INTERVISTE/ Faso: Jaco Pastorius, il marziano del basso elettrico

- La Redazione

Il bassista di Elio e le storie Tese ricorda il leggendario Jaco Pastorius, musicista prematuramente scomparso ventuno anni fa, che ha rivoluzionato il modo di suonare il basso elettrico. All’interno il video live di River People dei Weather Report

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Ventuno anni fa moriva all’età di soli 36 anni John Francis Pastorius, che passerà alla storia con il nome di Jaco. Dopo di lui suonare il basso non è più stata la stessa cosa.
Faso, bassista di Elio e le Storie Tese, del Trio Bobo e fondatore della Biba Band, tributo ai Weather Report, ci ha gentilmente concesso un’intervista per cercare di capire la rivoluzione compiuta da colui che si definiva “il più grande bassista del mondo”.

Come hai scoperto Jaco Pastorius?

L’ho ascoltato per la prima volta da ragazzo, a casa del mio insegnante di chitarra (come molti bassisti sono partito dalla chitarra, mentre al basso ci sono arrivato più tardi grazie a un trasloco…). Ero abituato a cose forse più semplici, ma artisticamente molto valide, come Beatles, Deep Purple, Led Zeppelin e Pink Floyd, ma ero curioso di sapere quali fossero i punti di riferimento del mio maestro. Mi ricordo ancora che ascoltava i Weather Report e i Gentle Giant. Comunque mi fece sentire River People dall’album “Mr.Gone” dei Weather Report, pezzo con un famoso riff di basso.


Rimasi un po’ spiazzato dall’ascolto perché non ero abituato alla musica solo strumentale, ma in quella sede feci finta di apprezzare.
Appena uscito andai a comprare un altro album di quel gruppo, trovando: “8.30”. Ricordo che l’ascoltai dall’inizio alla fine senza capirci niente. Molto perplesso lo lasciai lì.
Dopo un po’, una minaccia di “rinvio a settembre” della mia insegnante di disegno mi costrinse a mettermi di buzzo buono a fare le tavole per quattro giorni di fila. Mentre disegnavo ascoltavo i miei pochi dischi. Dopo aver ascoltato quelli a me più familiari misi a ripetizione “8.30”. Al quinto ascolto mi è arrivato e sono letteralmente impazzito! Mi chiedevo chi fosse questo bassista (fino ad allora ero convinto che il basso facesse tutt’altre cose) e chi suonasse in questo gruppo pazzesco.
Dopodiché ho cercato di allargare la mia discografia, anche se non era facile come oggi, che è possibile scaricare dischi da internet, perché bisognava andare dal negoziante “coi danè” (come dicono a Milano) o al massimo farsi fare la “cassettina” da qualche amico.
Poi ho comprato “Heavy Weather”, probabilmente l’album più famoso, che contiene pezzi leggendari come Birdland, o Teen Town dello stesso Jaco.

Da questa scoperta è arrivata la decisione di abbandonare la chitarra per il basso?

Non è andato proprio così. Un giorno trovai un basso elettrico in una soffitta. Sembrerà strano ma non ero felice, perché una volta aperta la custodia avrei preferito trovare una chitarra elettrica. Nel gruppettino che avevo messo in piedi, avevo imposto di suonare il basso a un amico che aveva solo una chitarra con le corde di nylon. Visto che questo aveva parecchie difficoltà e dovevo continuamente spiegargli come si usava, a forza di «aspetta, ti faccio vedere io… aspetta, ti faccio vedere io…» mi son ritrovato a suonare il basso.

Jaco Pastorius è il tuo bassista riferimento?

Jaco è il bassista che più mi ha spronato a migliorare. Tiravo giù dai dischi le sue frasi, le sue linee. Per poterle suonare però bisognava essere tecnicamente molto preparati, altrimenti non avevi chances. Era stimolante. Poi ho scoperto anche altre cose.
Lui è stato per il basso ciò che Jimi Hendrix è stato per la chitarra. Prima di lui nessuno suonava così. Una specie di messia, o di marziano. Era anche un grande compositore, basta ascoltare Three wiev of a secret.
È unico, tant’è che lo “Jachismo”, come lo chiamo io, può diventare una malattia.
Visto che ha influenzato intere generazioni di bassisti, puoi trovare sempre chi prova a suonare come lui. Magari bassisti che stanno accompagnando qualche canzoncina e col basso fretless (senza tasti), iniziano a combinarne di tutti i colori. Fa sorridere, ma ci sono passato anch’io.

Come sei guarito dallo “Jachismo”?

La cosa fondamentale per ogni musicista è trovare il proprio suono.
In questo caso il problema vero è che si può suonare alla Jaco solo nella musica che suonava lui e non in altre situazioni. I grandi della musica sono quelli che hanno una loro personalità, non quelli che vanno a 200 all’ora, anche se alcuni lo pensano. Ad esempio, i giovani chitarristi al seguito di una masnada di babbei che fanno miliardi di note. In giro è pieno di questi santoni del genere “pirotecnico”.
Ho avuto anch’io 15 anni e mi ricordo che per i supervirtuosi perdevo la testa.
Negli anni però capisci che un assolo di Gilmour dei Pink Floyd vince rispetto ai vari “mitragliatori” senza cuore.
Jaco era una meravigliosa stella, capace di suonare anche a 200 all’ora, ma sempre con trovate geniali e un gusto strepitoso. Sapeva anche fare una nota sola, con un gusto strepitoso.
Per la novità che portava molti lo hanno frainteso, della serie “si può fare casino anche con il basso…”.
Non è così. Se si ascolta l’album “Mingus” di Joni Mitchell, il suo modo di accompagnare la voce fa scuola.

