QUARTAUMENTATA/ “Dai Diamanti non Nasce Niente”, Fabrizio De André nella lingua della Locride

- Luigi Viva

I QuartAumentata, oltre a un proprio repertorio originale, rileggono la tradizione musicale calabra filtrandola attraverso nuovi linguaggi musicali, utilizzando l’idioma della Locride. L’ultimo disco “Dai Diamanti non Nasce Niente” ripropongono nel loro dialetto i brani più belli di Fabrizio De André. La recensione di LUIGI VIVA

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Alcuni mesi fa al Premio Fabrizio De André, a Roma, ebbi l’occasione di ascoltare un formidabile gruppo calabrese inserito, a ragione, fra gli ospiti della manifestazione. Formato da elementi di grande esperienza (progressive, rock, folk), i QuartAumentata (Paolo Sofia voce, Giuseppe Platani basso,Salvatore Gullace chitarre,mandolini,nashtakar, Massimo Cusato batteria e percussioni) sono un’autentica macchina del ritmo che pulsa emozione, sangue, sudore e lacrime della gente del sud.

Il gruppo, molto conosciuto dagli appassionati del genere, oltre a proprio repertorio originale, rilegge la tradizione musicale calabra filtrandola attraverso nuovi linguaggi musicali, utilizzando tra l’altro l’idioma della Locride, una zona bellissima ma tristemente nota. Un importante segnale, anche di impegno civile, manifestato nell’ultimo cd dai “ Diamanti non Nasce Niente” (Cd Club Entertainnment) nel quale i QuartAumentata ripropongono, nel loro dialetto e attraverso nuovi e riusciti arrangiamenti, alcuni dei brani più belli di Fabrizio De André.

Nella copertina viene citata la frase che Fabrizio pronunciò il 14 agosto 1998 a Roccella Jonica: “La ’ndrangheta? Dà lavoro” . Una dichiarazione che fece tanto scalpore fra i benpensanti (di ogni orientamento politico!).
Fabrizio, in quella occasione, voleva semplicemente constatare “ciò che realmente avviene”. Vengono riproposte ‘Â Cùmba (A Palumba), Creuza de Mä (Mulattera i mari), Disamistade (Faida), Jamin-à, Volta la Carta (Vota a carta) con una strepitosa introduzione a cappella, oltre a Giugnu ’73, ’Nu Giudici (Un Giudice), Don Raffaè e la stupenda apertura con Dolcenera.

Questo significa “usare” il dialetto per fare musica, andando addirittura a tradurre alcuni dei capolavori in genovese di Fabrizio De André .
La musica o è bella, o è brutta. Quando è targata o, volutamente targata da qualcuno, non è più espressione artistica e di libertà. Il dialetto a Sanremo? e chi lo discute. La grande canzone napoletana (citiamo tra i nostri dialetti il più famoso musicalmente parlando) è arrivata in tutto il mondo, anche nelle case dei più grandi jazzisti, ma un conto è parlare di Roberto Murolo, di Fausto Cigliano,della Nuova Compagnia di Canto Popolare, di Roberto De Simone degli stessi Pino Daniele e Teresa De Sio, Nino D’Angelo (l’ultimo), dei leggendari Napoli Centrale di James Senese e Franco Del Prete, un conto è parlare di Renzo Arbore (con tutto quello che in giovinezza ha fatto per la buona musica!) che con la sua orchestra ha praticamente azzerato il lavoro di tanti artisti riportando in giro per il mondo i soliti stereotipi :’o mare, ’o sole, ’a pizza, ’o mandolino!

 

 

Il dialetto, oggi, così istituzionalizzato, cosi “usato”, è un’ulteriore dimostrazione della irreversibile crisi morale e politica nella quale il nostro paese è caduto. La meritocrazia? Il rigore di Fabrizio De André, di Giovanna Marini, del Cantacronache, del Canzoniere del Lazio, Carnascialia, Alia Musica ecc., dei tanti grandi ricercatori della nostra tradizione?

Non vorremmo che questa fosse l’ennesima deriva di un Paese che non sa più dove andare a sbattere la testa. Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior. Meglio ascoltarsi questo gran bel lavoro dei QuartAumentata.



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