DAVID CROSBY/ Il concerto di Milano: ruggito e poesia dell’ultimo hippie

Due date italiane, cominciando da quella di due sere fa, per la leggenda della West Coast David Crosby, in magnifica forma nonostante i 77 anni. WALTER MUTO

13.09.2018 - Walter Muto
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David Crosby

Il concerto dell’11 settembre al Teatro Dal Verme di Milano regala alla sala gremita una serata indimenticabile. 

Entriamo nel teatro, che piano piano si sta riempiendo, e capiamo subito che quello che conta stasera, grazie a Dio, è la musica. Il set è disarmante, pochi strumenti sul palco, nessuna concessione a scenografia e orpelli vari (in realtà godremo di un ottimo light-show) fanno tornare ad una immediatezza d’altri tempi. Delicata musica per chitarra acustica viene diffusa nel pre-show, fra gli altri anche alcuni brani di Michael Hedges, con cui Crosby aveva collaborato una trentina di anni fa, prima della prematura scomparsa del fenomenale chitarrista originario dell’Oklahoma e trapiantato in California. In teatro non c’è più nemmeno un posto libero. 

Quasi sorpreso dal tripudio che lo accoglie, David imbraccia l’amata Martin e via, basso, batteria, chitarra elettrica e due tastiere. Il suono e le voci sono perfetti da subito. La serata inizia con un paio di brani dall’ultimo album, Sky Trails, molto più jazzy di qualunque altro lavoro dell’artista, che lo portò a confidare ad un intervistatore che la sua band preferita erano gli Steely Dan (cercateveli, non c’è tempo di parlarne adesso). Qui si sente, eccome. La voce è impeccabile e i primi brani filano via che è una bellezza. 

Un attimo di requie per introdurre le due vecchie conoscenze che dividono con lui la front-line, alla chitarra Jeff Pevar, ottimo chitarrista elettrico, e alle tastiere James Raymond, il figlio naturale ritrovato nel 1992, con cui ha cominciato a collaborare circa un lustro dopo. Con i due ha condiviso dal 1998 al 2004 l’esperienza del trio CPR (Crosby Pevar & Raymond) sorta di alter ego dell’altro super trio CSN (Crosby Stills & Nash) spero noto a tutti i lettori. Beh, con Pevar e Raymond – dice Crosby introducendo il pezzo seguente – ha scritto molte canzoni e quella che eseguiranno è una delle sue preferite di sempre. Ed in effetti At The Edge è un picco assoluto di delicatezza e complessità armonica, intrecci vocali e strumentali che fanno capire questa dichiarata preferenza. La voce di Crosby (dopo periodi di alti e bassi nel corso della carriera che abbraccia sei decadi, anche a causa di eccessi vari) è ora inossidabile, stentorea e senza alcun cedimento. Davvero sorprendente per un uomo di 77 anni che ne ha passate di tutti i colori.
Ma andiamo avanti. Crosby evidentemente sente la magia che c’è nell’aria e a metà fra sorpresa e vissuto savoir faire dichiara che sarà una serata davvero speciale. “I wrote weird shit”, annuncia l’artista, ho scritto roba davvero strana, e parte Guinnevere, brano incredibile già presente nell’album di esordio di CSN nel 1969, sorta di idealizzazione della sua donna, Christine, tragicamente morta in un incidente stradale. Il brano già ad un passo dall’infinito, viene ulteriormente impreziosito dal fraseggio incredibilmente lirico della bassista, la estone Mai Leisz, tassello importante, supporto fondamentale del suono della band. 

