ALAN SORRENTI/ “The Prog Years”: gli anni indimenticabili della psichedelia italiana

E’ uscito un cofanetto che ripropone la produzione discografica di Alan Sorrenti che va dall’esordio del 1972 al 1976, un periodo irripetibile della musica italiana. WALTER GATTI

06.06.2018 - Walter Gatti
sorrenti-prog-box-cd-3d
Il cofanetto dedicato ad Alan Sorrenti

L’Italia di primi anni 70 era un fermento musicale continuo, diffuso, diversificato e vibrante. Mentre iniziavano ad affermarsi i cantautori (Guccini, De Gregori, Venditti, De André, Dalla…), emergevano band di estrazione differente (Orme, New Trolls, PFM, Banco del Muto Soccorso, Area, Osanna, Napoli centrale, Balletto di bronzo, Biglietto per l’Inferno…), mentre songwriter di ambito underground iniziavano a produrre lavori importanti destinati a rimanere nel tempo. 

Nelle loro differenti ispirazioni Eugenio Finardi (legato al rock-blues made in Usa), Angelo Branduardi (folgorante nel suo esordio e poi nel secondo e leggendario album La Luna, ricco di folk e reminiscenze celtico-ebraiche) e Claudio Rocchi (autore di uno dei più importanti album del rock italiano, Volo Magico numero Uno) riuscivano a indicare una via al contempo italiana ed internazionale alla nostra canzone d’autore. A questo ambito cantautorale si aggiunge il nome di Alan Sorrenti, musicista napoletano di sangue gallese, classe 1950, autore che illuminò come un fulmine silenzioso il firmamento della canzone tricolore, indicando (insieme a Rocchi) le possibili e infinite strade di un matrimonio impensabile tra melodia e ricerca, tra vocalità italiana e psichedelia.

Autore di una manciata di dischi-capolavoro tra il 1972 e il 1976, Sorrenti è tornato oggi a riproporre un prezioso boxset – THE PROG YEARS – che raccoglie il suo vagabondare galattico alla ricerca di suoni, atmosfere, visioni e incubi frutto di quell’epoca. Il box propone le versioni rimasterizzate e scintillanti dei suoi dischi fondamentali:  “Aria” (1972), “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto” (1973), “Alan Sorrenti” (1974) e “Sienteme, It’s Time To Land” (1976). A questi si aggiungono le versioni inglesi e gli inediti, immancabili in un box per appassionati e collezionisti, tra cui l’eccezionale la british version di “Vorrei Incontrarti”, che forse risuona ancor più mistica e sperduta dell’originale e l’inedita “Sai amore”, per piano e voce, una delle tante tracce rimaste non pubblicate del periodo in cui Sorrenti faceva la spola tra l’Italia e Londra, luogo di quell’humus artistico e generazionale dove sono nate molte delle canzoni del suo periodo iniziale. 

Con una vocalità insolita e spaziale che per ricerca inusuale ricordava Tim Buckley (ma anche dei francesi Magma) e in un certo grado procedeva in parallelo con quella di Demetrio Stratos, Sorrenti dava vita a un universo sonoro incredibile eppure reale ed emozionante, eccentrico rispetto a tutta la produzione del suo tempo. Non a caso nei dischi riproposti nel cofanetto – album esteticamente curatissimi nella parte grafica, come d’altra parte era tradizione per quegli anni e per tutte le produzioni di progressive – appaiono musicisti dediti alla causa di un sound mai sentito prima nel nostro paese, con in testa Jan Luc Ponty, violinista in quei tempi in azione con la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, e David Jackson, direttamente dai Van der Graaf Generator di Peter Hammil.

Sempre concentrati su una lunga suite che occupava il lato A dei 33′ giri (non era ancora tempo di Cd…) gli album progressive di Alan Sorrenti vivevano poi di un lato B dedicato a canzoni dal minutaggio più ridotto. Da un lato quindi si esprimevano i venti minuti di “Aria”, sinfonia lisergica per eccellenza, mentre dall’altro, nella forma canzone, Sorrenti raggiungeva le folgorazioni di “Vorrei incontrarti”, una delle più belle, importanti e dimenticate canzoni della musica italiana. E poi via con canzoni dalle sottaciute radici bluesy (“Microfoni assassini”), ballate solari ed esistenziali (“Le tue radici”, “Incrociando il sole”), ricerche di centri di gravità (“Ma tu mi ascolti”), in un box che squaderna tutte le sfumature della prima produzione di Sorrenti. Ecco così la delicata “Serenesse”, l’impetuosa “Dicitincello Vuje”, folle esperimento di ibridazione di un classico della canzone napoletana con gli ingredienti acidi di una musicalità cosmica, riverberata e sanguigna, piena di echi ed esplosioni vocali. 

Il tutto termina in “Sienteme, It’s time to land”,  capitolo finale di questa elevazione galattica, un lavoro sviluppato a San Francisco con Corrado Rustici (che poi lavorerà con Zucchero, Aretha Franklin, Withney Houston) e Gianni Leone (Balletto di Bronzo) e che già introduce i suoni e gli umori di quella che sarà la sua “svolta” disco and soul, come ben testimoniato dalla title track, da “Seagull Song” e da “Sliding on the Wire”.

Il periodo di espressività psichedelica di Sorrenti paradossalmente subisce quindi un graduale cambio di rotta proprio quando Alan è andato a registrare nella tanto sognata e amata California. Invece che di abbeverarsi ai suoni della West Coast, il cantautore napoletano ha virato verso i luccichii della disco e del funky che in quel periodo trainavano gran parte delle produzioni mondiali vincenti: dalla California, infatti, il musicista napoletano è tornato poi, nel 1976, con i “Figli delle stelle”, colossale successo internazionale capace di far ballare e sognare parecchie generazioni di giovani sulle spiagge e nelle discoteche, creando un sound spensierato che forse era anche specchio dei cambiamenti d’animo dell’artista che li proponeva. Ma questa fase è giustamente successiva e non toccata in THE PROG YEARS che rimane testimonianza di un periodo artistico irripetibile per Sorrenti e per tutta la musica italiana.

Se possiamo concepire la psichedelia in musica (come d’altra parte anche nella letteratura, nella poesia e nel cinema) un modo differente di sentire ed esprimere, proveniente da strati solitamente silenti della coscienza e dell’anima, allora questi dischi di Alan Sorrenti sono giustamente da considerare delle pietre miliari. Ascoltandoli saremo portati in universi imprevedibili. Di cui magari siamo inconsapevoli abitatori.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori