PAUL SIMON/ Le mille sorprese di “So Beautiful or So What”

- La Redazione

Esce il nuovo disco di Paul Simon. Senz’altro il miglior lavoro da molti anni a questa parte, con testi riflessivi e ricchi di spiritualità. Lo esamina RAFFAELE CONCOLLATO

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La copertina del nuovo disco di Paul Simon

In una recente dichiarazione Elvis Costello ha affermato: “Questo pregevole album, profondo e gioioso, merita ampiamente di essere indicato come uno tra i più grandi traguardi di Paul Simon”. Un entusiasmo giustificato. Questo “So Beautiful or So What” infatti porta indietro la mente ai ricordi del primo lavoro solista di Simon (nello spirito) fino ad arrivare a “Graceland” (per la musica). L’album è composto da 10 brani in 38 minuti e arriva, dopo un anno di registrazioni nel Connecticut, a cinque anni da “Surprise” e undici da “You’re The One”; lavori non certo indimenticabili, comunque apprezzabili, soprattutto per la cura dei particolari. Il nuovo lavoro era stato preannunciato qualche mese fa dall’autore: “It’s the best work I’ve done in 20 years”, è il lavoro migliore che ho fatto in vent’anni . A parte l’ovvietà della frase, il quasi 70enne from Newark sembra, alla fine, aver ragione.

Prendete “Graceland”, il suo capolavoro solista, metteteci dentro un po’ tutto il suo vissuto musicale e aggiungete un pizzico di elettronica ed ecco il risultato. La grande (ma non troppo) novità è la presenza di Chris Bear (il batterista dei Grizzly Bear) che ha curato le perfette inserzioni di elettronica innestandole tra gli assoli dell’ottimo chitarrista Vincent Nguini e le fantasie del talentuoso percussionista Steve Shehan. Tutto questo è ben udibile dal primo brano, Getting Ready For Christmas Day, in realtà non una canzone natalizia, ma con ironia ne usa il logoro immaginario per parlare dei guai dell’umanità. Non importa dove si sia, Pakistan o New York, quando arriva arriva e bisogna essere pronti. Sostituite Christmas con quasi tutti gli accadimenti della vita e il gioco è fatto. Musicalmente colpisce il suono della chitarra quasi sincopato e l’inserzione di una parte (ok di un campionamento) del sermone dell’infervorato Reverendo JM Gates (esiste anche un video su youtube con l’intero discorso). Sembra essere di fronte ad un bel remix e non all’originale del brano.

Un inizio spiazzante, ma veramente intrigante. Il binario classico viene invece preso dalla successiva The Afterlife avvolgente e dal ritmo esotico costruito su una base di Soca (musica derivata dal Calypso). Non è messa lì per caso, è lì per dire che ormai molte vite sono una routine, dal bambino che va a scuola all’adulto in ufficio, ma alla fine la speranza c’e’: “After you climb up the ladder of time The Lord God is near”, dopo aver salito la scala del tempo, Dio è vicino.
Il terzo brano è Dazzling Blue, le vocalità riportano ai tempi di Simon and Garfunkel, da certe radici (che radici!) non si scappa. Il testo è poesia, di quelle che possono rimanere e ballare in testa per giorni. Bellissimo il passaggio: “Maybe love’s an accident, or destiny is true But you and I were born beneath a star of dazzling blue Dazzling blue, Dazzling blue, roses red, fine white linen To make a marriage bed And we’ll build a wall that nothing can break through And dream our dreams of dazzling blue“. Il ritmo del pezzo è quasi country, con accenni, proprio solo accenni, di fiddle, sullo sfondo.

Si passa poi a Rewrite, guitara spagnoleggante, cantato cadenzato. Testo che sembra venire dalla penna di un certo Bruce Springsteen da Freehold dei tempi migliori: “I’ve been working at the carwash I consider it my day job Cause it’s really not a pay job But that’s where I am Everybody says the old guy working at the carwash Hasn’t got a brain cell left since Vietnam”. Il paragone con il Boss si ferma lì, le sonorità del guitaron la fanno da padrone, forse un po’ di maniera ma sempre piacevole. Invece Love And Hard Times è più intimista, con orchestrazioni old style come il testo e l’argomento rivela: “I loved her the first time I saw her I know that’s an old songwriting cliché Loved you the first time I saw you Can’t describe it any other way Any other way The light of her beauty was warm as a summer day Clouds of antelope rolled by No hint of rain to come In the prairie sky Just love, love, love, love, love”.

L’amore alla fine è sempre al centro del mondo ormai ce lo hanno detto tutti, ma non importa, la classe e la voce morbida fanno di questo brano un piccolo ritratto che sarebbe bene riguardarsi ogni tanto, soprattutto quando la normalità sembra diventare l’eccezione. Con la successiva Love Is An Eternal Sacred Light si ritorna alle ritmiche che conosciamo. Questo potenziale singolo da radio supera di molte lunghezze gli ultimi sbiaditi lavori dei vari sopravvissuti songwriter coetanei di Paul ormai incartapecoriti. Parla del potere del bene e del male, il ritornello orecchiabile fa il resto, attenzione può piacere in un modo inaspettato. Dopo la strumentale Amulet ricco di sonorità spanish e vocalizzi tocca a Questions For The Angels dal poetico refrain: “Questions for the angels Who believes in angels? Fools do Fools and pilgrims all over the world. Semplice e soprattutto vero. Semplice è anche la musica, ancora una volta l’inconfondibile voce di Paul che accarezza l’anima. Il testo è una bella poesia dove si respira l’aria newyorchese cara a Simon e si cita anche il rapper Jay Z.

Ci si aggira nella savana con Love And Blessings il brano più semplice liricamente, ma molto spirituale ricorda in modo netto alcuni passaggi più roots di Graceland. E’ inutile quando si incide una pietra miliare non si può essere esentati da confronti e richiami, ma quando si tratta di capolavori non si dice citazione? Lo spirito che aleggia dall’inizio alla fine del brano è uno spirito antico lontano che ormai fa parte del vissuto di mr Simon. Per definire questo brano basterebbe l’aggettivo: spirituale.
Infine Paul ci saluta con “So Beautiful or So What” e ci mette dentro un po’ tutto quello sentito finora compresa una sincopata chitarra elettrica. Dal vivo sicuramente sarà un must. Nel complesso un bel ritorno per Paul Simon, che ha guardato indietro e ha cercato l’ispirazione senza vergogna e timore di ripetersi nei suoi lavori più famosi sempre mettendo davanti la classe e la sua fantasia al facile “manierismo” e al “pezzo facile” e per uno della sua statura (artistica) non è ovvio.

(Raffaele Concollato)

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