il compianto Carlo Casini – è letto con gli occhiali del perbenismo borghese del tardo Ottocento francese, quello tanto per intenderci dell’“affaire Dreyfus”. È l’erotismo di un immaginario Settecento elegante, un po’ viziosetto ma mai veramente peccaminoso.

 

Forte l’accento sulla giovinezza quasi innocente dei due protagonisti che si distacca da parte del mondo che li circonda. Quindi, un eros giovane, quasi inesperto all’inizio anche se la protagonista diventa sempre più insinuante, man mano che la vicenda procede e che lei passa da un letto a un altro. . Il vero ‘villano’ è il cugino Lescaut che vende la cuginetta al miglior offerente.

Pochi i bravissimi protagonisti: Manon (Eleonora Abbagnato), Des Grieux (Friedemann Vogel),Lescaut (Giacomo Castellana), Monsieur G.M. (Benjamin Pech), Madame (Alessandra Amato), L’Amante (Cristina Saso), il Carceriere (Damiano Mongelli), ma nei numerosi personaggi minori sono impegnati numerosi tra i primi ballerini del Teatro dell’Opera, il corpo di ballo ed anche gli allievi della Scuola di Ballo dell’istituzione.

I due protagonisti e Lescaut hanno ruoli difficilissimi , ed anche molto pesanti, che assolvono con maestria ed eleganza. L’intero spettacolo è una lezione di raffinatezza. L’orchestra, diretta da Martin Yates, ha amalgamato perfettamente i 47 brani senza fare avvertire soluzioni di continuità tra un brano e l’altro.

Un lavoro esemplare che si è concluso con dieci minuti di applausi ed ovazioni.

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