RITRATTI/ A lezione da Chopin: il genio visto dai suoi allievi

ENRICO RAGGI presenta “Chopin visto dai suoi allievi”, libro che racchiude centinaia di testimonianze sulla sua attività pedagogica raccolte dallo specialista Jean-Jacques Eigeldinger

08.08.2011 - Enrico Raggi
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Chopin visto dai suoi allievi

Vi piacerebbe prendere lezioni di pianoforte direttamente da Chopin? Non può sfuggirvi “Chopin visto dai suoi allievi” (Astrolabio editore). Centinaia di testimonianze sulla sua attività pedagogica provenienti da agende personali, diari, lettere, annotazioni su partiture, ricordi scritti e orali di studenti, amici, colleghi, critici, ascoltatori, un’immane compilata dallo specialista Jean-Jacques Eigeldinger.
Per sei mesi l’anno, da novembre a maggio, Chopin riceveva giornalmente cinque alunni di media (per un totale di centottanta nomi). Massimo tre lezioni settimanali di un’ora circa, due ore per i prediletti. Nessun principiante, né bambini. Insegnamenti gratuiti o, al contrario, costosissimi. Si dedicava alle lezioni “con una meticolosità e una dedizione da apostolo”.
Maestro esigente, appassionato, paziente, fermo. Modi cortesi alternati a scoppi d’ira, lezioni tempestose e totalizzanti. Instillava fiducia, era comprensivo, incoraggiava tutti. Insegnava con parole e suoni, immagini lapidarie alternate a esempi dal vivo.
Coltivava la sensibilità tattile e quella uditiva. Consigliava di non esercitarsi più di tre ore al giorno. Suggeriva d’intercalare con letture e passeggiate. Il lavoro certosino sui tasti neri. Le sue “scandalose” diteggiature. Accarezzare la tastiera. Cantare con le dita, la loro individualità, la naturale disuguaglianza: fonte di varietà del suono. Declamare sottovoce. Separare le frasi. Punteggiare. Sfumare.

Il volume ribolle di preziosi appunti di lavoro. Chopin non amava esprimersi per iscritto. “La penna mi brucia in mano”, si scusava. Il suo viaggio verso l’ignoto, alla ricerca del suono filosofale (trasformare uno strumento percussivo in voce umana), richiede nuove posizioni del corpo, uno speciale uso del pedale, tocco penetrante e di leggerissimo peso. Gemiti di violoncello e goccioline iridescenti di rugiada.
Come otteneva simili magie? Il libro ci introduce nel laboratorio dello stregone. “Per le note ribattute in tempo moderato non tollerava che si cambiasse dito. Preferiva che la ripetizione si effettuasse con la punta della falange”.
“Facilmente, facilmente”, era la sua parola d’ordine. Condurre alla rilassatezza di ogni muscolo. Sgridava gli allievi un po’ rigidi: “Suonate questa nota come si deve, non fatela abbaiare”. Imparare dalla flessibilità dei bambini.
Secondo l’allievo Adolf Gutmann, era capace di far passare le gambe sopra le spalle, per il pianista Stephen Heller, “la sua mano destra era come un serpente che spalanca la bocca apprestandosi a ingoiare in un sol boccone un coniglio. Sembrava fatto di caucciù. Suonava in legato passaggi contenenti grandi intervalli perché il polso, non il braccio, era mobilissimo. “Mano sciolta, flettersi al massimo, mai ricorrere alla forza del gomito, salvo nei passaggi in fortissimo. Cadere sui tasti dolcemente”.

Un piano ribelle, argentino eppur velato, il suo Pleyel, destriero da addomesticare con delicatezza e carisma: tastiera morbidissima, assenza di doppio scappamento, colori diversi a seconda della forza con la quale veniva premuto il tasto. Si potevano ottenere note sublimi o estremamente sgraziate. Impossibile una via di mezzo. Il suo rubato? “Il vento che gioca tra le foglie, le scuote, ma l’albero non si muove” (Liszt).
Uomo di spirito. Se qualcuno esagerava con illanguidimenti e rallentamenti, lo fulminava con un “Prego, si sieda pure”. Un altro sollevava troppo rapidamente la mano dai tasti: “Si è scottato?”, domandava. Durante una spettacolare esibizione di Liszt chiese al vicino “Morde?”.

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