RECENSIONE/ “The Hazards Of Love”, The Decemberists alle prese con il concept album

- La Redazione

CARLO TORNIAI ci racconta il nuovo disco del gruppo di Portland, un lavoro impegnativo, un concept album che narra l’amore tormentato di Margaret e Williams e dei personaggi che contornano la loro vicenda. Un passo sicuramente coraggioso per la band, anche se forse non completamente riuscito

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In “The Hazards of Love” i Decemberists – in un lungo viaggio musicale nel quale le tracce si susseguono senza soluzione di continuità – ci raccontano la storia dell’amore tormentato di Margaret e Williams e dei personaggi che contornano la loro vicenda.

Il disco si apre con una intro strumentale (Prelude) su cui si innesta l’arpeggio di chitarra che ci introduce all’atmosfera sognante di The Hazards of Love 1 (ebbene sì, ci sono ben quattro canzoni con questo titolo nel disco) che ci presenta i protagonisti del racconto. Ci risveglia l’improvvisa transizione verso A Bower Scene che si sviluppa su un ritmo battuto di chitarra ma che procede un po’ troppo uguale a se stessa mentre la successiva Won’t Want for Love, seppur costruita su una lievissima variazione dello stesso riff, presenta sostanziali differenze melodiche.

The Hazards of Love 2 riporta il disco in un contesto più familiare dove riconosciamo i tratti dei Decemberists che amiamo di più. Il pezzo parte soft su un semplice giro di chitarra folk contornato da lievi percussioni e cresce pian piano fino alla piacevole apertura armonica del ritornello. Il breve interludio di The Queens Approach ci conduce verso Isn’t it a Lovely night una delicata e intensa ballata dove la fisarmonica e la chitarra si amalgamano perfettamente con le voci di Colin Meloy e Becky Stark. Ma è con The Wanting Comes in Waves / Repaid (sicuramente la track migliore del disco) che finalmente si cambia registro. I Decemberists spalancano le finestre della stanza semibuia in cui ci avevano tenuto fino a quel momento e ci fanno vedere che c’è un mondo là fuori e lo fanno con un gran pezzo che si sviluppa alternando un riff graffiante di chitarra a un arioso, solare e possente refrain.

Un altro interludio strumentale (An Interlude, appunto) ci fa cambiare di nuovo scena trascinandoci verso una sequenza di canzoni più aggressive (The Rake’s Song, The Abduction of Margaret e The Queen’s Rebuke / The Crossing ) che rispecchiano il momento drammatico e rocambolesco della narrazione: viene infatti introdotto “The Rake” il libertino insidioso e sinistro responsabile del rapimento di Margaret. Questi pezzi sono incentrati su fraseggi di chitarra “cattivi” e allo stesso tempo molto “catchy” e che ci ricordano forse un po’ troppo i White Stripes.

Con Annan Water, (forse l’esempio più riuscito di integrazione narrativa e musicale di tutto il disco), i Decemberists ci riportano ad atmosfere folk decisamente più soft, mentre la successiva Margeret in Captivity, nonostante la bellezza del testo, non riesce priorio a prenderci perchè siamo distratti dall’arpeggio di chitarra che ci ricorda in modo imbarazzante Dead or Alive di Bon Jovi. La terza incarnazione di Hazards of Love (sicuramente l’episodio più debole di tutto l’album) suona come una ossessiva e tetra filastrocca dove il coro di bambini impersona i figli morti di “The Rake” tornati a perseguitarlo. Dopo una bellissima ripresa corale del tema di The Wanting Comes in Waves, The Hazards of Love 4 conclude in modo mirabile la narrazione e il lungo viaggio musicale.

All’interno della produzione della band di Portland questo loro ultimo lavoro è di non facile collocazione. Sicuramente un disco più complesso del precedente “The Crane Wife”, ma che non riesce ad avvicinarsi alle vette raggiunte in “Her Majestythe Decemberists o in “Picaresque”.
Evidente che il punto focale di questo lavoro sia l’evoluzione narrativa della storia che viene messa in scena, ma certo è che solo in rari episodi (The Wanting Comes in Rage, Isn’t a Lovely Night, Annan Water) “The Hazards of Love” riesce a offrire pezzi capaci di trasmettere quel carattere e quella presa emotiva di cui i Decemberists sono capaci.
A Colin Meloy e compagni sicuramente va dato merito di aver avuto il coraggio di tirarsi fuori dal tranquillo e noto paesaggio musicale che oramai inconfondibilmente li caratterizzava.
Abbiamo però l’impressione che la loro esplorazione in questo lavoro – che a pieno titolo può considerarsi una vera e propria rock-opera – li abbia condotti in un punto imprecisato a metà strada tra i Death Cab for Cutie e gli Hold Steady, incerti se procedere verso un ‘impronta rock più decisa o se rinvigorire la loro anima folk.

Aspettando di scoprire quale sarà la direzione che intraprenderanno assegniamo a “The Hazards of Love” un’ampia sufficienza come riconoscimento per l’audacia che i Decembersits hanno certamente dimostrato.

(Carlo Torniai)

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