Era unico anche nella sua “pazzia” e nei suoi atteggiamenti sul palco…

Di lui amo anche questo approccio. Spesso i jazzisti si portano dietro una cappa di seriosità assolutamente immotivata. Quell’incupimento che sembra voler dire «stiamo suonando cose che neanche vi immaginate…». E dire che se si guardano i concerti jazz nell’America di un po’ di anni fa si vede il pubblico in visibilio e i musicisti sul palco che scherzano e si divertono.
Ho letto che Jaco spargeva il borotalco sul palco per fare gli arrivi in scivolata e la trovo una cosa bellissima.

Come sono cambiati i Weather Report con l’ingresso di Jaco Pastorius nel 1976?

Quando è entrato lui il sound è cambiato. Collaborava con Zawinul anche in maniera conflittuale, ma si interessava dei vari aspetti del disco: dagli arrangiamenti al suono.
Questo non deve togliere a Zawinul il fatto di essere stato un uomo che ha avuto alcune visioni musicali prima di chiunque altro, che hanno anticipato tantissime cose che sono andate avanti parecchi anni dopo.
L’album “I sing the body eletric” del 1972 fa l’effetto di “Arancia meccanica” nel mondo cinema. Ci sento le radici di tutto l’acid jazz che è venuta dopo.
Per non parlare delle influenze etniche che adesso sono più che una moda, quasi un obbligo.
Nel pezzo Badia da “Tale Spinnin’” (1975) c’è già tutto questo. Trent’anni dopo sembra che se non fai il pezzo etnico sei uno sfigato e ti propinano queste cose, dal valore artistico di un Buddha Bar, anche nella peggiore delle spiagge. Tutto già stato fatto da Zawinul, basta ascoltare l’album “The Immigrants” dello Zawinul Syndicate.
Di questo musicista, purtroppo scomparso, ho una stima enorme, tant’è che da lui prendevo le linee di basso, anche se suonava le tastiere.
La formazione Zawinul, Pastorius, Shorter, Eskine io e Paolo Costa la chiamamo “la Nazionale”. Sono pazzeschi e all’avanguardia. Dall’altra parte c’erano i vari Chick Corea Elektric Band, che seppur bravissimi erano però “la nazionale degli stacchi fusion” della serie “guarda come siamo bravi…”.
Il motto dei Weather Report era invece “sempre in solo, mai in solo”. Improvvisiamo l’atmosfera del brano che stiamo suonando, ma nessuno fa un solo, in senso stretto.Nessuno è sul palco per dimostrare quanto è bravo. Il risultato è fantastico. La fusion di quel periodo invece proponeva pezzi che erano il pretesto per assoli di 10 minuti.

Come e quando nasce l’idea di mettere in piedi la Biba Band, tributo ai Weather Report?

La Biba Band nasce sul bagnasciuga di una spiaggia dell’Isola d’Elba. Io, Paolo Costa e il compianto cantante Alex Baroni ci siam ritrovati in acqua a cantare gli album dei Weather Report a memoria.
Ero stupito che Alex li conoscesse così bene, anche se era un cantante, gli chiesi come mai e mi rispose: «sono un cantante, ma non son mica scemo».
Dall’idea di mettere in piedi una band tributo partì un giro di telefonate da cui nacque una formazione di 18 elementi, tutti cultori che normalmente non hanno l’occasione di suonare questi pezzi.
Tutto cominciò per fare una sola serata al Tangram di Milano, ma andò talmente bene che era un peccato fermarsi lì.
L’avventura va avanti ancora, anche se abbiamo una media di un concerto all’anno, perché è complicato trovare una data che vada bene a tutti. Organizzare un concerto della Biba Band sembra più difficile di una reunion dei Beatles, comunque a volte ci riusciamo.

Qual è la discografia consigliata per chi volesse avvicinarsi e scoprire Jaco Pastorius?

Consiglierei l’album “Mingus” di Joni Mitchell soprattutto a chi non è abituato ai dischi strumentali. Qui c’è una cantante bravissima e un bassista disumano.
Senza dubbio dei Weather Report: “Heavy Weater”, “Mr. Gone” e “Night Passage”. Uno a scelta dei tre, sono in ordine di difficoltà. Oppure anche Weather Report, l’ultimo disco in cui c’è Jaco, con l’incredibile Vulcano for hire.
Consiglio anche “Invitation”, disco dal vivo di Pastorius con la divertente Chicken, il suo pezzo più suonato.
Si trova sempre un bassista che vuole fare il fenomeno e dice «facciamo Chicken» e prova a suonarla come lui.

(Carlo Melato)

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