RUNRIG/ Il tour di addio è più della fine di una band: sulle highlands cala la nebbia di una epopea

Sconosciuti in Italia, gli scozzesi Runrig sono stati uno dei gruppi più amati della storia del rock, narratori di una epopea in chiave celtica. Il tour di addio. FAUSTO LEALI

30.06.2018 - Fausto Leali
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L'addio dei Runrig

There must be a place, under the sun
Where hearts of olden glory grow young
(Hearts Of Olden Glory)

La band è andata via, eppure tutti continuano a cantare. Hanno ballato tutto il tempo, scandito con la voce e il corpo ogni singola strofa ed ora, dopo l’ultima canzone, seguitano a cantare. Non ne vogliono sapere che sia finita così, che quel sogno lungo quarantacinque anni sia terminato per sempre. E così rimangono lì, sul prato della Zitadelle di Berlino, lungo i corridoi della Lanxess Arena di Colonia, fuori dall’Apollo Theater di Londra, intorno alla Royal Arena di Copenaghen. Si salutano e si abbracciano, il sorriso sul volto, ma gli occhi pieni di lacrime e, intanto, continuano a cantare. Sono i Riggies, i fan dei Runrig, ed hanno appena assistito alla fine di un’era, l’ultimo capitolo di uno dei più splendidi gruppi della storia del rock. Certo, ci sarà ancora l’apoteosi finale, due concerti davanti al castello di Stirling, in quella Scozia che, ormai, non è più soltanto loro, perché il cielo delle highlands è entrato nei cuori di tedeschi, inglesi, canadesi e neozelandesi, scopertisi simili, dentro quelle canzoni, in tutti i loro sogni e desideri. Scrive Andrea, tedesca sulla strada di ritorno dopo il concerto di Herning, Danimarca: “le stagioni della nostra vita, le possiamo vedere dentro il cielo; ci sono le nuvole e il sole, la pioggia e i cieli azzurri; ci sono tempeste e c’è la neve, ci sono arcobaleni e c’è l’oscurità della notte.  E ci sono le stelle”. “You ask me to believe in magic”, recita Every River, canzone d’amore tra le più belle del gruppo, e quella magia è rimasta intatta nell’aria. E allora basterebbe questo, leggere gli stati d’animo delle persone, per capire che questo è molto di più del tour d’addio di una band. E’ una festa, una celebrazione, anche per chi, come David, confessa che il primo amore è stato l’heavy metal, ma che come loro non c’è nessuno: “nessun’altro gruppo ha toccato il mio cuore come i Runrig. Insieme a loro ho compiuto un viaggio fatto di felicità, tristezza, amore, lacrime e risate, amicizie e relazioni che rimarranno fino all’ultimo respiro della mia vita”.

Da noi, in Italia, la fama di questa band è passata pressoché inosservata. Appare difficile, perciò, spiegare la loro musica a chi non li ha mai ascoltati. Calum MacDonald, fondatore della band insieme al fratello Rory, entrambi compositori della quasi totalità dei brani, parla di “canzoni contemporanee, con una struttura rock, ma fortemente influenzate dalla musica celtica e dalla cultura gaelica”. Decisamente troppo poco, ma, d’altra parte, come raccontare con parole la loro musica, trasferire in immagini le atmosfere create dalle melodie, trasmettere l’impeto di quelle accelerazioni rock così simili alla marcia impetuosa di un esercito, tradurre in altre lingue la miscela di gaelico ed inglese che caratterizza le loro composizioni? Qualcosa di più, forse, si coglie volgendo lo sguardo verso i luoghi d’origine dei membri della band. Colori, climi, ma soprattutto dimensioni di isole e terre che richiamano sia la finitezza che il bisogno d’infinito scritto nell’animo di ogni uomo. “Qual è il tuo luogo preferito?”, venne chiesto una volta a Calum; “North Uilst”, aveva risposto il percussionista della band. Non Edinburgo, quindi, non Glasgow, nemmeno la London Calling dei Clash, ma l’estremo nord occidentale dell’arcipelago delle Ebridi, ed in particolare Clachan Sands, un sottile lembo di fine spiaggia bianca, circondato da monti e nebbia ed adagiato su un azzurro mare cristallino. La musica dei Runrig nasce quindi da un territorio, un luogo che consente all’anima di distendersi ed accogliere la tradizione di un popolo, così come di afferrare, in quei vasti spazi, dimensioni esistenziali che hanno una valenza universale.

