ANTONELLO VENDITTI/ Live al Palalottomatica, la domanda che unisce alla sua musica

- Maurizio Delfino

Antonello Venditti ha festeggiato il suo 70° compleanno e i 40 anni di Sotto il segno dei pesci con un concerto speciale a Roma

Antonello Venditti
Antonello Venditti (foto di Gianluca Simoni, Chiaroscuro Creative)

70 anni e non sentirli. Ma forse dovremmo dire, 70 anni per un soffio! Lo racconta lui stesso, Antonio Venditti, in arte Antonello, dal palco del Palalottomatica per il concerto evento per i suoi 70 anni. Un boccone di carne di traverso e c’è mancato poco, giusto il giorno prima. Il destino vuole che il capo delle luci sa praticare la Manovra di Heimlich, che Venditti riferisce con perfetta pronuncia mentre indica che è parecchio dolorante sotto lo sterno. “Dovrei annà all’ospedale ma pe sta co voi stasera sopporterei qualunque cosa”. Tre ore e quaranta, ventisei canzoni, loquace come non mai.

“Preferisco cantà perché nun se capisce tanto che dico quando parlo”, disse con tenerezza e autoironia una volta in televisione. Il cantautore invece canta e parla, e scherza e si allaccia le scarpe invitando le prime file a postare la buffa scena. Il concerto festeggia i suoi 70 anni e prosegue la celebrazione di Sotto il Segno dei Pesci, uscito l’ 8 marzo del 1978. Quando la canta, verso metà concerto, a fine canzone il pubblico gli li ricanta a squarciagola la strofa, gli aggiunge un forte “tanti auguri” e si alza in piedi per un lungo applauso. Il cantautore di Via Zara e del Giulio Cesare sta zitto, fa piccoli passi a testa bassa e guarda il pubblico come un bambino sorpreso. Non riesce a dire subito parole di circostanza.

Aveva 14 anni e pesava 95 kg quando scriveva capolavori assoluti come Sora Rosa o Roma Capoccia e quando la madre diceva al padre, davanti a lui, “questo è cretino!”. Rapporto con le donne che ovviamente torna spesso, sia per la giornata sia per l’incidenza nelle canzoni e nelle loro storie. Fra i primi a tirar fuori in anni difficili il tema della droga (Lilly, Chen il Cinese), della violenza (Marta), della gravidanza fuori schema (Sara) e tanto altro. Pensare che nel 1974 ha subito persino una condanna per reato di vilipendio alla religione. Un maresciallo lo denunciò per il verso di una canzone contro la guerra, cantato in un teatro, che dice “ammazza Gesu Cri quanto sei figo!”.

Tutte canzoni eseguite e in parte sconosciute anche ai “vendittiani”, come Il Telegiornale, geniale intuizione dello sviluppo e dello strapotere estetico mediatico dell’informazione ufficiale, o l’ Uomo Falco, caricatura del rampantismo per come si sarebbe visto molto dopo. Tutti temi accompagnati da qualche pensiero, riferimento. Così il calore dedicato al tema tornato oggi con preoccupanti nuove facce della droga, l’idea dell’amore come perdono, un cenno alla Diciotti che si collega a quello fatto molto dopo, sulla sua città e a un filo conduttore caro a Venditti che è il tema dell’amicizia.

A parte la celeberrima Ci vorrebbe un amico, l’amicizia è sempre molto nelle sue parole più che nei testi, eppure è il risvolto recondito della gran parte delle sue canzoni. Di quelle malamente ritenute “politiche” e degli straclassici sull’amore, che in fondo è un po’ sempre dramma e perdita più che soddisfazione, nell’esperienza raccontata nelle canzoni. Forse si avvera la profezia della madre che – ritenendo di aiutarlo e di formarlo – rispetto al rapporto con le donne gli diceva: “L’importante è che tu sia infelice” (che è anche il titolo di un bel libro di Venditti di qualche anno fa). Amicizia che torna nella spiegazione della canzone dedicata a De Gregori (scusa Francesco, anch’essa una rarità dal vivo), nel racconto di Lucio Dalla che gli ha dato una decisiva mano in uno dei due momenti in cui Venditti dice di aver seriamente pensato di farla finita, nella presenza di Ultimo e di Zucchero ospiti sul palco, che gli rendono omaggio cantando con lui. Con la divertente scenetta di Venditti che introduce al pianoforte una canzone di Zucchero che poco dopo viene però invitato con panico misto a sdegno a sbrigarsi a salire, perché il romano sa solo l’inizio del brano dell’emiliano.

La cosa più rilevante e misteriosa resta però la trasformazione dell’umanità presente, circa 10.000 persone. Perché finché ci sono le luci si intuisce che l’età media non è esattamente adolescenziale, per quanto sia evidente l’innesto di ventenni e di trentenni fra i molti attempati. I conti non tornano al buio però. Perché l’unica voce che si sente, forte, decisa, partecipata, è una voce giovane. Come può essere? Forse questo è il segreto e la cifra della musica di Venditti. Anzi, come si direbbe oggi, della sua narrativa musicale. Venditti esprime in un modo originalissimo e con pochi paragoni analoghi per l’ampiezza, una poetica descrittiva di una prosa comune. Quotidiana. Le canzoni di Venditti esprimono in musica il pensiero intimo e banale di ciascuno, che esce per strada e negli stessi istanti, con sequenze intime ingestibili, pensa e guarda la realtà che lo circonda, i luoghi, i fatti, le persone, accorgendosi – grazie o malgrado Le cose della vita, un’ altra sua canzone strepitosa – dei più profondi fattori essenziali che lo costituiscono.

Venditti è in quel misterioso istante in cui ti infuri a morte con la realtà ma ti accorgi pure – senza sapere se è così – che basterebbe essere amato da qualcuno. La qual cosa è più chiara ai ragazzi, che infatti mediamente, accomunati forse dagli ormoni attivi, tendono più facilmente a fare gruppo. Nel bene e nel male. Perciò il pubblico di Venditti è tutto giovane. Venditti fa gruppo su una posizione di domanda. “Dimmi chi è, che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani”. Che non è certo appena né una squadra, né una città, né un’identità. È la domanda stessa, piuttosto. “Dimme che è chi è, che me fa sentì importante anche se nun conto gnente”.

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