HERBIE HANCOCK/ “The Imagine Project”, un viaggio tra i suoni del mondo

- Luigi Viva

In “The Imagine Project”, il disco che Herbie Hancock ha realizzato per i suoi 70 anni, vengono riproposti i brani di altri artisti, miscelando con gusto generi e suoni apparentemente lontani. E i risultati sono notevoli. La recensione di LUIGI VIVA

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Herbie Hancock – “The Imagine Project”: Herbie Hancock è sicuramente uno dei grandi del jazz, ma contrariamente a Keith Jarrett, gode di meno favori soprattutto da parte della incartapecorita critica jazz italiana (fra gli incartapecoriti includiamo anche i giovani critici) che continua a propinarci dischi barbosissimi ma “rigorosamemente jazz”.

Ecco allora beccarci articoli sulle stranezze di Jarrett e dischi soporiferi come l’ultimo con Haden (registrato nell’home studio precisano le note di copertina, ma venduto a prezzo pieno aggiungiamo noi) noioso e  con dei pessimi suoni e, magari, trovare apprezzamenti, con la puzza sotto al naso, per Hancock. Quest’ultimo reduce dal Grammy Award vinto nel 2008 per il cd “River: The Joni Letters”, ci ha di recente deliziato con la pubblicazione del nuovo cd “The Imagine Project”  presentato dal vivo anche in Italia nel corso  di un applauditissimo tour.

“The Imagine Project” è un disco di puro godimento,  dove tutto  è calibrato e curato con sapienza e amore:gli arrangiamenti, i suoni, le finezze strumentali, il pianismo del leader. Il cd ripropone versione di brani di altri artisti,  miscelando con gusto  generi apparentemente lontani. Hancock ha  girato mezzo mondo per realizzarlo coinvolgendo  musicisti di ogni etnia, ma i risultati, come vedremo, sono esaltanti.

Dopo Imagine Intro e Imagine, il classico di Lennon, che vede alternarsi le voci di Pink e Seal ai congolesi Konono No 1, supportati fra gli altri da Jeff Beck, Marcus Miller e Vinnie Colaiuta, ecco arrivare Don’t Give Up di Peter Gabriel che, di tutto l’album, rappresenta la gemma più lucente, rasentando l’arrangiamento perfetto. Le parti vocali, affidate a John Legend e Pink, sono incastonate fra le raffinatezze  di Hancock che  pennella colori e accenna frasi duettando con il bravissimo chitarrista rock Dean Parks. Uno dei pezzi  più suggestivi di Peter Gabriel  diventa, sotto la sapiente regia di Hancock, un susseguirsi di emozioni.

Non contento, Hancock osa ancora di più mettendo insieme i Tinariwen, gruppo originario del Mali con i Los Lobos, realizzando un incalzante medley fra un pezzo dei primi (Tamatant) e  Exodus di Bob Marley. Sempre dal Mali arriva Toumani Diabete con il suo kora a duettare con Hancock al piano e Lionel Loueke alla chitarra in The Times, They Are A’Changin’, classico di Dylan che vede come ospite il leggendario gruppo iralndese dei The Chieftains.

Il cantante colombiano Juanes è protagonista con il suo pezzo La Tierra nel quale Hancock dimostra la duttilità del suo pianissimo alla presa con ritmi centroamericani (accompagnato dalla batteria di Colaiuta e dal basso elettrico di Marcus Miller).

Nella prima parte di  A Change is Gonna Come di Sam Cooke, la voce di James Morrison è la protagonista fino a che non  sale al proscenio Herbie Hancock con un lungo e indimenticabile solo, che racchiude tutta la grandezza, la gioia e la creatività di questo grande artista.

Unico pezzo originale il conclusivo The Song Goes On nel quale è protagonista la cultura indiana con  il sitar di Anouskhka Shankar.

Ospiti in questo brano il sassofonista Wayne Shorter e la cantante Chaka Khan; al basso l’autore  Larry Klein, produttore e arrangiatore del cd insieme ad Hancock, un’autentica garanzia. Klein ha prodotto tra gli altri alcuni degli album più belli della grande Joni Mitchell, sua compagna per anni. Originale ed elegante il packing.

Ultima notazione, non da poco, Herbie Hancock da anni suona esclusivamente il piano Fazioli costruito a Sacile e orgoglio della nostra liuteria.

 

 

 

 

 

 



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