Ripercorrere il lungo cammino di questi musicisti, un gruppo di amici dentro e fuori dal palco, che ha condiviso lo spirito di famiglia con migliaia di fans, è operazione che vale la pena di fare, anche se acuisce il dolore provocato dal loro abbandono delle scene, in un momento in cui non appaiono affatto lungo la parabola discendente della loro carriera.  Tutto nasce tanto tempo fa, sull’isola di Skye, dove Calum MacDonald e Donnie Munro sono compagni di scuola. La passione per la musica colora già i loro orizzonti, che non sono fatti fatti solo di quel mare e di quella terra che rendono dolce e torbato il sapore del whisky. Così, nel 1973, con l’arrivo di Blair Douglas e Robert MacDonald, che raggiungono Donnie e i fratelli Rory e Calum, il gruppo è pronto a partire. Il primo disco – Play Gaelic – viene prodotto nel 1978, in concomitanza dell’ingresso nella band dello straordinario chitarrista Malcolm Jones, che suona anche una forma elettrificata delle famose cornamuse scozzesi. The Highland Connection esce l’anno successivo e definisce i tratti essenziali della proposta musicale. Loch Lomond, brano presente sul disco e destinato negli anni a diventare un inno, ne appare l’emblema. 

L’inizio è lento, melodicamente struggente, e narra la storia di un condannato a morte, che si rivolge alla propria amata, vedendo i propri destini divisi, lungo una “high road” ed una “low road”, che procedono senza incontrarsi verso il lago di Lomond; poi il brano cresce d’intensità e, dopo un intermezzo ritmato in gaelico, si trasforma in una travolgente cavalcata rock. E’ solo la prima di una serie di grandi canzoni e di una manciata di dischi, che porta il gruppo a vivere una dimensione di successo planetario attraverso gli anni ’80 e ’90. La fisionomia musicale è sempre più originale, e si giova delle armonie vocali di Donnie e di Rory, dei virtuosismi chitarristici di Jones e del drumming energico di Iain Bayne, arrivato nel gruppo nel 1980; le liriche sono legate a tradizione, passione sociale e desiderio d’indipendenza della nazione scozzese, ben espressa in Alba – canzone incisa nell’album del 1987, The Cutter And The Clan – ed il cui titolo è sinonimo di Scozia. Lo stesso Munro, del resto, mostra un impegno culturale che travalica il semplice interesse per la musica: diviene infatti rettore dell’università di Edinburgo e, nel 1997, lascia il gruppo per tentare, peraltro con poco successo, l’avventura politica. 

L’uscita di Donnie rappresenta il giro di boa. I Runrig sono diventati celebri e la loro fama ha varcato i confini caledoni perché le loro canzoni narrano molto più che semplici tradizioni. E’ ancora Calum MacDonald a spiegare come esse siano ispirate da “ogni cosa che ti circonda e che ti trovi a vivere, giorno per giorno. Ogni cosa che vivi e prendi sul serio, il viaggio della tua stessa vita, la cultura gaelica, il paesaggio, la famiglia, un senso di spiritualità”. Canzoni, aggiunge Malcolm Jones, che “esplorano passato e futuro come gioia, perdita e speranza” ed é per questo che fanno breccia in altri cuori, e fanno sentire i loro fans come appartenenti all’unica grande famiglia umana, che condivide gli stessi desideri di felicità e di ricerca di significato. A Donnie Munro subentra Bruce Guthro, nuovo frontman della band sino ai giorni nostri. Canadese originario di Cape Breton, terra di emigranti scozzesi, arriva dopo un anno di audizioni tenute dalla band per sostituire un vocalist straordinario come Donnie ed ha caratteristiche diverse rispetto al suo predecessore, ma non certo minore carisma. Così, la seconda fase di vita della band si mostrerà non meno elettrizzante della prima ed anche i dischi si manterranno su uno standard elevato, sino all’ultimo – The Story – prodotto nel 2016 e proclamato, al momento dell’uscita, come l’ultimo lavoro della band. 

