LETTURE/ “Abbassa quello stereo!”: sulla strada della musica con un papà rock

- Paolo Vites

Il terzo libro di Alberto Calandriello è dedicato al fan della musica rock e a come barcamenarsi fra famiglia e concerti, ma non solo. La recensione di PAOLO VITES

CALA-LIBRO
La copertina del libro

“Io sono prima di tutto un padre e un marito e poi sono un appassionato di musica quindi la mia vita è in gran parte pannolini, culi sporchi, passeggini e omogeneizzati: ed è bellissimo sia chiaro, io e mia moglie la figlia l’abbiamo voluta. Però mentre mentre mi riprendevo dalle fatiche rockettare, era buffo ripensare al nomadismo dei giorni precedenti, all’imminente tour di Springsteen, con nuovo nomadismo annesso e vedermi con la bimba in braccio o a giocarci insieme tra peluche e giostrino varie”. E soprattutto: “Eddie Vedder lo pulisce il culo a sua figlia?”.

Per una volta un libro sulla musica rock non parla delle mirabolanti avventure dei nostri idoli, non cerca di fare l’esegesi critico-saccente sulle valenze di questo o di quella star del rock, non ci riempie la testa di info-autoreferenziali. Per una volta un libro di musica rock è scritto dalla parte del fan della musica rock, anzi è scritto da un fan. “Un libro” dice l’autore “che più che di musica parla di me stesso e del mio rapporto con essa, delle volte che ho sentito la mia vita dentro le canzoni e delle volte in cui le canzoni mi sono entrate dentro cambiandomi la vita”.

Insomma, dalla nostra parte, quella di chi fatica a mettere via i soldi per comprare il biglietto, che deve fare accordi che neanche quelli di pace tra Palestina e Israele per avere il permesso dalla moglie di andare al concerto, che si fa centinaia di chilometri in macchina e pure ci dorme dentro e fa la fila all’ingresso sotto la pioggia con l’acqua alle ginocchia. Perché tutto questo?

Cerca di rispondere Alberto Calandriello, qua al suo terzo libro (“Abbassa quello stereo”, Gli Elefanti, 197 pg., euro 12 cartaceo; book 1,65), fan, ma in realtà anche un po’ critico musicale, da anni manda avanti un ottimo blog (ilcala.blogspot.it), la conoscenza e la cultura musicale le ha abbondanti, per quanto conti definirsi “critici musicali” in Italia. Ma soprattutto Calandriello, Il Cala per gli amici, ha quel senso dell’humour tipicamente ligure che gli dà una molla in più: cinico, realistico, “malmostoso” come si dice da quelle parti (cioè scorbutico, scontroso) e a tratti incontenibile. Questo libro, fatto di agili capitoletti a volte anche di due pagine, lo si potrebbe benissimo vedere come un lungo monologo comico, una serie di sketch tipo Zelig. Perché Calandirello sa sorridere soprattutto di se stesso.

Non per questo mancano gli approfondimenti di taglio specializzato (il capitolo su Blood on the Tracks di Bob Dylan ad esempio; quello sulla canzone Rain King dei Counting Crows; Creuza de ma di Fabrizio De André e molti altri). Ma Il Cala ci porta letteralmente in viaggio con lui quando ci racconta le sue avventure dietro a un tour dei Pearl Jam, e ci fa piangere sempre con lui quando ci parla di un particolare concerto di Springsteen o degli U2 (che poi sono i tre grandi amori musicali della sua vita).

C’è una presenza che lo accompagna, a volte in modo esplicito, altre tra le righe, ed è quella del padre, scomparso per una brutta malattia, con cui l’autore fa i conti per tutto il libro: “Quando sento la parola papà, forse è brutto, ma penso prima a me stesso come figlio che come padre”. Ed è bellissimo: non si potrà mai essere padri se prima non si è stati figli, con tutto quello che comporta, incomprensioni, silenzi, liti e poi l’abbraccio finale.

Alla fine di questi pellegrinaggi e di questi ascolti cosa resta? L’appartenenza a una comunità di pazzi, vagabondi dell’anima, innamorati della vita grazie alla musica rock, presi dentro in quel caldo abbraccio che per un paio d’ore ci fa sentire quello che la vita “reale” di solito tende a sommergere: “non è un peccato essere felici di essere vivi”, diceva Springsteen. E come dice la scrittrice Roberta Maiorano nella sua bella introduzione, “E’ questo quello che dovrebbe sempre fare uno scrittore: interpretare le emozioni di chi legge, entrare in simbiosi, farsi seguire, farsi odiare alle volte, o amare incondizionatamente”. Il rock è vivo se noi siamo vivi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori