RUTHIE FOSTER/ Da Austin, Texas: gospel – blues tutto dal vivo. Ma non solo

Già candidata ai Grammy, Ruthie Foster va a registrare dal vivo nella più incandescente città della musica live d’America, Austin. La recensione di WALTER GATTI

02.09.2011 - Walter Gatti
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Ruthie Foster

Attendiamoci la solita invasione discografica: parte il nuovo anno sociale e il mondo musicale e discografico si prepara a riversarci addosso montagne di nuovi lavori belli e brutti, attesi e inutili, fantasmagorici e noiosi. Ce ne sarà per chi ama il prodotto di nicchia e per chi stravede per i dischi da classifica: Antonello Venditti e Red Hot Chili Peppers, Luca Carboni e Tangerine Dream, Ry Cooder e Dj Ax, gli Stadio e Lenny Kravitz, Giorgio Canali e Damon Albarn, Guy Clark e Kenny Wayne Shepard, tanto per fare un elenco di cose differentemente interessanti. Bisogna prepararsi, centellinare gli euri per qualche acquisto mirato, sia esso di supporti fisici che di download su i-Tunes e compagni.

Ma qui – per aprire la stagione – vorrei segnalare un disco che è uscito proprio nel mezzo dell’estate e che sto ascoltando da qualche giorno come una piccola perla di sensibilità e di feeling. E’ il “Live at Antone’s” della texana Ruthie Foster, chitarrista e cantante di splendido gusto gospel-blues apparsa sulla scena al termine degli anni ’90. Ruthie, che ha raggiunto un bel grado di notorietà americana nel 2009 quando il suo “The Thruth According to Ruthie Foster” entrò nelle nomination per i Grammy nella sezione del miglior album blues (anche grazie alla partecipazione di musicisti del calibro di Robben Ford e dei Memphis Horns) è andata a registrare questo disco elettrico nel più celebre live-stage di Austin e il risultato le rende totalmente merito. Quattordici pezzi di perfetta alternanza tra blues e suggestioni spiritual, tra suoni acustici e belle chitarre roots: Ruthie ha una voce convincente e corposa, una buona vena d’autrice, una notevole devozione verso i classici, come mostra in Above My Head, un gospel-blues strepitoso dal repertorio di Sister Rosetta Thorpe trasformato come avrebbe fatto Solomon Burke. Il disco è poliedrico: una folk-rock ballad come When it Don’t Come Easy (di Patty Griffin) segue al blues urbano di Runaway Soul, che ci riporta al primo disco di Ruthie per una major, mentre Fruits of my Labour strizza l’occhio a Sam Cooke e ai grandi della soul music.

Difficile resistere al bluesysoul di Back to the Blues, come all’accoppiata finale dell’album: gli oltre undici minuti funkeggianti di Death Came a’Knocking (a metà strada tra Subdudes e Little Feat) e il sapore cajun di Ocean of Tears sanno conquistare cuori e sentimenti diversissimi. Questo Live con la sua band (con Papa Mali alle chitarre, uno che da anni lavora con gli ex membri dei Grateful Dead) posiziona Ruthie nel firmamento delle interpreti da seguire, di fianco a nomi come quelli di Eric Bibb, Susan Tedeschi, Tab Benoit e Rory Block. E pensare che solo dieci anni fa la Foster faceva la cantante nella banda della Marina Militare degli Stati Uniti….



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