PATTI SMITH/ “Just Kids”, quando tutti volevano cambiare il mondo

- Paolo Vites

Patti Smith ha presentato a Milano il suo nuovo libro autobiografico, “Just Kids”. Una storia che si intreccia con quella del pittore e fotografo Robert Mapplethorpe. Una generazione che voleva cambiare il mondo. La recensione di PAOLO VITES

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Patti Smith e Robert Mapplethorpe in un particolare della copertina di "Just Kids"

Piazzare un reduce del’ 68, diretto o indiretto, sembra sia sempre d’obbligo negli eventi “culturali” di casa nostra. Poco importa se quel reduce fatica a possedere la chiave per decifrare chi gli sta davanti e se chi gli sta davanti, nel ‘68, dormiva sui marciapiedi di New York sperando di scroccare un pasto che gli permettesse di arrivare al domani. Di celebrazioni, evidentemente, in Italia, non si riesce a farne a meno, di certe stanze vuote e stanche si sente ancora nostalgia, stanze di cui qualcuno ha opportunamente cantato in tempi recenti proprio dedicando una canzone alla “Celebrazione” del ‘68: “Certe stanche stanze dove discutono di psichiatria di terrorismo e di fotografia, ascoltami… parlare e razzolare insieme”. Capita allora che quando Patti Smith venga in Italia per eventi che esulano da quelli strettamente concertistici, ad esempio la presentazione di un libro come successo lunedì 28 giugno alla Feltrinelli di Milano, le si affianchino personaggi che poco o nulla con lei e con il rock’n’roll ci azzecchino.

Niente di male, per carità, ma i primi a scocciarsene sono le persone del pubblico; poi anche lei, anche se da persona educata qual è Patti Smith non lo lascia mai a vedere. Qualche anno fa era stato Enrico Ghezzi a introdurla nella bella cornice del teatro Dal Verme di Milano a un pubblico che dopo una decina di minuti dei suoi soporiferi monologhi cominciò a inveire chiedendo a gran voce se ne andasse dal palco. Patti Smith, da grande artista qual è, sdrammatizzò il tutto e con un gesto punk come solo lei sa essere, si prese il microfono e lasciò a sprofondarsi in poltrona il gran guru di Blob. Adesso è successo che per la presentazione del suo nuovo, bellissimo libro autobiografico “Just Kids” (Feltrinelli, 294 pagine, 15,20 euro) a Patti Smith, alla Feltrinelli di Milano sia stato affiancato Luca Sofri. Che il ’68 non lo ha fatto, ma una cosa o due di quegli anni “indimenticabili” ne sa, per appartenenza di famiglia.

E anche questa volta si è ripetuto l’incantesimo, con uno spettatore che a gran voce gli ha chiesto di togliersi dai piedi, sottolineando quanto Luca Sofri fosse “imbarazzante”, tra l’approvazione del resto del pubblico presente. Il fatto è che personaggi dallo spessore artistico e umano così travolgente come Patti Smith non hanno bisogno di alcun tipo di “padrinato”. “Just Kids”, autobiografia incentrata sui suoi primi anni di vita e carriera, con particolar riguardo al rapporto con il futuro fotografo e pittore Robert Mapplethorpe, da lei raccontato da quando si dividevano una stanzetta a New York a fine anni Sessanta fino alla sua tragica morta per Aids nel marzo 1989, è un libro di potenza evocativa formidabile.

Sin dalla dedica iniziale, in cui Patti Smith scandisce l’unicità della sua visione artistica, in un mondo in cui “artista” e “ideologia” devono invece sempre fare rima forzata: “Su Robert (Mapplethorpe) è stato detto molto, e molto altro si dirà (…). Alla fine la verità potrà essere ritrovata soltanto nella sua opera, il corpo materiale dell’artista. Essa non svanirà. Gli uomini non possono giudicarla. Poiché l’arte canta di Dio, e a Lui appartiene in ultima istanza”. E’ un libro, questo, che narra sin dalla nascita e dalla fanciullezza, in parallelo, la vita di Patti Smith, e quella di Mapplethorpe, fino al giorno del casuale ma predestinato incontro che ne avrebbe, come dice lei, cambiato le vite. “Mia madre mi insegnò a pregare” scrive la Smith. “Mi insegnò le preghiere che sua madre aveva insegnato a lei. ‘E’ venuta l’ora di coricarsi e dormire, prego Dio ché l’anima voglia custodire’. Al tramonto mi inginocchiavo di fronte al letto mentre lei in piedi in compagnia della onnipresente sigaretta mi ascoltava recitare seguendo il suo esempio”.

L’esempio. Ecco quello che le generazioni successive a quella di Patti Smith, quella che altrove faceva il ’68, è venuto a mancare, lasciando un mondo pieno di orfani. Svilupperà, col tempo, la futura cantante e poetessa, come ancora scrive, “un nuovo tipo di preghiera, una preghiera silente, che richiedeva di ascoltare anziché parlare”. L’attitudine ad ascoltare, il mondo, la vita, gli altri, con questo atteggiamento di preghiera, sono la cifra artistica di Patti Smith. Il libro racconta poi del suo arrivo a New York, nell’estate del 1967, senza lavoro e senza casa, decisa, dopo aver imparato a memoria Arthur Rimbaud e il suo libro “Illuminazione”, a diventare un’artista. Davanti a lei, che arrivava dalla sperduta provincia americana, una società che stava cambiando dietro a impulsi apocalittici. “Nella primavera del 1967 tirai le somme della mia vita” dice Patti Smith.

