SKETCHES OF YOU/ Blues e radici profonde nel nuovo album di Maniscalco

- Walter Gatti

Italiano trapiantato a New York, Riro Maniscalco dimostra di possedere il linguaggio della tradizione americana. La recensione di Sketches of You di WALTER GATTI

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Quando Riro Maniscalco ti guarda da dietro le lenti dei suoi occhiali, con quella barba ingrigita, sembra davvero uno dei songwriter del Greenwich Village. Ho sempre trovato in lui una somiglianza bislacca con Dave Van Ronk, folksinger amico di Dylan e Tom Paxton, profondo di voce e di sguardo.

Riro ha vissuto di musica, da bambino e poi dai tempi in cui faceva il deejay ante litteram in una “radio libera” milanese, Radio Supermilano, quando non era ancora marito, padre, nonno, manager in terra d’America. Lui dice che nel suo cuore c’è solo il blues, quello acustico, quello del Delta, e che non ama Johnny Cash, ma nelle sue tante canzoni già conosciute – tanto per dirne alcune: New Creation (scritta con Jonathan Fields), Nazareth Morning, The things that I See, My Father Sings To Me, Rumours Of War – c’è così tanta carne al fuoco che si capisce che in chi le ha scritte c’è una varietà stratificata di influenze e modi di pensare alla musica.

Nei libri che ha avuto la bontà di aiutarmi a scrivere, il buon Riro ha mostrato la pazienza di uno che si è anche confrontato con le canzoni di Jovanotti, oltre che con l’antico dolore di Blind Lemon Jefferson e la cosa gli rende merito. Nel suo ultimo lavoro discografico, "Sketches of You" (Itaca dischi), che potremmo volgarmente tradurre con “frammenti (o “immagini”) di Te” ci sono canzoni con mille sfaccettature musicali, come in un abbecedario melodico che tutto abbraccia, figlie di questo suo girovagare ascoltando: il blues soffia forte nello spirito e nella forma di Lord i Tried, mentre l’eccezionale I Wish è una gospel song che sarebbe piaciuta agli U2 e Little Things mostra un abito di psichedelia-pop che si pone a metà strada tra George Harrison e i Byrds; da parte sua Signs of an Abstent Presence (una delle vette assolute) fa sentire l’inevitabile suggestione delle melodie beatlesiane e l’eclettica Yes ha la forza di una little piece of pop-chamber music a mezza via tra Fairport Convention ed Eels.

Che ricchezza, insomma, c’è in queste tredici nuove canzoni. Sono scene di un lungometraggio che Riro (che interpreta con una voce mai così fascinosa, tutte in lingua inglese, idioma madre del nostro) compone come una colonna sonora, mille riflessioni su un unico tema: quell’antica relazione di un Io con un Tu.

E’ storia di un incontro antico, vissuto tra le avenue di New York, da dove Riro consegna fotogrammi di un viaggio fatto di ricerca umana, di amore e dignità, di certezza autentica (“Ho questo si e nient’altro/ Vivo la mia vita solo per la tua carezza”), come anche di solitudine a volte bruciante (“dove sei/dove sei ora?”). Blues e folksong vibranti di incapacità sofferta, ma intrise di una Presenza che osserva da dietro le quinte, come fosse l’autentica cifra armonica di tutto l’album. Come fosse l’uomo in più nella sala di registrazione.

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