DAVIDE VAN DE SFROOS/ “Yanez”, una promessa mancata…

- Paolo Vites

La recensione del nuovo disco di Davide Van De Sfroos, Yanez. Un album che lascia un po’ di amaro in bocca per la mancanza di brani davvero significativi. La recensione a cura di PAOLO VITES

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Il nuovo disco di Van De Sfroos, "Yanez" (Ansa)

Davide Van De Sfroos, il dopo Sanremo. Più di ogni altro, forse anche più di Roberto Vecchioni, vincitore del festival a 68 anni di età, è il cantautore comasco quello che è uscito dal festivalone con le aspettative maggiori. Se Sanremo oggi, dal punto di vista commerciale, non è più una vetrina in grado di far vendere dischi (neanche a chi vince), è pur vero che significa esposizione mediatica totale. Da oggetto semi sconosciuto, sorta di infiltrato della Lega (non è vero) nel mondo della musica da sempre – in Italia – appannaggio della sinistra, Davide Van De Sfroos adesso si trova una Italia (unita?) davanti. Era quello atteso con più curiosità, anche con educata antipatia: come ne sarebbe uscito? Sembra ne sia uscito molto bene, apprezzato da tutti, critica e pubblico televisivo.

E adesso “Yanez” parte alla conquista della Penisola. Probabilmente ci riuscirà, anche se “Yanez” il disco, lascia con un retrogusto amaro in bocca e più di un quesito aperto. Il brano presentato a Sanremo e che dà il titolo al  disco, suona  come una fotocopia di cose fatte già fin troppe volte. Se per il pubblico sanremese è stata una novità musicale, per chi conosce e apprezza Davide da anni, è stata una parziale delusione, da archiviare nel file “già sentito”. Era un disco, questo, che serbava molti misteri, annunciato come una svolta nella carriera, destava curiosità: suona invece come un ripassino e anche a tratti sbiadito di un repertorio masticato e rimasticato da tempo. Non è un brutto disco, certo, che Davide Van De Sfroos è autore di classe, ma certo non ha in sé nessuno dei colpi straordinari che rendevano “Pica!” uno dei più bei dischi italiani di sempre. Anche l’uso del dialetto, in un album fatto quasi tutto di ballate da cantautore classico (quello che cioè, come da sempre in Italia, guarda al mondo musicale americano) suona questa volta fuori luogo. Non per ragioni politiche, ovvio, ma perché suona piuttosto come un cliché ormai da applicare a ogni costo quando invece musicalmente non ce ne sarebbe bisogno.

Meglio infatti quando in queste canzoni si fa maggior uso dell’italiano, ad esempio nella splendida La figlia del tenente. “Yanez” è disco fatto in gran parte di ballate rallentate, e sono anche i pezzi migliori, anche se nessuna di essi si avvicina a gemme come New Orleans o 40 Pass, che tanto avevamo amato nell’episodio discografico precedente. Qua nessun pezzo spicca davvero più di un’altro, si assomigliano un po’ tutti con quel tono dimesso e trascinato via, quasi come se l’ispirazione fosse in attesa di un giorno migliore. 

E se “Pica!” era un disco di storie di personaggi che, seppur costretti a combattere una dura lotta quotidiana con la vita, ne uscivano sempre, o quasi, vittoriosi (come dimenticare gli straordinari ritratti di un Cimino, o quello magnifico de Il costruttore di motoscafi, ad esempio, ma soprattutto quello commovente dei minatori di Pica!e dei tre sbandati di 40 Pass) o comunque sapevano guardare con positività e speranza alla vita, qua i protagonisti sembrano tutti degli sconfitti. Dei beautiful loser, come siamo sicuri piacerebbe a Davide definirli. Lo dice bene un brano come Dona luseerta“Non sarà questo specchio d’acqua a ridarti la faccia che avevi a 6 anni”. Cioè la faccia dell’innocenza e della bellezza, perdute entrambe per sempre. Lo ripete ancora meglio nella sua malinconia Maria, storia di una prostituta a cui è stata negata ogni speranza. 

E così tra un paio di brani veloci, tra folk d’assalto ormai innocuo e il Sudamerica che spunta tra Yanez e il El carneval de Schignan ecco il country rubato a Cry Cry Cry di Johnny Cash (Il camionista ghost rider, manifesto degli amori musicali di Van De Sfroos, e strano che manchi all’appello Bob Marley). Qualche accenno di rock qua e là, un tentativo di sorprendere con “effetti speciali”, quelli degli ospiti, in Dove non basta il mare dove si gioca ancora una volta la carta dell’unità – musicale – d’Italia. E poi la bella, come già accennato, La figlia del tenente, un brano notturno, pianistico, impreziosito dalla efficace lap steel del bravo Massimo Gnola, un pezzo stranamente quasi nascosto al fondo di un disco (lungo, ben 15 canzoni, e sono tante) mentre avrebbe meritato ben altra sottolineatura, essendo l’unico che mostra davvero quelle strade nuove dove Van De Sfroos dovrebbe mettersi a guardare. Un disco che lascia aperto il quesito, decisivo, nell’accenno dolcissimo della conclusiva, un frammento, Rosa del vento. Un respiro, una preghiera. Il quesito nascosto nelle pieghe di un disco che forse è transizione, e che era apparso molte volte nel corso del cd: “In quel luogo dietro i luoghi dove non basterà il mare”: cosa c’è, Davide, in quel luogo dietro i luoghi? E dove lo troveremo, se mai lo troveremo, questo luogo?



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