SHERYL CROW/ “100 Miles from Memphis”, il nuovo album tra soul e R&B anni 70

- Paolo Vites

È uscito ieri nei negozi di dischi il nuovo album di Sheryl Crow. Si intitola “100 Miles from Memphis”, un sentito tributo alla black music anni Settanta. La recensione di PAOLO VITES

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Arriva un po’ a sorpresa, il nuovo disco di Sheryl Crow, da ieri nei negozi di dischi. “100 Miles From Memphis” è solo il settimo album in una carriera cominciata nel 1993, quando uscì “Tuesday Night Music Club”, il classico esordio che lanciò nel firmamento della canzone rock femminile una stella nuova di zecca. Ma Sheryl Crow era nel mondo della musica già da tempo, come corista di molte star, tra le quali l’ex Eagles Don Henley e poi anche Michael Jackson. Il quale viene ricordato nel nuovo cd con una cover dei Jackson 5, I Want You Back.

Ma tutto il disco è un bel ricordo giovanile della cantante, sin dal titolo: “Sono cresciuta in una cittadina a cento miglia da Memphis” dice “e questo fatto ha influenzato il mio gusto musicale, ma anche il mio modo di guardare alla vita”. E Memphis, si sa, è una delle capitali della musica americana, quella nera in particolare. Ecco perché il nuovo disco di Sheryl, a sorpresa, conoscendo quanto fatto in passato, e cioè una sorte di pop rock con influenze country, è un graditissimo tributo alla musica nera, l’R&B e il Philly Sound degli anni Settanta in particolare.
 

In realtà umori black ci sono sempre stati nelle sue canzoni, specie quelle del primo disco, ma questa volta il risultato sonoro rimanda davvero a certi dischi di Marvin Gaye, degli O’Jays, di Al Green. “La strada che conduce a Memphis” dice ancora Sheryl Crow “è tutta immersa nelle fattorie e la gente che vive là ha un profondo senso della comunità, gente con il timor di Dio, fortemente legata alla terra. La musica che è arrivata da quella parte di America è parte di quello che sono ed è la più grande ispirazione per ciò che faccio e ciò che sono”.

Prodotto dal chitarrista Doyle Bramhall II (che ha suonato un po’ con tutti, da Eric Clapton a Roger Waters) e Justin Stanley, “100 Miles From Memphis” centra in pieno la stagione delle radio AM degli anni Settanta, con groove sensuali, eleganti arrangiamenti orchestrali, e fiatistici senso del ritmo e grande onestà di fondo. C’è spazio anche per intriganti immersioni nel country gospel, nel brano Long Road, una canzone piena di sentimento, di cori che si rincorrono, un’ambientazione perfetta per una giornata sotto il sole del Sud degli States, tra un campo di cotone e il Delta del Mississippi.

Ci sono poi ospiti speciali, ad esempio la chitarra degli Stones, Mr. Keith Richards, uno che di black music ne mastica parecchia. In modo bizzarro – ma mica tanto conoscendo le passioni musicali di Keef Richards – il pezzo in cui regala le sue graffiate nervose di chitarra è quasi un reggae, il pezzo Eye to Eye, che però ben si adatta nell’atmosfera di generale negritudine del disco.

E poi c’è Justin Timberlake, uno che a Memphis ci è nato. Il brano in cui compare è una sensuale cover di Sign Your Name, il vecchio successo del 1987 di Terence Trent D’Arby, riproposto nello stile esatto di Al Green, uno dei massimi esponenti della soul music. Altra cover è una straordinaria rilettura di I Want You Back, successo dei Jackson 5, cantata dal giovanissimo Michael Jackson, con un arrangiamento che non ha nulla da invidiare a uno Stevie Wonder d’epoca.

I Want You Back, ricorda Sheryl, fu il primo 45 giri che comprò da ragazzina, e pensando che in seguito sarebbe finita a fare da vocalist per lo scomparso Re del Pop, il tributo suona davvero emozionale e appassionante. La Crow trova anche il tempo per una ballata ricca di sentimento e vibrazioni soul, la splendida Stop: il pensiero va immediatamente a quella gloriosa stagione della musica femminile di cui Carole King fu la maggior interprete.

Un disco liberatorio, immaginiamo, per la cantautrice, dove lasciar fuoriuscire tutto quel grande senso della musica che si porta dentro, come già anticipava quasi un ventennio fa un disco come “Tuesday Night Music Club”: il funk notturno di Roses and Moonlight ha l’incedere che ha reso gloriose certe pagine dei Temptations.

Un disco da ascoltare come si ascoltava la radio tanto tempo fa, quando Internet era solo una parola nei sogni di qualche programmatore di computer.

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