PEARL JAM/ “Vs” e “Vitalogy”, quella parte di Seattle che ha saputo sopravvivere al successo

Tornano i Pearl Jam degli anni Novanta in un box formato da tre cd con gli album Vs., Vitalogy e il concerto integrale del ’94 a Boston. GIUSEPPE CIOTTA racconta la band di Seattle

27.04.2011 - La Redazione
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I Pearl Jam

Dopo la necessaria reissue – nel 2009 – del seminale debut album Ten (1991), remixato dal loro storico produttore Brendan O’ Brien (già con Mick Jagger e Bruce Springsteen) a fronte di una produzione originaria troppo radiofonica, continuano le celebrazioni per il ventennale della più longeva – e forse amata – band della Seattle anni Novanta.
Protagonisti (con Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains) dell’ultima età dell’oro nel rock – che rivitalizzò il genere sull’una e sull’altra sponda dell’oceano, con ripercussioni anche nel mercato discografico italiano (senza il boom di Nevermind, in quanti si sarebbero spinti a firmare contratti con band che provenivano totalmente dall’underground?) – i Pearl Jam tornano con le ristampe di Vs. e Vitalogy, in vari formati.

Lasciando stare la costosa, ma babilonica, riedizione in vinile (con memorabilia e gadget assortiti), ci concentreremo qui sul box da tre cd che – oltre a contenere Vs. (1993) e Vitalogy (1994) espansi e rimasterizzati, opere n° 2 e n° 3 del gruppo – annovera un terzo lavoro dal valore storico non indifferente: il concerto integrale del 12 aprile 1994 a Boston, data emblematica a suggellare la chiusura del tour di Vs., causa crollo nervoso di una band lanciata a tutta velocità verso un successo sproporzionato.
La coeva notizia del suicidio del leader dei Nirvana, Kurt Cobain, col quale – dopo anni di sterili polemiche, alimentate ad arte dalla stampa – si era riavvicinato, aveva gettato il cantante/autore Eddie Vedder nel panico: il peso dello scomodo – e mai voluto – ruolo di portavoce della Generation X ricadeva, ora, tutto sulle sue spalle. Pertanto, l’intensità di questo live è – a tratti – quasi insostenibile: tutte le canzoni sembrano suonate come se fosse l’ultima volta e la band, nella sua miglior formazione di sempre (col mai dimenticato batterista Dave Abbruzzese), mostra già in nuce le potenzialità che la renderanno, a tutt’oggi, il miglior live act del mondo.

L’inusuale apertura con Oceans (da Ten) la dice lunga sull’unicità dello show, che snocciola quasi tutti i brani dei primi due album, una cover dei punk rockers Dead Boys – Sonic Reducer – con Mark Arm dei Mudhoney ospite alla voce, un’altra – Fuckin’ up – di Neil Young (una vera e propria guida, per Eddie Vedder, al pari degli Who), più la funkeggiante e rara Dirty Frank. Lo zenit assoluto è raggiunto con ben tre – allora – inediti, suonati per la prima volta in pubblico e che avrebbero trovato posto sul successivo Vitalogy, artisticamente il vertice assoluto della band: costruito sulle rovine disilluse di un periodo ormai al tramonto (la rivoluzione del grunge e del rock indipendente di fine anni Ottanta – primi Novanta) e col fantasma di Cobain sullo sfondo, che influenzerà parecchie delle canzoni contenute in esso.

Si ha, così, l’occasione di ascoltare una Not for you (contro la violenta invasione della privacy, causa di scoramento tanto in Cobain quanto in Vedder) che se la gioca – per coinvolgimento e bellezza – con la versione in studio; Tremor Christ e – soprattutto – Immortality: destinata a divenire uno dei pezzi più amati dai fan, è qui in versione ancora incompleta, ma carica d’urgenza comunicativa, poiché appena composta dal cantante sull’onda emozionale della scomparsa di Cobain.

Come se non bastasse questa – una volta tanto utile – rarità del concerto, riascoltare nella scintillante veste sonora del remastering i due album è un’esperienza gaudente per tutti gli audiofili. La brillantezza di Vs. (storicamente, anche a detta del chitarrista/fondatore Stone Gossard, l’album meglio prodotto dal gruppo) raggiunge ulteriori vette. La profondità dello spettro sonoro; lo spazio e le dinamiche fra gli strumenti; l’asciuttezza della voce e dei timbri: un suono che più umano non si può, a rendere al meglio quella stessa umana vulnerabilità delle canzoni dei Pearl Jam, forse la caratteristica che più d’ogni altra testimonia il loro indiscusso valore storico e musicale.

