RECENSIONE/ “Arrivederci, mostro!”, il nuovo disco di Ligabue

- Walter Gatti

“Arrivederci, mostro!”, la recensione dettagliata del nuovo disco di Ligabue a cura di WALTER GATTI. Rock, canzoni introspettive e un po’ di routine…

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Attesissimo, eccolo qui l’“Arrivederci, mostro!”, nuovissima fatica di Luciano Ligabue, rocker da Correggio. Realizzato in California giusto all’arrivo dei suoi 50anni (il Liga è nato nel marzo del 1960) e prodotto da Corrado Rustici (napoletano, già al lavoro con Zucchero, Elisa, Withney Houston e Aretha Franklin), il disco è la raccolta di dodici pezzi di forte impatto, quasi tutti carichi di chitarre e impeto. Uomo da stadi e da folle, Luciano dall’inizio degli anni Novanta interpreta una via tutta sua per il rock d’autore in cui suono elettrico e un certo visibile impegno civico sono diventati marchio di fabbrica, oltre che pegno di milioni di copie vendute.

Domanda secca: come è questo nuovo disco? Risposta semplice: un album interessante. Meglio di certe recenti cose del cantautore, un poco al di sotto delle entusiasmanti visioni rock degli inizi della sua carriera.

Nel disco in cui quasi catarticamente già nel titolo vuole mettere in luce le paure dell’io, Ligabue, alterna un suono che dopo un paio di pezzi diventa troppo (ma proprio troppo!) prevedibile a canzoni grandemente introspettive e di fortissima sensibilità. Risultato finale: metà disco funziona, l’altra metà tende allo sbadiglio del già sentito-già saputo.

Metto in prima fila le cose che mi hanno convinto, vale a dire tre canzoni che più hanno forza comunicativa e convinzione sonora: La linea sottile, La verità è una scelta, Atto di fede. Nella prima il tema è da che parte stai di fronte alla vita (“Non c’è modo di starsene fuori da ciò che lo rende tremendo e stupendo/… le sorprese che fa il firmamento”), nella seconda ci si confronta con un ampio concetto di verità, dove però soffia un certo senso personale e civile dell’esserci dentro le cose (“È dura non essere al sicuro/ e avere tutto quel bisogno di futuro”); nella terza – la più potente del terzetto – si urla più che mai che “Vivere è un atto di fede”.

 

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Il sound gira sempre intorno a un guitar rock di stampo nordamericano con reminiscenze di U2, non particolarmente innovativo, però in questi pezzi il Liga è convincente, perfettamente a suo agio nel ruolo del fratello maggiore (o del padre) di italiche generazioni giovani. Le cose funzionano a tal punto che anche un po’ di retorica non gli stona in bocca.

Trovo poi divertentissimo il rock’n’roll sbilenco di Taca banda (ci suona pure il figlio undicenne del Liga alla batteria), una cosetta che avrebbero potuto scrivere e interpretare qualche decennio fa Jannacci, Gaber e Dario Fo, dove si mettono alla berlina faccendieri e sputasentenze, politici impuniti e affaristi poco raccomandabili, nella solita fotografia dell’Italietta odierna (che va bene sempre dalla Guzzanti a Saviano). Sin qui i pezzi d’energia mentre in due brani un po’ sussurrati ci sono le quasi-perle del disco, Quando mi vieni a prendere e Caro il mio Francesco.

Forse non è bellissima, perché nella canzone non succede poi granché per lunghi minuti, ma la delicatezza di Quando mi vieni a prendere è una rarità. La canzone è un dialogo a distanza tra un bimbo e una mamma: il piccolo che va di malavoglia all’asilo, la mamma che lo guarda con affetto e un po’ di apprensione, e le parole che ogni piccolo ha detto prima o poi ("Quando torniamo ancora insieme a casa/ quando giochiamo insieme a qualche cosa/ dammi la tua parola"). La canzone, profondamente drammatica, fa riferimento a quanto accaduto in Belgio nel gennaio del 2009, quando un uomo (l’uomo nero di cui canta Ligabue) entrò in un asilo travestito da Pierrot e uccise a pugnalate due bambini e una maestra ferendone altri dodici.

Altra canzone piena di autenticità è Caro il mio Francesco, sorta di contemporaneizzazione dell’Avvelenata di Guccini, pezzo essenziale, con voce e pochissimi strumenti e con una batteria sensibilmente in primo piano, quasi a scandire più il tempo che passa e le sue incoerenze, piuttosto che la forza di una melodia. Come nella celebre incazzatura di Guccini, qui Ligabue consegna ai posteri le fatiche del cantautore, non irritato, ma deluso da ciò che lo può portare in alto o in basso, a partire dalle mode del momento e dagli umori della folla: "Ci si sente soli per tutto quello che si è visto/…il tempo che ti danno è fino al ritornello/ e tante volte nemmeno fino a quello". Forse che anche un certo dizionario progressista è in realtà solo voluto dal pubblico? Chissà… fin qui le note positive e interessanti.

 

 

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E le altre canzoni? Insomma… Per carità, nulla mai sotto una buona qualità produttiva (soprattutto Ci sei sempre stata), ma la sensazione è che una certa ripetitività sonora non giovi a Quando canterai la tua canzone, Nel tempo, Un colpo all’anima, Il peso della valigia, Il meglio deve ancora venire. In questa serie di titoli ci sono poche cose immediatamente memorizzabili ed emerge la percezione di tanta ripetitività e di poche immagini veramente forti, belle e da ricordare (fosse venuta fuori una nuova Bambolina, barracuda sarebbe stato il massimo…). Inutile comunque farsi la domanda – che si fanno anche molti dei fan della prima ora su vari blog – del dove sia finito il Ligabue più spontaneo e cutaneo, meno calcolato.

Sono trascorsi gli anni, il Liga è un mostro sacro e come Springsteen non può più scrivere canzoni come avesse vent’anni e un certo “calcolo” nella scrittura di un uomo di cinquant’anni lo si può dare per ovvio. Ci potevano essere più suoni, più voci, qualche bel pianoforte, un po’ più di blues-rock, ma in compenso in più di una canzone c’è autenticità, spontaneità, vita vissuta e questo non è da poco. Se poi qualcuno preferisce l’Amoroso o Mengoni, faccia pure. Al cinema c’è chi adora i film dei Vanzina….

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