LUCA ROVINI & COMPANEROS/ “Cuori fuorilegge”: canzoni della resistenza umana

Il pisano Luca Rovini pubblica il suo quarto disco ed è un salto di qualità di alto livello, grazie al supporto di musicisti americani. La recensione di PAOLO VITES

24.09.2018 - Paolo Vites
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Luca Rovini & Companeros

Un mattino prese quell’anello d’oro che aveva rappresentato anni sereni, una vita che sembrava perfetta, tre splendide figlie e lo portò al banco dei pegni. In cambio ne ebbe un assolo di slide, spedito dall’incrocio tra la highway 61 e la strada verso l’inferno, da un bluesman che era morto 50 anni prima. Non era un patto col diavolo, era il segno che la sua vita stava cambiando. 

Si mise a camminare da solo a notte fonda per le strade della sua antica città finché uno a uno li incontrò: erano tre desperados in cerca di una via. Si chiusero in un garage dipinto di verde e gli strumenti cominciarono a suonare per conto loro, ne nacquero canzoni di vita e di morte, di peccato e redenzione, di rabbia e dolore, ma soprattutto di resistenza: resistenza a quella vita che vuole condurci sempre dove cazzo vuole lei senza offrirci una stazione dove riposare le nostre stanche ossa. Chiusi in quel garage, sbarrarono fuori anche la vita e se ne fregarono. Sapevano dove andare, anche quando uno di loro, il batterista, li abbandonò improvvisamente. La vita fa sempre quello che vuole e se anche il rock’n’roll non basta a tenerla a bada, continuarono: resistenza.

 

Luca Rovini ha chiuso un cerchio, aperto da ventenne nelle cantine di Pisa, ha seguito sulla strada i suoi eroi musicali texani, ha ascoltato un milione di dischi e ha imparato un linguaggio: il suo, non quello di altri. Non imita Luca Rovini. La fortuna premia i migliori, ed ecco che grazie a una serie di coincidenze, dopo tre ottimi dischi di matrice acustica in cui si percepivano doti non comuni, incontra un produttore, tastierista (anche con Mary Chapin Carpenter), un tecnico del suono americano, di origine italiana. Si chiama Peter Bonta: negli anni 70 una delle sue band aprì anche i concerti dei Lynyrd Skynyrd, è ottimo amico di Nils Lofgren da decenni che ha anche registrato con lui. Sa tutto del rock’n’roll. Quando durante le prime session di “Cuori fuorilegge” muore improvvisamente Stefano Costagli, batterista di sempre di Luca, come in una autentica storia rock’n’roll, accade un’altra semplice svolta del destino. In vacanza in Italia c’è  Gary Crockett, drummer tra i più richiesti in America (ha suonato anche con Gregg Allman) e il gioco è fatto. Le sue parti di batteria sono potenti, ficcanti, precise al metronomo, ed esaltanti. Un treno merci che non si fermerebbe mai.

Quello che ne esce fuori è un disco magnificamente americano, tra Tom Petty e gli Eagles, quelli rock, Rolling Stones e la poesia di Guy Clark: un impasto sonico di chitarre da farti saltare sulla sedia mentre lo ascolti. Ma è un disco anche magnificamente italiano, perché Rovini non gioca a fare l’americano. Canta da sempre orgogliosamente in italiano, con un fortissimo e simpatico accento toscano e chi critica questa pronuncia farebbe meglio ad ascoltarsi il marcato accento romano di un De Gregori, che però nessuno ha mai osato criticare. Invece, per entrambi funziona benissimo: è onesto, è spontaneo, ti fa sentire a casa loro. Non Austin, ma Pisa nel caso di Luca. Non c’è italiano oggi che sappia coniugare rock americano e radici italiane così bene, da essere credibile fino all’osso.

Le sue canzoni sono degli inni, anthem di una vita on the road dove la parola d’ordine è, come detto, resistenza. Sono strofe incalzanti, a volte senza un filo logico, quasi improvvisate, sputate con veemenza in faccia all’ascoltatore, che non raccontano una storia precisa ma te la lasciano immaginare. E’ il contrario di quello che fanno quasi tutti, che pretendono di partire da un gradino superiore e insegnarti la vita. No, Luca Rovini è uno di noi.

“E’ stata una bella soddisfazione, soprattutto veder nascere tutto. Un sacco di emozioni, pronti per registrare, carichi e poi la morte di Stefano, sembrava che fosse un’impresa farlo. Poi il colpo di fortuna di Gary e abbiamo ritrovato tutta l’energia. Quello dello studio non pensava di metterci così poco. Le mie voci pensava ci volessero giorni, tante take. Le abbiamo fatte in un’ora e mezzo, quasi tutte alla prima. Come le chitarre. Alla fine è la cosa migliore che abbia mai fatto e ne vado fiero”, dice.

Luca Rovini ha fatto un gran disco. Ha sempre fatto dei bei dischi, ma ha superato se stesso. L’inizio è quelli che spaccano: un uno-due tra Senza gambe né parole e la successiva Fuorilegge, che scorrono via come una buona sorsata di Jack Daniel, ma dal collo della bottiglia. Torci le budella e godi mentre le chitarre duellanti e rabbiose torcono il cuore impreziosite da interventi di slide (il tocco di Bonta è unico alle chitarre), Honky Tonk Senorita negli anni 70 avrebbe fatto invidia a De Gregori, romantica e iballerina. Al tavolo di un altro è una intensa ballata piena di mestizia dedicata in modo commovente a Stefano Costagli. Parte sussurrata e si apre in una melodia tex-mex di grande impatto che si chiude in uno struggente solo di violino che apre alle lacrime (Chiara Giacobbe).

Sei giorni sulla strada è la ripresa del classico Six Days on the Road, rifatta tenendo bene in mente i Flying Burrito Brothers, con una ottima pedal steel di Paolo Ercoli.

Non mi avranno mai, con un riff di chitarra che ha in mente i Television, è il pezzo più “urbano” del disco, è l’inno alla resistenza a un mondo cattivo che sta catturandoci tutti: a lui, Luca, e a noi, speriamo, non ci avranno mai. E’ dura, è un mondo freddo e malvagio quello là fuori, ci sputa in faccia, ci dirige quando siamo tristi, è dura non essere sopraffatti dai sensi di colpa e di incapacità che ci sparano nelle vene. Vogliamo farcela: non ci avranno mai. 

Vite di contrabbando apre impetuosa, riff tra i Clash e i Del Fuegos più veementi.

Viaggiatore stanco era già apparsa sul precedente disco, ma viene ripresa con un alto tasso di elettricità. Il testo commuove sempre, quel dialogo disperato tra un uomo sconfitto dalla vita e un crocifisso silente. Il gran finale di Nuda sull’Aurelia è dylaniato: brano molto lungo, ogni strofa via l’altra senza pause, un tuo de force che chiude alla grande un disco straordinario. 

Tutto è perfetto: suoni mai eccessivi, anzi estremamente raffinati ed eleganti pur se si tratta di sporco rock’n’roll; canzoni che pulsano forte dalle melodie accattivanti. Un ensemble perfetto, tutto da godersi dal vivo. Merito di tutti i companeros: Luca Rovini, Peter Bonta, Andrea Pavani. E gli ospiti: la splendida Chiara Giacobbe al violino, registrato negli studi di Guido Guglielminetti, il band leader di Francesco De Gregori, il già citato Paolo Ercoli, e Flaco Segals alla fisarmonica. Se i dischi salvano la vita, questo è uno di quelli.

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