RADIOHEAD/ The King Of Limbs, ritorni e ripartenze di Thom Yorke e soci

- Simone Nicastro

Nessun annuncio sui giornali, nessuna anticipazione, i Radiohead tornano sulla scena a loro modo con il nuovo “King of Limbs”. La recensione dell’album a cura di SIMONE NICASTRO

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Il nuovo disco dei Radiohead

RADIOHEAD – THE KING OF LIMBS – Credo che i Radiohead siano la band più interessante tra quelle tuttora in attività. E lo dico a prescindere dalle modalità abbastanza curiose con cui decidono di pubblicizzare e distribuire i loro album e che vedono l’ultima fatica del gruppo, “King of Limbs”, annunciato come scaricabile on line dal giorno 19 febbraio per poi invece essere rilasciato già dalla mattina del 18 (per il supporto concreto si dovrà aspettare ancora qualche settimana).

Nessun annuncio sui giornali, nessuna anticipazione, niente di niente, solo scarne comunicazioni web. E questo perché Thom Yorke e soci appaiono sempre più fuori da ogni moda e regola, sia nelle loro attività mediatiche e promozionali, che soprattutto dal punto di vista più importante, quello musicale.

Già è stato scritto: i Radiohead non inventano niente di nuovo, ma come per le band autenticamente influenti, questi musicisti inglesi riescono a sintetizzare e rendere necessarie quelle musicalità di cui i nostri cuori e le nostre menti hanno bisogno e a cui ambiscono, a volte senza esserne neanche consapevoli.

Fu così con il neo prog romantico di “Ok Computer”, il suono del nuovo millennio “Kid A”, l’elettronica melodica e suonata di “In Rainbows” (tra l’altro album che credo sia stato ingiustamente sottovalutato rispetto al suo immenso valore) solo per citarne alcuni.
Ed eccoci giunti a questo “The Kings Of Limbs”: 8 brani, poco più di 40 minuti, nuova decade da iniziare a descrivere con la loro arte. Vediamo dunque come si presenta l’album.

Il primo pezzo “Bloom” introduce l’opera, invita e disorienta insieme, insinua tra l’ossessiva ritmica tribale e l’atmosfera liquida delle tastiere la voce marziana di Thom che come sempre trasporta le nostre povere carni in un luogo diverso, un “altro” posto dove sostare per il tempo restante.

Morning Mr. Magpie” colpisce e riacutizza i sensi: non ci sono minuti da perdere, non ci si può rilassare troppo, il mondo corre e c’è chi ci può rubare tutto, anche la magia, decisamente la melodia (“Good Morning, Mr. Magpie. How are we today? And now you stole it, all the magic, took my melody”). L’atmosfera è un funk digitale, un’onda che non arriva mai ma sommerge ugualmente, una gara a incastri tra gli strumenti con solo un vuoto centrale per prendere il respiro per cantare nuovamente.

Little By Little” gioca con la nostra memoria, con quel sottopelle che ormai ci ricorda dove sono i Radiohead, dove rimarranno sempre nonostante i generi musicali attraversati, le parole pronunciate, le evoluzioni o le pure e semplici derive; la memoria inconscia che riconosce immediatamente quei tocchi personali sulle corde della chitarra (l’anima?), quei bassi come pulsazioni sostanziali, quella batteria che veste tutto con appeal unico e il canto che continua a ripercuotersi ovunque dentro e fuori di noi: “Little by little by hook or by crook. Never get nervous. Never get judged. I’m no idiot. I should look”.

A metà esatta dell’album arriva “Feral” e le parole spariscono in favore del puro suono, delle percussioni trascinanti, delle vibrazioni del corpo anche quando si rimane immobili, della scomposizione del pensiero in pochi esili “pensanti” istinti di emersione da un magma virtuale (così reale nel quotidiano vivere).

Contemporaneamente al rilascio on line dell’album è stato reso visibile anche il nuovo video con un Thom Yorke incontrastato protagonista di un balletto “epilettico”: “Lotus Flower” è la versione del pop moderno della band, è il brano che mette insieme gli elementi più diretti della loro sintonia raggiunta, è il connubio tra l’evocativa voce e la trama  elettronica di “cadenzata dolcezza”.

Nel sesto brano il battito del cuore rallenta fino al minimo sentire, il pianoforte si accorda al volo delle libellule (“dragonflies”) e la mano cerca di trattenere lo scorrere dell’acqua fra le dita, la limpida bellezza dell’abbandono alla calma della solitudine, il pacificarsi nella fantasia di poter sconfiggere il male almeno per pochi attimi. Di solito di canzoni dei Radiohead come “Codex” ci si sente obbiettare di una certa semplicità di fondo: provateci voi allora a scriverla ed eseguirla.

E di seguito come in uno “spleen” finale sempre più votato all’etereo e al minimalismo la chitarra acustica si adagia su un giro folk, la chitarra elettrica armonizza di contrappunto, la batteria si fa solo singola metrica e Thom Yorke si innalza in una ripetizione testuale fino alla tromba strozzata e distorta: “Give Up The Ghost” non è un consiglio, è una benedizione.

L’ultimo capitolo “Separator” è programmatico saluto, è il lasciarsi con la promessa di crederci ancora, è l’ultimo passo che diventa già il primo del nuovo cammino, è il semplice eco di quell’aria musicale che mai smetterà di risuonare fra il cielo e la terra, fra i corpi degli esseri umani e i loro sentimenti, fra la luce che abita il buio e l’ombra che deriva da ogni scintillio.

Separator” è l’altra faccia del primo brano “Bloom”, è la regola della vita che in ogni disorientamento si può trovare la giusta direzione per intravedere la meta, scorgere il momento in cui saremo finalmente e del tutto svegli. Per sentire altro e poi nuovamente riaddormentarsi ancora in questo meraviglioso sogno che sono i Radiohead.

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