Cosa aggiungere alla stentorea forza punk di Go e Blood?  Alle sferzate rock di Animal e Leash? All’amore mai sopito dei Pearl Jam per certo funk rock sghembo (Glorified G e Rats)? E l’hendrixiana Dissident? E la trasognante poesia di Indifference? E la lezione dei R.E.M. riattualizzata in Daughter ed Elderly woman…? O l’omaggio ai Who più granitici di Rearviewmirror?
Passando ai bonus dell’album, l’inedita versione acustica di Hold On – già inclusa, in chiave elettrica, nella raccolta di b-sides Lost Dogs – ci riporta, per sonorità e interpretazione, a quegli anni intensi: emotività a tutto spiano, su un tappeto acustico figlio tanto di quei tempi, quanto del recupero della migliore tradizione Americana (Neil Young, Tom Petty…), di cui i Pearl Jam furono fra i primi fautori. Cready Stomp, strumentale, è inedita in tutto e per tutto: scartata da Vs. perché grunge ante litteram nelle sonorità è – nondimeno – un paradossale calderone d’incroci stilistici e influenze che, di lì a poco, matureranno al punto da smarcare definitivamente il quintetto dalla “castrante” etichetta di Seattle sound.

Crazy Mary – per chi segue la band – non necessita di presentazioni, essendo diventata un must nei loro live: brano folk rock della cantautrice Victoria Williams (presente nella take), fu coverizzata dal gruppo in un benefit album a favore della stessa autrice.
Altro tratto distintivo, la tenacia e la mai stucchevole positività delle liriche: un unicum nel panorama di cupo esistenzialismo rappresentato dai testi e dallo stile di vita degli altri gruppi protagonisti nella scena di Seattle. Da quel punto di vista, Eddie Vedder si definì fin da subito come il bastian contrario del rock: anti-divismo, anti-pose, nessun culto dell’immagine né della figura inarrivabile della rockstar. Il musicista è solo uno strumento a servizio della musica, un sacerdote dell’arte sonora: un “integralismo”, un’etica di adesione alla realtà quotidiana, che salverà la band dall’uragano di fama ed eccessi che travolse gran parte dei protagonisti di quel periodo.

Nei fatti, la lotta al bieco ruolo della rockstar inavvicinabile – da parte dei Pearl Jam – si tradurrà nel coraggioso atto di non girare più videoclip, né far uscire singoli, né dar vita a tour faraonici sponsorizzati e iper-pubblicizzati, sfidando persino il colosso multinazionale Ticketmaster: una sorta di auto-ammutinamento dal successo, che pochi avrebbero avuto il coraggio di operare.
È un altro dei motivi per cui la band è sopravvissuta, dura e durerà nel tempo; da ciò l’assoluto rispetto e dedizione da parte dei fan, con cui il gruppo ha un rapporto più unico che raro: chi ha avuto la fortuna di ammirarli dal vivo, specie qui in Italia (da loro amatissima), sa bene di cosa sto parlando.

Per i motivi prima citati, è chiaro come Vitalogy sia un album più cupo e ripiegato su se stesso, che si muove scostante tra brani tiratissimi e ballate evocative. Stavolta, la celebrazione della vita passa per la comprensione del desiderio di morte (il suicidio); del rifiuto della fama ostentata; delle discese negli abissi della depressione, della misantropia, della paura degli altri. I testi – quindi – meno lineari e narrativi di un tempo, sviscerano la psiche da successo e si riappropriano – alla fine – della libertà, sebbene “Alcuni muoionosolo per vivere” (da Immortality).

La dura scorza sonora di Vitalogy rende ancor di più col “gustoso” remastering operato per l’occasione: Last Exit e Spin the black circle palesano, in modo chiaro, come alla base del sound dei Pearl Jam stia tanto certo rock umorale anni ’60 – ’70 (Neil Young, Who…) quanto il punk rock, sia esso basico che evoluto (Ramones, Fugazi…). Tremor Christ e Nothingman sono nude immagini di sentimenti reconditi: la prima lo dichiara con un ossessivo incedere elettrico, la seconda sotto forma di tenue ballata. Corduroy è – con Immortality – forse il miglior pezzo mai scritto da Eddie Vedder: l’una è un movimento rock emotivo che ha la verve di mischiare insieme classic rock, post punk e R.E.M. della prima ora; l’altra parte dal Neil Young più introverso (quello di Tonight’s the night) e vira, decisa, verso un’epicità cui miglior titolo non si poteva dare. Satan’s bed ha uno dei più bei riff di Gossard, mentre varie schegge sonore – di breve durata e dal tenore sperimentale – spezzano la tensione del disco e mischiano, ancor di più, le carte in tavola.

Per chi ama la musica popolare e non conoscesse ancora questo periodo – sicuramente il più ispirato dei Pearl Jam – questa è un’occasione unica per farlo proprio, nella maniera migliore. Per chi ha avuto la fortuna di viverlo in diretta, ecco un modo per rituffarci in un’epoca in cui il rock era ancora in grado di suonare vero e di esprimere compiutamente i sentimenti di intere generazioni – entrando in simbiotica empatia con esse – attraverso i contenuti e non con evanescenti e ammiccanti lobotomie pseudo “musicali”.

(Giuseppe Ciotta)

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