INTERVISTE/ Dado Moroni: il mio piano solo

- La Redazione

Questa sera a “La Salumeria della Musica” il concerto in piano solo di uno dei jazzisti italiani più richiesti e apprezzati all’estero. All’interno il racconto di DADO MORONI: l’inizio di una carriera da enfant prodige, gli incontri decisivi e gli ultimi progetti

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Dado Moroni è uno dei pianisti jazz italiani più apprezzati e richiesti in America. Il suo talento precoce, che lo ha fatto entrare nel mondo del jazz nelle vesti di enfant prodige, spiega la quantità e qualità delle sue collaborazioni. Tra gli altri ha suonato con: Ron Carter, Chet Baker, Dizzy Gillespie, Freddie Hubbard e Tom Harrell, con il quale ha da poco inciso due splendidi dischi, “Humanity” in duo e “The cube” con un ambizioso quintetto.

La tua carriera di jazzista inizia molto presto. Quando e come nasce la tua passione per la musica e per il Jazz?

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui si ascoltava sempre Jazz e musica classica. Sono state la colonna sonora della mia infanzia. La musica classica all’epoca mi sembrava molto austera e il Jazz mi attirava di più. Mi colpiva ad esempio la voce di Ella Fitzgerald e come si divertiva cantando, o la musica di Duke Ellingtone che ascoltavo con mio padre quando avevo due anni.
Con i dischi dei jazzisti tradizionali (Louis Armstrong, l’orchestra di Glenn Miller e molti altri) ho assorbito il linguaggio, poi, pian piano, ho ripercorso in maniera personale la storia del Jazz.
Sono partito dal pianoforte di Fats Waller, poi ho scoperto che era stato “maestro” di Art Tatum, quindi sono arrivato a lui e a Earl Hines.
Quando avevo otto anni un amico, fanatico del bebop, mi fece ascoltare Charlie Parker. Probabilmente ebbi la stessa reazione dei musicisti di allora: non ero abituato al suo stile, mi sembrava sconclusionato, strano. Era una grossa novità che riuscii a comprendere grazie a Oscar Peterson, perché il suo pianismo era ben radicato al blues e alla tradizione (in cui mi ritrovavo), ma faceva ugualmente delle sortite nel bebop.
Con Bud Powell diventai un fan del bebop e così via… Parker mi ha portato a Miles Davis, il quale mi ha portato a a Bill Evans, Hancock, McCoy Tyner, Coltrane e tutti gli altri “eroi”, fino ad arrivare al jazz “moderno”.
Devo dire che a influenzarmi di più non sono stati i pianisti, ma ad esempio la chitarra di Wes Montgomery, la tromba di Clifford Brown, o la musica di John Coltrane e Paul Chambers.
Il fatto di non essermi interessato solo ai pianisti forse deriva dal fatto che ho sempre provato a suonare il piano come se fosse un altro strumento. Se provi a suonare come un sassofonista, pensando al respiro delle frasi e ad altre cose ti si aprono delle porte nuove, come faceva se vuoi Earl Hines (con il suo trumpet-style).
Ci sono diversi esempi in questo senso: la tromba di Kenny Dorham ad esempio suonava come un sassofono, così come il contrabbasso di Ray Brown.

Quali sono stati i maestri che ti hanno aiutato a sviluppare il tuo talento naturale?

Ho iniziato da solo. Avevo la dote di sentire con naturalezza le frequenze basse, questo mi permetteva di inquadrare le linee di basso, che assieme alla melodia forniscono lo scheletro di un pezzo. Sono gli elementi fondamentali all’interno del quale chi sta “in mezzo” può colorare con la propria tavolozza.
Non per niente ho sempre trovato affascinante il gruppo di Gerry Mulligan e Chet Baker senza pianoforte.
Comunque, come ti dicevo, all’inizio non avevo un maestro, fino a quando mio padre non mi portò in un Jazz club di Genova a sentire il pianista Flavio Crivelli, che suonava jazz ma si era diplomato al Conservatorio di Parma con Benedetti Michelangeli. Non a caso aveva un suono bellissimo. Mi ha poi insegnato a trattare lo strumento, a capire cosa combinavo nel jazz, ad allargare gli orizzonti e anche a come stare sul palco.
Non mi insegnò la musica classica perchè capì che a quella ci sarei arrivato in seguito. Un giorno, molto tempo dopo, ascoltai alla radio un pezzo stupendo. Scoprii che era Il clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach e mi chiesi come mai non lo avessi mai ascoltato. Da allora l’unica distinzione che mantengo in musica è quella tra buona e cattiva.

