INTERVISTE/ Pupi Avati: scoprire il proprio talento, la responsabilità del protagonista

- int. Pupi Avati

Il regista PUPI AVATI, al Meeting di Rimini come presidente di giuria del concorso per aspiranti registi “What’s in your city?”, si racconta a ilsussidiario.net. Il grande amore per il jazz, le delusioni, la scoperta di Fellini e della macchina da presa

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Pupi Avati torna al Meeting di Rimini per presiedere la giuria che premierà i migliori cortometraggi del concorso internazionale “What’s in your city?”. Il regista bolognese, spesso a contatto con i giovani che aspirano a diventare registi, ci ha gentilmente concesso un’intervista sul suo passato, a molti ignoto, di clarinettista jazz e sui suoi sogni di ragazzo alla ricerca del proprio talento e della propria strada.

Non è la prima volta che è presente al Meeting di Rimini. Cosa ne pensa? Come viene percepito, secondo lei, all’esterno?

Al Meeting sono venuto tante altre volte, la prima volta presentai “Regalo di Natale”, poi ci furono altre graditissime occasioni. Penso che susciti sempre un enorme interesse, anche se c’è chi mi guarda con una certa diffidenza quando viene a sapere che vengo al Meeting. Ormai ho fatto il callo a queste cose. Penso che non ci si debba piegare a un’omologazione ideologico-culturale che ormai avvolge tutto e in cui tutti si trovano rassicurati. Preferisco starne fuori e fare delle scelte che molte volte non sono apprezzate nell’ambito di una “culturetta di provincia” che non è più cultura.

Quest’anno al Meeting presiederà la giuria del concorso internazionale per filmakers “What’s in your city?”. Come si pone verso i giovani aspiranti registi?

Il cortometraggio è senza dubbio uno strumento indolore e a costi contenuti attraverso cui si può acquisire un minimo di conoscenza del mezzo. In altri paesi cinematograficamente più evoluti del nostro, come la Francia, si predilige da tempo questo tipo di esperimento. Nel caso esista una predisposizione, una vocazione, dopo alcuni cortometraggi è possibile scovarla. Aggiungo però che, pur essendo uno strumento di valutazione attendibile, vengo raggiunto, anzi travolto, da diverse centinaia di lavori ogni anno, il più delle volte però molto “autoindulgenti”. L’investimento creativo spesso si risolve totalmente nella realizzazione di titoli di testo e di coda, o addirittura nella realizzazione di backstage. Cose veramente senza alcun senso, con un eccessivo margine di autocompiacimento e dalle quali non si può assolutamente desumere nulla.
La facilità di “girare”, soprattutto in digitale, da una parte semplifica la facilità di esprimersi, dall’altra realizza una sorta di corsia di scivolo, di scorciatoia che alcuni prendono nella più totale inconsapevolezza, incoscienza e soprattutto presunzione.

Rivede nei giovani di oggi che puntano a diventare registi i suoi primi passi verso questa difficile professione?

Purtroppo no. Quarant’anni fa quando abbiamo iniziato a fare questo mestiere avevamo, al contrario dei giovani d’oggi, una conoscenza approfondita del passato, dei classici della storia del cinema. Aspiravamo, anche se certamente con un margine di presunzione eccessivo, a imitare in qualche modo i più grandi maestri della storia del cinema, europeo e nord-americano. In più, era per noi impossibile “verificarci” attraverso lo strumento, perché i costi del 16mm e del Super8 erano proibitivi. Solo chi era ricco di famiglia poteva pensare di realizzare una propria idea. Ci limitavamo quindi a immaginare e a scrivere molto. È soprattutto attraverso la scrittura che abbiamo avuto accesso alla bottega del cinema, frequentando poi i registi e cercando di capire da loro il più possibile.

Quali sono stati i suoi “maestri”, i punti di riferimento nel mondo del cinema?

C’è un regista che ha avuto la responsabilità, attraverso i suoi capolavori, di avermi indotto a immaginarmi e illudermi che il cinema sarebbe stato lo strumento con il quale “dirmi”: Federico Fellini. A certi suoi film debbo questa scelta professionale. A uno in particolare: “”. In questo film ho visto la certificazione più attendibile, più approfondita e accurata del potenziale di un mezzo espressivo come il cinema. Si racconta in modo esaustivo e seducente chi è il regista e quale sia il suo rapporto con il mezzo tecnico. Fellini, tra l’altro, è un mio conterraneo, probabilmente anche per questo ho avvertito più forte l’affinità con lui.
Devo molto anche a tanti altri registi, uno su tutti: Jhon Ford.

Prima di scoprire il cinema lei ha vissuto la grande passione per il Jazz che l’ha portata a suonare con grandi musicisti in giro per l’Europa. A quale epoca del Jazz è più legato e quali sono stati i suoi musicisti di riferimento?

