THE DECEMBERISTS/ “The King is Dead”, sulle orme di Neil Young e Springsteen…

- Paolo Vites

Chi ha amato i loro dischi precedenti rimarrà perplesso di fronte a “The King is Dead”, la nuovissima fatica dei Decemberists (in uscita il 18 gennaio). La recensione di PAOLO VITES

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DECEMBERISTS – “THE KING IS DEAD” – Chi ha amato i loro dischi precedenti, come ad esempio “The Crane Wife” o l’ultimo, “The Hazards of Love”, rimarrà perplesso di fronte alla nuovissima fatica (esce il 18 gennaio) dei Decemberists, “The King is Dead”.

Chi infatti aveva amato quelle atmosfere un po’ pompose, autentici concept album come si usava negli anni Settanta, fatti di reminiscenze folk inglesi alla Fairport Convention, di pop barocco in stile progressive, di citazioni colte dal punto di vista letterario, ci metterà un po’ a ingranare con questo nuovo disco.

A meno che non siate fan del cosiddetto genere “americana”, quella musica cosiddetta roots rock che paga pegno a maestri come Neil Young o Bruce Springsteen. Influenze che si sentono fortemente in questo “The King is Dead”: mai ad esempio avremmo pensato di ascoltare i Decemberists così springsteeniani come nel brano Down by the Water. O un pezzo come l’iniziale Don’t Carry It All che sembra uscire, con quel drumming “uno-due-tre” da un disco come “Harvest” di Neil Young.

Per non parlare dell’armonica. Ma attenzione: è un’impressione che verrà spazzata via ben presto, ai successivi ascolti, se avrete la bontà di perseverare. Perché, come in ogni disco dei Decemberists, c’è di più, molto di più. Ad esempio la presenza di Peter Buck, chitarrista dei R.E.M, in tre canzoni (la già citata Don’t Carry It All, Calamity Song e Down By the Water) e allora vi sembrerà che questi siano i Decemberists che fanno i R.E.M.. 

E poi c’è anche la deliziosa Gillian Welch, la più autorevole rappresentante del neo folk acustico americano, che con le sue armonie vocali regala spessore al tutto. Ma alla fine di tutto, in questo disco come in ogni disco di questa band, c’è lo straordinario Colin Meloy, frontman, autore di testi e gran parte delle musiche e voce solista. E che voce. Quando si dice una voce che fa la differenza. Una voce, scusate il linguaggio giovanilistico, "che spacca". Una delle ultime grandi voci del rock. Bellissima, esaltante, epica, capace di far lievitare il contenuto stesso delle canzoni.

E così alla fine "The Kings is Dead" si rivela un gran disco. Certo più immediato, più accattivante, ma sempre un gran disco. I Decemberists, band proveniente dalla fredda Portland, sono uno dei gruppi cult (cioè che non ancora hanno colto il successo di massa) più amato degli ultimi dieci anni.

La loro presenza fisica già ben descrive chi siano: sembrano dei nerds, degli impiegati di qualche grande azienda di computer di Silicon Valley, tutto il contrario delle rock star a cui siamo abituati. Cantori di un mondo antico, sospeso tra fiaba e sogno, con "The King is Dead" si collegano direttamente alla grande tradizione americana popolare senza più le mediazioni del passato.

Ne escono canzoni dal tasso melodico potentissimo, suonate con grazia e passione. Con l’eccezione della (bellissima) This Is Why We Fight, che paga pegno a un altro grande amore di Colin Meloy, gli inglesi Smiths, che già il titolo del disco è un tributo a un loro classico, "The Queen is Dead".  E cosi questa canzone diventa la grande canzone che Morrissey non sa più scrivere da quando gli Smiths si sono sciolti. Un ritmo incalzante, riff chitarristi jingle jangle, e una melodia che sale sale verso le vette del miglior pop di sempre.

Ma ancor meglio è Colin quando si prende l’autorità di far tutto da solo (o quasi): January Hymn (titolo quanto mai appropriato per una canzone pubblicata nel mese di gennaio) lo vede alla chitarra acustica e con un lieve accompagnamento corale in sottofondo. "Cosa c’è di meglio da fare in una domenica di inverno" dice "se non spalar via la neve dal viale". Un brano di una intensità travolgente, unica.

A cui fa da ironica risposta June Hymn: all’inno di gennaio ecco l’inno di giugno. E qui si ritrovano molteplici strumenti, dal banjo al mandolino e se prima c’era tutta la malinconica solitudine dell’inverno, ecco il calore di una canzone da cantare sotto il porticato di una all american farm con i raggi del sole che scaldano e rallegrano dopo il freddo invernale. Come dire: siamo riusciti a farcela anche questa volta.

Un disco fascinoso, dunque, che si conclude con la gioiosa disperazione di Dear Avery, storia di un minatore morto: l’assenza di una presenza, come sempre ha suggerito Colin Molley nelle sue canzoni, dai tempi di quella Crane Wife che anche una icona del rock come Marianne Faithfull sentì il bisogno di incidere. Ma se una persona è andata via, non si è soli. Si è soli se qualcuno non è mai venuto in prima istanza. Questo i Decemebrists lo sanno bene, e noi lo sappiamo insieme a loro. Adesso che la cosa migliore che possiamo fare è ascoltare "The King is Dead" un’altra volta ancora. E poi ancora. Almeno fino a quando gennaio non avrà lasciato il posto a giugno.

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