BEATLES REMASTERED/ Torna la magia dei Fab Four

- Paolo Vites

La novità discografica del momento è l’uscita degli album rimasterizzati dei Beatles. I Fab Four come mai si sono potuti sentire. Il commento di PAOLO VITES

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Per tutti quelli che hanno sempre considerato Ringo Starr un batterista incapace, l’anello debole dei Beatles: si vadano a riascoltare le sue parti in Twist And Shout, brano compreso nel primo vero album dei Beatles, “Please Please Me” (1963). Complice la splendida rimasterizzazione effettuata su questo e su tutti gli altri album del gruppo inglese (solo quelli pubblicati originariamente nel Regno Unito, che come si sa le prime stampe americane avevano contenuti e titoli differenti, fino a “Rubber Soul” quando le uscite si unificarono) si noterà come il batterista sottolinei con totale adesione, intelligenza e soprattutto moduli differenti ogni passaggio vocale di uno scatenato John Lennon, in quella che è tutt’oggi una delle più eccitanti registrazioni rock’n’roll di sempre.
E’ solo una delle tante meraviglie che si possono gustare ascoltando l’eccellente lavoro di pulitura e adattamento dei nastri originali, in questa serie di eleganti ristampe (belle confezioni digipack con l’artwork originale, libretti con liner notes esplicative, foto rare o inedite) in vendita dallo scorso 9 settembre. Si dirà: era ora, visto che il formato cd è in commercio dalla fine degli anni Ottanta e i fan – non solo – i cd dei Beatles se li erano già comprati. Questa volta però vale la pena fare lo sforzo economico: a parte i due cofanetti, uno tutto nero contenente gli album in versione stereo e uno bianco con quelle mono (fino a “Sgt. Pepper’s”, 1967, tutti i dischi dei Beatles erano registrati in mono perché si riteneva l’ascolto in hi-fi una mania per audiofili destinata a scomparire), ogni album è disponibile anche singolarmente a una cifra abbordabile (16 euro e 90, tenendo conto che le novità si vendono a 20 e passa euro).
La rimasterizzazione – dicevamo – nel formato stereo è decisamente brillante, le parti vocali risaltano egregiamente, i vari interventi strumentali sono una delizia per le orecchie. Quello che alla fine viene fuor dal riascolto di dischi come “Abbey Road”, “Help!”, “Revolver” è che veramente Lennon e McCartney siano stati i più grandi compositori dell’era moderna e che non ci vergogneremo di dire gli unici a poter essere citati sulla scia dei grandi classici (Beethoven, Mozart) di un’epoca lontana.
La ricchezza di incroci stilistici che metteva insieme tutto quanto sperimentato nella precedente produzione “pop”, cioè quella dei vari Bing Crosby o Frank Sinatra, le forme popolari tipicamente inglesi, la rivoluzione del rock’n’roll operata da Elvis a metà anni Cinquanta, la cultura hillbilly nordamericana: tutto viene fuso in un formato inedito, ma reso nobile dalla genialità di Lennon e McCartney. Dopo di loro, nessuno. Solo Bob Dylan, nello stesso periodo di tempo (gli anni Sessanta) può aver gareggiato con loro. Tutti gli altri, Stones compresi, si mettano in coda.
Riascoltando pagine minori come certe composizioni dalla colonna sonora di “Help!” (brani come The Night Before, It’s Only Love) verrebbe poi da dire alle giovani leve di oggi perché, invece dei musicisti, non si trovino altra occupazione. Sono brani minori per i Beatles, ma basterebbero a fare una carriera per certi giovani del terzo millennio. Riscoprire quella che è passata fino a oggi come una canzoncina, Michelle, permette di scoprire le ardite armonizzazioni vocali, gli incredibili “trucchi” operati al basso da McCartney lavorando in tonalità opposte a quelle della melodia. Per non parlare dell’attualità sonora di un pezzo come She Came In Through the Bathroom Window: a un blind test, nessuno potrebbe onestamente dire che questa è una incisione di 40 anni fa.
E’ una storia, quella della creatività dei Beatles, che qualcuno deve ancora analizzare e raccontare: la parola genio non basta, crediamo, e ad essa ci sentiamo di aggiungere solo quella di mistero. Come tutte le avventure creative più affascinanti, quella dei quattro di Liverpool è incorniciata nel mistero. E piace allora rivedere le foto che li ritraggono, dal primo album all’ultimo sempre sorridenti e uniti come fossero dei fratelli. Anzi, più che dei fratelli, che questi spesso finiscono per litigare, vedi il recente caso dei fratelli Gallagher degli Oasis. C’era una magia che li teneva insieme. Come disse una volta Bob Dylan, il senso di compagnia, di semplice amicizia che si avvertiva ascoltando le loro canzoni, non si avvertiva da nessun altra parte. I Beatles erano un gruppo di amici. Anche l’ultima foto, quella dell’aprile 1969 durante le session di “Abbey Road”, di fatto il loro ultimo disco di canzoni inedite (perché “Let It Be”, uscito un anno dopo, conteneva registrazioni precedenti a quelle) li vede, ormai uomini adulti, ancora insieme con i visi sorridenti. Stavano già andando ognuno per la loro strada, ma quel legame sembra impossibile spezzarsi. E allora è appropriato che l’ultimo pezzo di questo ultimo disco si intitoli proprio The End. Come avrebbe detto John Lennon allo scioglimento dei Beatles, “il sogno è finito”. Perché i sogni finiscono sempre. La grande musica però rimane. E le parole di quel brano, suonano come misteriosa profezia: “Alla fine, l’amore che ricevi è uguale all’amore che dai”.
Hanno dispensato abbondanti dosi di amore, i Beatles con la loro musica, e ancora ne ricevono.

(Paolo Vites)



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