Il Jazz che ascoltavo nel primo dopoguerra italiano, alla fine degli anni Cinquanta, era molto goliardico e si rifaceva al Jazz tradizionale di New Orleans. In quel periodo ogni grande università aveva la sua Jazz Band. Era una musica considerata trasgressiva, anche se nello stesso tempo era molto solare, ballabile. È la musica che ho suonato per tanti anni.
Ho iniziato ascoltando i primi clarinettisti di New Orleans come Johnny Dodds, l’orchestra di King Oliver e Louis Armstrong. Col passare del tempo, da ascoltatore, quel tipo di musica non mi è bastata più e ho fatto un percorso in avanti andando a scoprire le varie epoche del jazz fino ad arrivare al bepop e alla musica più straordinaria e alta secondo me rappresentata da Charlie Parker. Il percorso che ha portato al free jazz e mi ha fatto disinnamorare. Ciò che è accaduto dopo era così poco emozionante, dissonante e comunicava così poco per cui non mi è più interessato. Sono tutt’ora ascoltatore quotidiano e attentissimo di forme jazzistiche che si chiudono tutte con gli anni Cinquanta. Per quanto riguarda il jazz di oggi, in Italia abbiamo dei jazzisti in grado di suonare al livello degli americani, cosa che quando ero ragazzo io non accadeva. Oggi i giovani nascono (è uno dei pochi meriti della globalizzazione) con una predisposizione musicale che non avevamo.

Al Jazz ha dedicato importanti film come “Bix”, “Ma quando arrivano le ragazze?”, altri in maniera indiretta contengono comunque degli omaggi, delle piccole dediche a questa musica. La serie tv “Jazz Band” racconta però della sua esperienza nella “Doctor Dixie Jazz Band” con cui suonò per parecchio tempo. Che ricordi ha di quell’esperienza?

Ho ricordi bellissimi. L’esperienza gioiosa di un ragazzo di vent’anni che si trova a girare l’Europa, suonando la musica che ama con grandissimi musicisti e arrivando a vincere la coppa della migliore orchestra Dixieland europea. Ero totalmente deresponsabilizzato non c’erano problemi familiari, neanche economici, forse sono stati gli anni più belli della mia vita e “Jazz Band” è il riassunto di quella storia.

Come ha scoperto che la sua strada era però un’altra?

Suonavo con musicisti che mi dimostravano quotidianamente che il loro talento era esplicito e il mio non lo era. Questo mi ha messo all’angolo. Erano musicisti straordinari come Hengel Gualdi, Lucio Dalla, Gianni Sanjust, che invidiavo terribilmente, senza riuscire però a emularli. Francamente, a distanza di anni, la cicatrice è ancora aperta e ancora oggi mi definirei un musicista fallito, per il fatto di non essermi riuscito ad esprimere attraverso la musica. Nella ricerca di un altro strumento attraverso il quale parlare di me ho incontrato il cinema e me ne sono innamorato. Grazie a Dio è andato a sostituire la musica, anche se non totalmente. Per questo la musica è sicuramente un elemento non trascurabile del mio cinema.

Il Meeting di Rimini di quest’anno ha come titolo “O Protagonisti o nessuno”, un tema molto vicino ai suoi film. I suoi “protagonisti” sono spesso persone che il mondo non considera come tali o mette in un angolo. Chi è il protagonista secondo lei?

I personaggi verso i quali dimostro più attenzione sono appunto di questo tipo. Quelli che in qualche modo hanno alle spalle vicende più clamorose sono già stati celebrati da altri, in altri contesti, cinematografici, letterari, o attraverso i media. Non credo che abbiano bisogno dei miei film. Io, tra l’altro, parlo del mondo che conosco e che mi è più vicino, raccontando le persone più semplici e appartate, che svolgono le attività più insignificanti, umili, meno appaganti, ma che sono portatori sani di un grandissimo sogno. Penso che il sogno sia legittimo e non si possa negare a nessuno. Con questo tipo di essere umano, di protagonista, ho una grande confidenza, avverto una grande vicinanza e affinità. Per questo lo ripropongo in vari contesti, anche se parlo sempre allo stesso essere umano.

Dal dolore per il suo desiderio di fare il musicista che non trovava risposte è riuscito però a capire per cosa era nato. La passione e l’impegno secondo lei quindi non bastano per essere protagonisti?

La differenza che c’è tra passione e talento è un tema che mi affascina tantissimo e che mi preoccupa perché c’è una grandissima confusione, soprattutto in ambito giovanile.
C’è chi pensa che sia sufficiente amare molto una professione per essere nati per svolgerla. L’esempio lampante del fatto che questo non è vero sono io: credevo che fosse sufficiente amare alla follia la musica per diventare un grande musicista, ma non era così.
Su questo ho tenuto degli incontri. Dico sempre ad ognuna delle persone che mi ascoltano in sala che ognuna di loro è la “prescelta”. Quest’idea deve essere radicata in ciascuno, senza costituire motivo di vanto, piuttosto di responsabilità. Il prescelto è ricettore di un talento che gli è stato infuso. Questo talento però non si può lasciare nel campo, bisogna andarlo a cercare, farlo fruttare. Attraverso ciò che uno fa (e può essere qualunque mestiere del mondo) ciascuno deve dire chi è.
Non possiamo uscire dalla nostra vita, lasciare che le luci si spengano e sparire senza aver lasciato traccia di noi stessi.
Il mondo purtroppo ci educa a questo tipo di rassegnazione e di pigrizia, data dall’omologazione. Se uno evita l’omologazione, va per la sua strada e affronta qualche rischio, scopre la sua identità.

(Carlo Melato)


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