FESTIVAL DI SALISBURGO/ La Dama di Picche, un successo che rende giustizia a cast e orchestra

Al Festival di Salisburgo è andata in scena La Dama di Picche, la penultima opera di Tchaikovsky. Ottima prova di orchestra e cast vocale. GIUSEPPE PENNISI

08.08.2018 - Giuseppe Pennisi
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Una scena dell'opera (© Salzburger Festspiele / Ruth Walz)

La Dama di Picche è la penultima opera di Tchaikovsky. Precede di tre anni Iolanta, una partitura che tenta di esprimere una visione estremamente serena del mondo, proprio mentre il compositore ne riversava una visione totalmente negativa nella sesta sinfonia. Nel teatro musicale di Tchaikovsky La Dama (in cui ci sono molti spunti che troveremo ampliati nella sesta sinfonia) è l’opera che meglio esprime i tormenti interni che lo portarono tre anni più tardi a una morte misteriosa che numerosi biografi considerano un suicidio organizzato in collaborazione con i suoi più stretti amici che volevano evitare uno scandalo di omosessualità e pederastia (che avrebbe coinvolto l’onorabilità di tutto il gruppo). 

Tchaikovsky era il compositore russo più aperto all’Occidente – la partitura de La Dama di Picche venne composta, in gran misura, a Firenze – e questa è un’opera che, sotto il profilo tecnico, si situa chiaramente tra due secoli: a musiche ispirate a Bizet e a Massenet se ne alternano altre caratterizzate da una scrittura frammentata che anticipa l’espressionismo. Nella vita artistica di Tchaikovsky, La Dama giunge a 13 anni da un altro capolavoro del maestro russo tratto da Puskin, Eugenio Oneghin, di cui ho visto una bellissima edizione a Salisburgo (spesso riproposta in televisione) nel 2007. Mentre Oneghin è la riflessione amara di un 37enne sulle occasioni perdute, sulla felicità non colta anche se a portata di mano, La Dama è la tragica meditazione sui rapporti tra uomo e destino (qui riassunto nelle “tre carte” che in “tre atti” portano alla dissoluzione spietata dei “tre protagonisti”) in un mondo apparentemente all’apice della potenza politica e intellettuale (la Russia di Caterina la Grande), ma già in progressivo disfacimento. Al languore melanconico, e sensuale, di Oneghin si contrappone il “cupio dissolvi” di un individuo e di un’epoca.

Ho assistito al debutto nel nuovo allestimento presentato a Salisburgo il 5 agosto: Marris Jansons alla guida dei Weiner Philharmoker in buca, regia di Hans Nuesenfels, scene di Christian Schmidt costumi di Reinharrd von Thannen, drammaturgia di Yvonne Gabauer. Serata delle grandi occasioni: l’enorme sala grande del Festival stracolma, smoking e abiti lunghi, spettacolo iniziato alle 18:00 in quanto seguito da una cena di gala nel Palazzo della Residenza, che fu del Principe Arcivescovo.

Dopo numerosi allestimenti all’inizio del XXI Secolo (La Scala, San Carlo, circuito emiliano), l’opera manca dai palcoscenici italiani da diverso tempo. Si è vista a Roma nel 2015. È utile ricordare brevemente la vicenda, tratta da un breve racconto di Puskin, modificato profondamente, però, dal fratello del compositore, Modest, autore del libretto. Hermann, ufficiale di bello aspetto, ma con le tasche vuote e la passione per il gioco, è più interessato ai soldi che alle donne condizione che per certi aspetti lo accomuna a Tchaikovsky, sposatosi per nascondere le proprie tendenze, sempre indebitato e, all’epoca delle composizione de La Dama, probabilmente innamorato perdutamente di un nipote per il quale avrebbe lasciato il proprio valletto-compagno di vita abituale. 

Il giovanotto utilizza la propria avvenenza per sedurre una fanciulla dell’aristocrazia, Liza, e portarla via al fidanzato all’unico scopo di potere avere le chiavi della casa dove la ragazza vive con la zia a cui è stata affidata. L’ormai vecchia Contessa è stata anche essa una grande giocatrice; ha la fama di essere titolare di una combinazione segreta per vincere al tavolo verde. L’anziana contessa, terrorizzata dal giovane, ha un infarto. Liza comprende di essere stata strumentalizzata e si getta nella Neva. Nella bisca, il fantasma della contessa appare ad Herman per dargli, però, la combinazione errata e portarlo al suicidio. La novella di Puskin – se vogliamo – è ancora più cruda con Hermann – particolare sconvolgente nel 1834, data di pubblicazione – che giunge a prostituirsi per le “tre carte”. 

L’allestimento è scarno e molto efficace: una scena unica che con pochi elementi si trasforma nel giardino d’estate di San Pietroburgo, l’appartamento di Liza, una grande sala da ballo, la stanza da letto della Contessa, l’alloggio di Herman in caserma, il lungo Neva, la bisca. Dominano, anche nei costumi, il grigio scuro e il nero, su cui si stagliano il bianco di Liza e della Contessa (e della stanza da letto di quest’ultima) e il rosso fuoco dell’uniforme di Herman. In breve, una lunga marcia funebre verso la dissoluzione dei tre protagonisti e di coloro che li circondano. L’intermezzo pastorale (con il suo tono quasi artificioso) la rende ancora più drammatica. Un elogio al solista dei Weiner che affronta le parti solistiche per tromba.

In effetti, come già detto a proposito della Salome vista e ascoltata a Salisburgo il primo agosto, i Weiner sono un’orchestra di solisti, una determinante importante per le sonorità richieste da La Dama di Picche, dalla melodia che permea gran parte dell’opera, ai tempi serrati dei momenti più drammatici, ai contrappunti per i terzetti e per i quartetti, alle grandi scene corali del giardino d’estate e dell’arrivo della Regina Caterina alla festa del secondo atto. Marris Jansons concerta in modo al tempo stesso tenero e vibrante.

Ottimo il numeroso cast vocale. L’americano Brandon Jovancovich è uno dei rari tenori che possa affrontare l’impervio ruolo di Herman, con un registro di centro e lunghi protratti acuti, Evgenia Muraveva, che l’anno scorso ci incantò a Salisburgo nel suo inatteso debutto in Lady Macbeth del Distretto di Mtsensk è una Liza dal piglio drammatico. Hanna Schwarz, una vera propria icona wagneriana (la ricordiamo nel Ring del centenario del 1975) è una memorabile Contessa. Dieci minuti d’ovazioni.

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