RECENSIONE/ Il mondo antico di Bob Dylan in “Together Through Life”

- Paolo Vites

Canzoni d’amore al centro del nuovissimo disco del leggendario Bob Dylan “Together Through Life”, dopo soli due anni da “Modern Times”. Nè rivendicazioni, nè politica, come qualcuno ipotizzava. Il commento di PAOLO VITES

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Canzoni d’amore. A tempo di vecchi blues e di ballate tex-mex. Ecco cosa canta il quasi settantenne padre di tutti i cantautori, nel nuovissimo disco “Together Through Life”, che giunge ad appena due anni dal precedente “Modern Times”, quando invece Bob Dylan ci aveva abituati ad aspettare anche cinque, sei anni tra un disco e l’altro.
Che il tema potesse essere quello, si intuiva sin da quando era cominciata a circolare la foto di copertina, un ragazzo e una ragazza in uno scatto anni Cinquanta che si baciano appassionatamente nei sedili posteriori di una macchina, un’immagine alla Jack Kerouac (verrebbe da chiedersi da dove il Corriere della Sera abbia ripreso la notizia che si tratterebbe di una coppia gay, scelta da Bob Dylan per sostenerne le cause civili, amareggiato per il risultato negativo del referendum pro-diritti gay della California; no, sono un uomo e una donna e non risulta da nessuna parte che il cantautore abbia commentato quel referendum).
Anche il titolo, poeticissimo, è esplicito: “insieme attraverso la vita”, una promessa d’amore eterno, in tempi di unioni sempre più frettolose e casuali.
Smentito anche uno dei massimi critici musicali americani, David Fricke, che sul sito della rivista Rolling Stone, in un’anteprima del disco, proclamava che Bob Dylan con la canzone I Feel A Change Comin’ On pagava tributo al nuovo presidente americano, che di uno slogan similare aveva fatto il suo manifesto. No, è una canzone d’amore, non uno spottino per Barack Obama.
Sono quarant’anni che Bob Dylan canta esclusivamente canzoni d’amore, la sua stagione politica con buona pace di chi ancora lo definisce il portavoce del ’68, durò pochi mesi, tra il 1962 e il 1963. Da allora solo canzoni d’amore, con tutte le sfumature del caso. Perché, come diceva Nick Cave, «la Canzone d’Amore è la luce di Dio, giù nel profondo, che si fa largo tra le nostre ferite. Alla fine la Canzone d’Amore esiste per riempire, con il linguaggio, il silenzio tra noi stessi e Dio, per abbattere la distanza tra il temporale e il divino». Questo, Bob Dylan lo sa bene.
Canzoni di perdita, canzoni del rimpianto, canzoni del dolore, canzoni della ricerca: questo è  ciò che dice “Together Through Life” (i brani, con un precedente accaduto una volta sola nella carriera di Bob Dylan e cioè per il disco “Desire” del 1976, sono tutti tranne uno, This Dream of You, composti a livello testuale insieme all’ex liricista dei Grateful Dead, Robert Hunter).
Per musicare la ferita del cuore, come fa già da diversi anni, Bob Dylan si tuffa nel vecchio blues che è la musica del dolore per antonomasia, con preferenza per quello della storica Chess Records, l’etichetta di giganti del blues come Muddy Waters e Howlin’ Wolf. Di fatto, anche qui come già nei precedenti ultimi due dischi, si tratta essenzialmente di blues ripresi da repertorio altrui e “rimasticati”, ad esempio My Wife’s Home Town che è I Just Wanna Make Love To You, e anche qui per la prima volta Dylan è obbligato a riconoscere il giusto credito, citandone il compositore Willie Dixon.
A differenza però del sopravvalutato “Modern Times”, questa volta l’operazione suona fresca e convincente, merito sicuramente della presenza in studio di due ottimi musicisti, e cioè David Hidalgo alla fisarmonica (del gruppo losangeleno Los Lobos) e del chitarrista della band di Tom Petty, Mike Campbell. E il divertimento è assicurato: in If You ever Go To Houston, dove la fisarmonica regala inedite colorazioni latine al blues, nella travolgente cavalcata di It’s All Good, nella rumba dell’iniziale Beyond This Lies Nothing e soprattutto nella splendida I Feel A Change Comin’ On, che seppure una riscrittura, musicalmente, del classico di Sam Cooke A Change Gonna Come, mostra un Dylan pimpante come raramente.
Poi c’è la pausa al confine, ovviamente quello tra Texas e Messico, in una bettola da cui potrebbero star uscendo Pat Garrett e Billy the Kid, che invece di accopparsi a vicenda li vediamo consolarsi per aver perduto le loro señorite: è l’affascinante valzerone con violino e fisarmonica in evidenza di This Dream of You.
Quello di questo disco è lo stesso Bob Dylan che si diverte a fare il dj nell’acclamato programma raidofonico “Theme Time Radio Hour”, dove si ascolta rigorosamente musica degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta. Qualche volta anche anni Sessanta. Un mondo antico, che lui ha preso la briga di preservare.
Certo, il Bob Dylan poeta visionario all’anfetamina di Like a Rolling Stone o quello brutalmente realista di Blood on the Tracks o quello blakeano di Time out of Mind sono ricordi lontani: qua c’è un anziano signore che ci tiene compagnia, per quel poco che un disco possa durare, portandoci in un mondo antico, oggi scomparso, un mondo dove era possibile essere “insieme attraverso la vita”. Lui, la sua vita l’ha spesa tutta insieme a noi. E tanto, in tempi poveri di immaginazione e soprattutto di cuore, ci basta. Ci deve bastare.



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