RECENSIONE/ Monsters of Folk, Black Crowes e Jon Allen. Tre dischi da non perdere

- Paolo Vites

Non è vero che non esiste più buona musica. Bisogna andarsela a cercare, senza aspettare che venga portata sulla porta di casa PAOLO VITES segnala alcune dischi interessanti che hanno ancora il merito di destare emozioni      

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Diceva lo scrittore rock (e professore universitario) Greil Marcus, che non è vero che oggigiorno non esiste più buona musica. È che la buona musica bisogna andarsela a cercare, non aspettare che ti venga portata sulla porta di casa. Niente di più vero in questi tempi in cui radio e televisioni sbandierano solo produzioni discografiche sempre più pretenziose, mistificanti e annebbiate. Andando per le strade secondarie del rock, allora, ci si può imbattere in dischi che hanno ancora il merito di destare emozioni. 

È il caso ad esempio dei Monsters of Folk, sorta di super gruppo della scena indipendente nord americana, una sorta di Crosby Stills Nash & Young “dei poveri” per intenderci, composto da alcune delle menti più brillanti della nuova musica d’autore. Cioè M Ward, diversi dischi da solista e collaborazioni illustri con l’inglese Beth Orton; Conor Oberst, folletto del nuovo rock titolare dei Bright Eyes; Jim James, straordinaria voce dei My Morning Jacket, e Mike Mogis, anche lui in forza ai Bright Eyes.

Certamente siamo lontani dai picchi creativi di supergruppi come i citati CSN&Y, eroi del West Coast sound degli anni Settanta, ma siamo altresì di fronte a un prodotto fresco, fatto divertendosi e che diverte. Piacevolissimo pop-rock con le chitarre in bella vista, splendide armonie vocali, ballate acustiche di tradizione folk e un brano che – se ci trovassimo negli anni Settanta – sarebbe andato in cima alle classifiche grazie alla sua forza melodica evocatrice, The Right Place.

Altro gran bel disco di un gruppo che per anni è stato legato al mondo delle major discografiche e che oggi, visti i tempi, è obbligato anch’esso a muoversi in ambito indipendente, è “Before The Frost dei Black Crowes”. Già una leggenda nonostante una carriera che l’anno prossimo festeggerà i vent’anni, il gruppo dei fratelli Chris (cantante) e Rich (chitarrista) Robinson è quello che meglio di qualunque altro ha saputo ereditare la grande tradizione della miglior musica rock “all american”: Allman Brothers Band, The Band, Bob Dylan, Gram Parsons, ma anche gli inglesi Faces e Led Zeppelin.

Tutti costoro vivono nei solchi entusiasmanti e pieni di buone vibrazioni del loro nuovo lavoro, che offre anche la possibilità di scaricare, grazie a un codice Internet incluso nella confezione, un secondo cd del tutto gratuito direttamente dal loro sito ufficiale. Un bel modo per combattere la crisi della vendita dei dischi, incoraggiando gli acquisti in modo intelligente.

Indipendente fino all’osso è Tom Ovans, salutato a inizio carriera (i primi anni Novanta) come novello Bob Dylan grazie alla voce nasale e alle taglienti ballate folk, continua dalla capitale della musica texana, Austin, in cui vive da alcuni anni, a portare avanti la sua “resistenza umana” e musicale. Il nuovo Get on Board ritrova piglio ed entusiasmo rock ed elettrico dopo alcuni lavori più intimi e melanconici a base di blues acustico.
Ancora storie di sopravvivenza ai bordi dell’impero, di lancinanti riflessioni, di poesia sonica con una manciata di orgogliose ballate (e anche una spumeggiante immersione nel soul di scuola Stax con tanto di accompagnamento di fiati nella bella Night Train) come certi grandi nomi di una volta oggi non riescono più a fare.

 

 

Un salto oltre Manica, nella vecchia Inghilterra, anche se la sua proposta musicale è americana al 100%. Lui è Jon Allen, una voce fumosa e sofferta degna del miglior Rod Stewart e uno dei dischi più belli dell’anno in corso, "Dead Man’s Suit". Ballate intrise di negritudine, con le note grasse dell’organo Hammond come si usava ai bei tempi a fare da collante, deliziosi bozzetti acustici degni di uno Stephen Stills, anima e cuore bene in evidenza in ogni singola nota. Un altro disco che, fosse uscito negli anni Settanta, oggi saluteremmo come un classico della miglior canzone d’autore.

 

 

JON ALLEN

 

 

Inglesi anche loro, ma anche loro innamorati della promised land a stelle e strisce, autori di puro folk rivisitato in chiave modernista ma che conserva l’originale tristezza e malinconia dell’autentico tradizione popolare, sono i Mumford & Sons, che arrivano finalmente al debutto dopo alcuni ep che hanno fatto ben parlare di loro. "Sigh No More" (non singhiozzare mai più, titolo alquanto appropriato). Sono giovani e testimoniano che guardare al passato è sempre legge valida e cosa buona e giusta da fare: solo così si può guardare al futuro. Uno degli esordi più intensi e apprezzati dell’anno in corso.

 

 



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