La personalità di Crosby ha sempre avuto un aspetto di avversione al sistema, e di conseguenza la frecciata politica arriva puntuale. L’artista si scusa con il mondo per la situazione attuale degli Stati Uniti e propone – in una versione assolutamente a cappella – la richiesta di pace di What Are Their Names (dal suo primo album solista del 1971) e immediatamente dopo una versione estremamente ferrigna di Long Time Gone. Si aggiunge un altro chitarrista, collaboratore di Crosby in studio e live, Marcus Eaton, e si ritorna alla dimensione sognante, ma massiccia di Dejà vu. La lunga coda strumentale dà modo ad ognuno dei musicisti di esprimersi improvvisando su qualche giro a testa. 

Dieci e cinque, fine della prima parte. “Normalmente in California nell’intervallo ci fumiamo uno spinello, ma qui respiriamo qualche minuto di aria pulita, pensiamo alla buona pasta che abbiamo mangiato e torniamo fra poco con un altro po’ di belle canzoni”. Questo il proclama di David hippie-fuori-tempo-massimo mentre lascia il palco. Di minuti ne passano più di venti, ma non ci lamentiamo, lasciamogli il tempo di riprendere fiato. Al rientro il riff accennato alla Martin è quello di The Lee Shore, ed è proprio così, ma il brano viene proposto nella versione primigenia, molto country e meno poetica di quella ascoltata tante volte con solo una chitarra acustica e le armonie vocali di Graham Nash. Fra cori raffinati e presenti, brani vecchi e nuovi, Crosby si prende il tempo di presentare gli altri membri della band, oltre ai già citati Pevar e Raymond e alla bassista Mai Leisz, la cantautrice canadese Michelle Willis (che propone anche una sua canzone) e il batterista Steve DiStanislao, noto anche come Steve D e già con David Gilmour ed altri grandi artisti, possente e preciso supporto ritmico per l’ottima band. 

Delta è una grandissima canzone, che Jackson Browne – racconta Crosby – quasi costrinse David a scrivere e a finire per aiutarlo ad uscire da uno dei bui tunnel della droga in cui era entrato. Canzone intensa ed inizio di quel percorso di cadute e redenzione che portò l’artista prima in carcere, poi in riabilitazione, poi a rifarsi una famiglia ed infine al trapianto di fegato, da cui pare rinato e come nuovo. 
Ma chiudiamo la cronaca della serata. Tre colpi tipo il finale dei fuochi d’artificio concludono il concerto, Wooden Ships chiusura ufficiale e come ‘encore’ Almost Cut My Hair e Ohio, di Neil Young. Non che mi dispiaccia la presenza di così tanti brani storici, ma magari qualcuno si sarebbe aspettato una scaletta un po’ più attinente al materiale di Sky Trails. Tant’è, questo è stato e ce lo teniamo, con il suo coefficiente di adrenalina e di poesia, di canzoni immortali e di performance pulita e intensa. 
Insomma, la parte più prossima a noi della vita artistica di David Crosby è costituita da un furore creativo che lo ha portato a quattro album negli ultimi cinque anni, collaborazioni di lusso con una serie di artisti, per esempio lo straordinario collettivo musicale degli Snarky Puppy (assolutamente da ascoltare la canzone in cui figura come ospite inclusa nel loro album Family Dinner n.2 – Somebody Home è il titolo della canzone ed eccone l’unica esecuzione, registrata live). E sulla scia del piccolo capolavoro che è questa canzone è anche l’anticipazione appena pubblicata su Soundcloud del primo brano di un nuovo album, la canzone Glory delicata, evocativa e poetica come è tipico di tanto repertorio del nostro. 

L’album di prossima uscita è scritto e prodotto insieme al bassista degli Snarky Puppy, Michael League, alla già ricordata Michelle Willis e all’altra bravissima cantautrice Becca Stevens, Here If You Listen, in distribuzione dal prossimo 26 ottobre. Questa stessa formazione aveva prodotto anche l’album Lighthouse del 2016, ed accompagnerà Crosby nelle 22 date del tour che purtroppo (si fa per dire, 22 date!) toccheranno solo gli Stati Uniti. Ma mai dire mai. Arriverà una nuova primavera, e magari un tour europeo.  

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