“Avevo messo al mondo una bimba in salute e l’avevo affidata alla protezione di una famiglia amorevole e istruita. Avevo abbandonato il collegio magistrale poiché non possedevo la disciplina, l’interesse e neppure i soldi per proseguire (…). Era l’estate in cui morì Coltrane. L’estate di Crystal Ship. I figli dei fiori levavano le braccia vuote e la Cina esplodeva l’atomica. Jimi Hendrix dava fuoco alla sua chitarra a Monterey. La radio AM suonava Ode to Billie Joe. Ci furono rivolte a Newark, Milwaukee e Detroit. Era l’estate di Elvira Madigan, l’estate dell’amore. E in quell’atmosfera mutevole, per nulla accogliente, un incontro casuale cambiò il corso della mia vita. Fu l’estate in cui incontrai Robert Mapplethorpe”. Comincia così una relazione fatta di amore puro e innocenza fra due persone a cui sta a cuore una cosa sola, la bellezza: “Robert Michael Mapplethorpe nacque di lunedì, il 4 novembre del 1946 (…). Fu un marmocchio un po’ monello la cui infanzia spensierata venne ravvivata da un debole per la bellezza (…). Malgrado la giovanissima età, racchiudeva in sé la voglia di emozionarsi e quella di scatenare emozioni”. Come Patti. Dopo i primi anni di stento e di amore, le cose cambieranno. Lui sempre più attratto dalla pittura, l’amore per Michelangelo e lo scoprire il cambiamento dentro di sé, fino all’omosessualità. Lei poetessa, poi cantante rock.

Un fuoco che avrebbe cambiato la storia della cultura popolare del Novecento quando Patti Smith, nel 1975, avrebbe inciso uno dei dischi più significativi di tutta la storia della musica rock, “Horses”. Anche su questo punto di vista, il valore dell’arte, si interroga Patti Smith: “Bramavo onestà, ma scoprii disonestà in me stessa. Perché dedicarsi all’arte? Per realizzazione personale, perché l’arte valeva di per sé?”. Domande coraggiose, che la maggior parte degli artisti moderni hanno dimenticato di farsi. Arte, piuttosto, come testimonianza di qualcosa che c’è, a prescindere dalla nostra interpretazione, testimonianza di “altro” da sé: “Grazie al suo esempio (di Mapplethorpe, ndr) compresi che ciò che conta è l’opera in sé: il filo di parole ispirato da Dio che diventano poesia, la tramatura di colore e grafite scarabocchiata sul foglio a magnificare il Suo gesto”.

Le strade dei due che si dividono, si intrecciano di nuovo, si disperdono. Si ritrovano definitivamente negli ultimi momenti quando lui, diventato uno dei grandi della fotografia e della pittura moderna, lei ritiratasi a vita privata per crescere i figli, scopre di avere l’Aids. Lei lo accompagna, amorevolmente, nelle ultime ore: “La luce che filtrava dalle finestre si riversò sulle sue fotografie e sulla poesia di noi seduti per l’ultima volta insieme. Robert morente, creava il silenzio. Io, destinata alla vita, prestai ascolto a un silenzio che avrebbe richiesto un’esistenza intera per trovare parole”. Con una dedica, commovente come lo è tutto il libro: “Caro Robert (…) la tua arte che scaturiva da una fonte fluida, può essere ricondotta al canto spoglio della tua giovinezza. Allora parlavi di andare nella mano con Dio. Ricorda, in ogni cosa hai sempre tenuto stretta quella mano; stringila forte, Robert, non lasciarla mai”.

La mano di Dio. “Finalmente, al cospetto del mare” scrive nelle ultime righe Patti Smith “dove Dio è dappertutto, riuscii a calmarmi. Rimasi a guardare il cielo. Le nuvole avevano il colore di un Raffaello. Una rosa ferita. (…) Avevo trasfigurato gli aspetti più tormentati del mio dolore, avevo donato loro una veste scintillante, un canto in memoria di Robert”. Anche se l’impotenza di fronte al dolore è una realtà innegabile: “Perché non so scrivere qualcosa che possa risvegliare i morti? Questa ricerca è ciò che brucia di più nel profondo”. “Just Kids” è il più bel libro mai scritto su quella generazione che ha voluto cambiare il mondo, e in ciò facendo, in rari casi come quello di Patti Smith, ha ritrovato se stessa.

Nell’esempio di chi è venuto prima, e nella testimonianza di quello che la realtà è, a prescindere da noi. Ecco perché, alla Feltrinelli di Milano, durante la presentazione di questo libro, alla domanda di uno spettatore su che cosa significasse per lei religiosità, la Smith ha semplicemente risposto: “Io prego”. Che è il gesto più umano e intelligente che uno possa fare.

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