Lo scorso mese di settembre la band annuncia che è giunto il momento di “tirare giù le tende”. E’ il giorno che tutti si aspettano, ma di cui nessuno vorrebbe veder sorgere l’alba. “The Final Mile” è il breve tour d’addio: tre date in Germania, due in Inghilterra e due in Danimarca, tutte nel giugno di quest’anno, prima dell’ultima danza – “The Last Dance” – due show a Stirling, Scozia, i prossimi 17 e 18 agosto, subito sold out perché migliaia di persone hanno comprato il biglietto con una rapidità degna dei concerti di Bruce Springsteen. Poche date, in realtà, per quelli che, a detta di molti, appaiono come i più bei concerti della loro intera carriera, con una scaletta di 29 canzoni che ripercorrono la storia del gruppo, tratte da tutti i loro dischi. Ci sono le già citate Loch Lomond, Every River ed Alba. C’è Going Home, una delle più struggenti, resa splendidamente dalla voce di Bruce e famosa in passato per l’interpretazione di Donnie che, ne siamo certi, non mancherà di condividere a Stirling qualche brano insieme ai vecchi compagni, così come fece in occasione di “Party On The Moor”, il concerto-celebrazione del loro quarantesimo anniversario. C’è Year Of The Flood, in versione solitaria – chitarra acustica e armonica – di Bruce. Ci sono le ultime canzoni, The Story, The Place Where The Rivers Runs e, soprattutto, Somewhere, cantata con l’ausilio di un video nella versione in duetto tra Bruce e Julie Fowlis, canzone, quest’ultima, dedicata all’astronauta Laurel Clark, morta nel 2003 nel disastro della navicella spaziale Shuttle, andata distrutta al momento dell’impatto con l’atmosfera pochi istanti dopo che Laurel aveva messo come colonna sonora proprio la canzone dei Runrig Running To The Light

E poi ancora cavalcate travolgenti come Skye, Pride Of The Summer, Protect And Survive, Maymorning, Clash Of The Ash, Proterra, solo per citarne alcune; ma ogni canzone è un tassello, ogni brano è un hit, ognuno potrebbe essere degno d’inaugurare o concludere una grande serata. Serata che, in questi shows, si chiude immancabilmente con una versione da brivido di Hearts Of Olden Glory, vero e proprio inno della band, cantata, per l’occasione, a cappella, i musicisti mani dietro alla schiena e lacrime agli occhi, fissi dentro quelli del pubblico là sotto, che risponde in coro, verso dopo verso, prima di quell’abbraccio finale, tra di loro e con loro, i Riggies, isole di buona energia, amici e compagni di viaggio di mille avventure. 

Appare difficile, ancora una volta, sostituire la musica con le parole, ma, nel tempo della comunicazione globale, per fortuna esistono le foto, i video, i tanti messaggi da condividere sui telefonini, che per una volta diventano strumento d’unità invece che di divisione. Chi scrive ha perso per un soffio la possibilità d’essere presente al concerto di Londra e condividere dal vivo un pezzo della propria strada insieme a quella di centinaia e migliaia di altre persone. Ma un nuovo amico, uno di quei nuovi amici di penna che nascono in questi tempi moderni di social network, mi ha scritto: “sei uno di noi”. Carissimo Arion, amico tedesco mai conosciuto prima, ma con un desiderio così simile al mio, come è vero che certi cuori possono riconoscersi fratelli nel giro di pochi istanti. E se, alla fine,  qualcuno, incuriosito da questo mio racconto, andrà a caccia di un video, di una canzone o di un disco di un gruppo di cui non aveva mai sentito parlare, provando magari stupore, un sussulto e finanche commozione, allora saprò d’aver raggiunto il mio scopo e ne sarò felice.  

Perché uno spicchio di quella luce che passa attraverso le crepe si sarà fatta ancora una volta strada. Laggiù all’orizzonte, dove la musica è sincera e il desiderio di bellezza è rimasto intatto. Perché ci deve essere un luogo, dove i cuori, quei cuori colmi di vecchia gloria, seguitano a crescere giovani, ancora.

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