RECENSIONE/ “God & Guns”, la simple life dei Lynyrd Skynyrd

- Walter Gatti

Pochi giorni fa è uscito in tutto il mondo “God and guns”, ultimo titolo dei Lynyrd Skynyrd, formazione che ha legato il suo nome alla leggenda di canzoni come Sweet home Alabama e Freebird e alla maledizione di una serie di tragedie che l’hanno falcidiata. La recensione di WALTER GATTI

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Certo che se uno cerca degli argomenti “non politicamente corretti” deve andarli a cercare nel Sud degli States, dove il cosiddetto “southern rock” continua imperterrito a dire la sua, con quel misto di boogie e blues, di country e di folk che ne ha fatto la leggenda dai primissimi anni Settanta ad oggi. Pochi giorni fa è uscito in tutto il mondo “God and guns”, ultimo titolo dei Lynyrd Skynyrd, formazione che ha legato il suo nome alla leggenda di canzoni come Sweet home Alabama e Freebird e alla maledizione di una serie di tragedie che l’hanno falcidiata (tre della band morti in un incidente aereo, poi uno per i postumi di uno scontro automobilistico, poi altri due scomparsi recentemente per mali incurabili). Oggi i Lynyrd Skynyrd sono l’ombra della band che nei decenni scorsi rivaleggiava in fama con i Rolling Stones nelle classifiche americane, ma il loro seguito in giro per il mondo è sempre monolitico ed entusiasta.

In questo loro ultimo Cd, che suona egregio anche senza esaltare, c’è però una ballata-rock che mostra ancora una volta come al Sud si viva una vita diversa da quella di New York o Los Angeles ed è Simple life. «Hey, quando è l’ultima volta che ti sei seduto e hai cenato con i tuoi figli, parlando con loro della vita?». Padri, figli, via quotidiana, nel classico southern style: «Hey, quando è l’ultima volta in cui ti sei fermato e hai aiutato qualcuno? Scommetto che non te lo ricordi».

Il video che sostiene la canzone è il classico frame di americanismo fraterno, con i pompieri che sorridono, i bambini e la gente che si da una mano, risposta sudista alle immagini tutte metropolitane e alienate delle metal-band. Le immagini suggeriscono, spingono sul positivo, ma è il testo che butta lì qualche sferzata non omologata: «Bene, tanta gente sta dicendo “stiamo cambiando in meglio”, bene, questo non mi interessa, perché a me piace la vita semplice, la vita come era prima, quando lasciavamo le porte aperte, non avevamo bisogno di chiavi. Ho girato tutto il mondo, ho visto tutto quello che c’è da vedere; ma cambierei tutti quei ricordi per tornare un solo giorno a come era prima».

Non è un tema nuovo per la cultura southern. Già i Lynyrd Skynyrd degli anni d’oro hanno inciso uno dei loro pezzi più famosi, Simple man, in cui disegnavano il profilo di uomo del sud, un uomo “che tu possa amare e capire”. Regole chiare, rapporti franchi con le persone, valori certi, Dio sopra tutti e uomini che si guardano da uomini.
Oggi è tutto diverso, dicono i sudisti, che in un’altra canzone di questo disco, «That ain’t my America», cantano: «Questa non è la mia America… Ora che i bambini non posono più pregare a scuola». Sono trascorsi tre decenni dagli anni d’oro di questi musicisti. Forse non hanno fatto molti passi avanti dai tempi in cui cantavano «Sweet Home Alabama/ Where the skies are so blue/ Sweet Home Alabama/ Lord, I’m coming home to you».
Forse occorrerebbe darsi una mossa, guardare in faccia al presente e rispondere diversamente a ciò che accade, eppure un fondo di umanità si respira nelle loro canzoni. Saranno vecchi e ingrigiti, con i tatuaggi che s’aggrinziscono sulla pelle da sessantenni, eppure c’è del senso semplice della vita, in queste loro canzoni. Demodé, forse, ma con quel briciolo di cuore che non guasta mai.

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