Altri incontri decisivi?

Quello fondamentale è stato con Franco Cerri che mi chiamò in radio per una trasmissione alla ricerca di nuovi talenti, poi in una trasmissione televisiva per suonare con l’orchestra della Rai. Nel ‘77 in quell’orchestra suonava gente del calibro di Gianni Basso e Sergio Fanni. Da un incontro all’altro poi è nato tutto.
La mia particolarità è quella di essere sul palco da quando ho 11 anni. Sono cresciuto subito a stretto contatto con gente molto più grande di me. Stando con loro, anche banalmente per non essere tagliato fuori dai discorsi, ho dovuto maturare in fretta.
Quando tornavo tra i miei amici, a scuola, inevitabilmente avvertivo la differenza. Vivevo in un mondo di grandi anche se ero molto piccolo. Quei musicisti però mi accettarono senza farmi pesare la differenza d’età.

Durante la tua carriera hai potuto suonare con dei “mostri sacri” del jazz e incidere parecchi dischi. A quale di questi sei più affezionato?

A parte alcune collaborazioni bellissime, sono legato affettivamente a due dischi, nati in momenti particolari della mia vita.
Uno è “What’s new” del ‘92 con Gianni Cazzola e Rosario Bonaccorso in cui ho esplorato la mia vena compositiva che avevo abbandonato e l’ultimo, “The cube”: un progetto con due batterie (Stefano Bagnoli ed Enzo Zirilli) e il vibrafono di Andrea Dulbecco, a cui si è aggiunto poi il trombettista Tom Harrell.
Ci ho lavorato tanto, soprattutto a un pezzo, Sea, sul quale ho passato le nottate, trovando finalmente l’idea che mi era sempre stata davanti.
In quei giorni è nato anche il disco con Harrel, dal titolo “Humanity”, in modo del tutto spontaneo: con lui è fantastico suonare senza troppe regole.
Sta invece per uscire un disco in piano solo, che rappresenta me stesso così come sono in questo momento
L’ho registrato in due sessioni. Nella prima volevo registrare un pezzo che mi aveva dedicato un produttore e compositore milanese, che purtroppo è mancato. Approfittando però dell piano, che era bellissimo, del buon umore e del fatto di non avere fretta ho continuato a suonare.
Il giorno dopo sono tornato in studio, anche se l’umore era diverso e ho suonato alcuni pezzi miei, più alcuni altri nati in studio. Il risultato è una miscela di standard, canzoni d’autore e pezzi miei.

Il concerto di giovedì sera alla Salumeria della Musica di Milano anticiperà qualcosa di quest’ultimo disco?

In parte sì, ma non preparerò una scaletta. Spesso da una frase durante l’improvvisazione mi viene in mente quale sarà il pezzo successivo. Mi piace suonare in maniera spontanea, a maggior ragione se sono da solo, cercare nuove strade, stupirmi continuamente riscoprendo il pianoforte ogni volta, come un bambino. Poi influirà la risposta del pubblico e il feeling con il pianoforte.

Nella situazione particolare del piano solo quale musicista ami di più?

Ce ne sono tantissimi, se però devo citarne uno dico Art Tatum. Al di là dello stile e dei tempi, era già avanti.
Poi tra gli altri c’è l’imbarazzo della scelta, basta ascoltare “Facing You” di Keith Jarrett, “Spiral” di Kenny Barron, anche se poco conosciuto, “Alone” di Bill evans, “The Piano” di Herbie Hancock…potrei andare avanti all’infinito… anche se Art Tatum li batte tutti.

(Carlo Melato)

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