LUIGI GRECHI DE GREGORI/ L’intervista: è finita un’era, nessuno ascolta più i cd

LUIGI GRECHI DE GREGORI ha cominciato a pubblicare una canzone inedita al mese sul suo sito ufficiale, perché, dice, “i dischi sono morti”. Lo abbiamo intervistato

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Foto di Daniele Barraco

Se Luigi Grechi De Gregori, la coscienza della musica d’autore italiana, il “padre” dei cantautori, a cominciare dal più noto fratello Francesco, abbandona il supporto fonografico, il cd, per le nuove tecnologie mediatiche, vuol proprio dire che un’epoca storica per la musica  è imita. Dallo scorso giugno infatti ogni 21 del mese, Luigi pubblica una canzone nuova sul suo sito luigigrechi.it, completamente rinnovato, ascoltabile per alcuni giorni in esclusiva. Viene poi distribuita per radio e, forse, ci ha detto, “le metterò su cd, ma giusto per gli amici, perché ormai i cd sono finiti, non si vendono più: i nuovi computer non hanno più la possibilità di inserirli, le macchine nuove lo stesso, si ascolta tutto online e allora bisogna che i musicisti, come d’altro canto hanno sempre fatto, si adeguino ai cambiamenti.

Luigi, come mai questa scelta “tecnologica” per uno come te che per primo ha importato i vinili dall’America negli anni 60?

Perché il cd come formato editoriale è finito.

In che senso?

Nel senso che è inutile incidere un tot di canzoni su un singolo supporto come era il cd, è meglio far vivere a ognuna una vita sua facendola uscire quando uno ha la canzone in testa e voglia di registrarla. Non c’è più la necessità del singolo supporto, questa idea nasce dalla voglia di invitare virtualmente a casa mia gli amici perché si impiccino di quel che faccio. Così ogni mese in esclusiva pubblico un pezzo nuovo. E’ anche un modo per attirare la gente sul mio sito, completamente rinnovato, che contiene molte cose che spero vengano apprezzate.

Pensi ci siano colpe precise per questa situazione? Che sia internet stesso ad aver ucciso il supporto fonografico mettendo online milioni di canzoni da ascoltare gratis?

No, non credo ci siano colpe. Sono gli artisti che si devono adattare alle nuove metodologie di ascolto. Chi fa canzoni ha vissuto momenti tremendi, sin da quando è stato inventato il disco o la radio.

Cioè?

Perché le canzoni adesso si potevano ascoltare in differita non c’era più bisogno di andare ad ascoltarle dal vivo che era stato l’unico modo di fruire della musica. Con il disco l’artista ha cominciato a fare concorrenza a sé stesso. Dai dischi poi la radio, la tv,  il cinema. Uno ha sempre dovuto ragionare sui nuovi modi di diffondere la musica. E poi è qualcosa sotto gli occhi di tutti: i computer non hanno più il lettore cd, così anche le macchine, la gente preferisce prendere i file. 

Non pensi che i social sarebbero un modo più facile per diffondere le tue canzoni: I blog e i siti la gente deve andarseli a cercare, sono caduti in disuso anche loro, i social permettono di radunare tutto in un posto solo…

I social piacciono a chi vuole mettersi in mostra o aver da dire su ogni cosa. Io voglio solo pubblicare quello che faccio, non quello che gli altri dicono. I social sono una specie di arena dove ognuno spara la sua e questo non mi interessa. 

Parliamo del brano uscito a luglio, Tangos e mangos. Lo hai definito “demenziale, dal ritmo ballabile, in spagnolo maccheronico” dicendo anche che “qualche volta bisogna staccare la spina e dimenticare per un attimo pensieri più seriosi”. Magari ce ne fossero di brani demenziali di questo spessore musicale!

Questo pezzo è nato sotto forma di fumetto, mi sono immaginato una storia. Mi sono visto nelle strisce di un improbabile racconto di Paperino che cerca di vendere “bongos” in una isola in cambio di “mangos” coltivati da “orangos”. Come le storie che leggevo da bambino sui giornalini.

Musicalmente è un pezzo eccellente, con forti richiami alla musica popolare che nessuno oggi sa più fare, che ne dici?

Lo ha prodotto Paolo Giovenchi che ci suona anche ukulele, chitarra, il basso e poi ci sono alcuni “parenti” (il fratello Francesco alle armonie vocali, ndr). Per quanto riguarda la musica popolare, secondo me parecchia gente attinge dalla musica folk internazionale ma il grande pubblico non conosce questa musica e non si accorge che è musica popolare “rubacchiata”.

Hai pubblicato finora un tuo vecchio brano degli anni 70 come Dublino e adesso un inedito: come procederai?

Brani inediti e qualche rivisitazione di pezzi rimasti nell’oblio. E’ la stessa storia di prima: i dischi non vengono più ristampati e io ho diversi brani che voglio ritirare fuori.

Vista la situazione drammatica che viviamo oggi, molti criticano i cantautori perché non scrivono canzoni “impegnate”, che ne pensi?

Siamo tutti cittadini e non mancano gli spazi dove dire ciò che si pensa. Negli anni ho sentito un sacco di canzoni contro questo e quello che non hanno mai spostato una virgola di quello che succedeva. Scrivere di problemi attuali significa lucrare. Personalmente ho scritto diverse canzoni sui migranti, quando nessuno li vedeva e se ne interessava, oggi i media mettono l’accento su questo fatto epocale e anche naturale perché l’umanità si è sempre spostata, è sempre migrata. Bisognava pensarci prima a quanto sta succedendo adesso. Scrivere canzoni sulla cronaca non mi interessa. Mi sembrerebbe anche di cattivo gusto.

(Paolo Vites) 

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