ROCK/ Jan Akkerman, dal progressive dei Focus al rinascimento di “Tabernakle”

L’intervista di Walter Gatti al chitarrista dei Focus, “best guitarist of the world” ’73, all’epoca di musicisti del calibro di Clapton, Fripp, Rory Gallagher, Tony Iommi e Jeff Beck. Chiusa la parentesi Focus ha prodotto una serie di lavori tra il blues acustico, la musica rinascimentale e il jazz. All’interno i video del chitarrista olandese

22.01.2009 - Walter Gatti
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Non è facile trovare un musicista rock dotato di senso critico, di quel sano senso del distacco dal successo, come pure da quel valore aggiunto delle sette note che si chiama rock-life. Uno dei pochi dotati di queste qualità è Jan Akkerman.
Può essere che a qualcuno il suo nome non dica molto, soprattutto agli under 30. Facciamo allora un po’ di ripasso: olandese, chitarrista di qualità e inventiva stupefacente, Jan (classe ‘46) è uno dei massimi geni della sei corde.
Da chitarrista dei Focus – prog rock allo stato puro – si è visto attribuire nel ‘73 dagli inglesi del Melody Maker la palma del “best guitarist of the world” in un’epoca in cui erano fortemente in circolazione Blackmore, Page, Clapton, Fripp, Rory Gallagher, Tony Iommi e Jeff Beck. Finita l’avventura Focus, Jan ha prodotto una serie di dischi in cui il rock lasciava posto al blues acustico, alla ricerca sulla musica rinascimentale (uno da ascoltare di sicuro è “Tabernakle”) e poi – più tardi al jazz.

L’abbiamo raggiunto per dialogare con lui di musica di ieri e di oggi, di pseudo ideologie e di valori del rock contemporaneo. Ha risposto con un’intelligenza umana e musicale secondo me non comune…

Tanto per iniziare vorrei chiederti: sei uno dei chitarristi che hanno lasciato un’impronta indelebile e sei in circolazione dalla fine degli anni Sessanta. Cosa hai cercato in tutti questi anni di avventura musicale?

Direi che ho cercato sempre di dare un senso alle mie inquietudini provando a costruire una casa musicale per me stesso e per le mie intuizioni. Ho percepito una sorta di redenzione umana nel farlo, attraverso tutti questi anni. E poi ho tentato di esprimere una visione musicale che non girasse troppo intorno sempre allo stesso tema o allo stesso genere.

Molti chitarristi rock hanno accentuato il valore del virtuosismo. Mi pare tu abbia più sottolineato il valore della “personalità”…

Bisognerebbe chiedersi cosa c’è di veramente nuovo nella musica rock. Io amo la musica rinascimentale e anche il blues e credo che in una certa misura ci siano dei punti di contatto tra questi due generi. Negli anni Settanta l’industrializzazione del pop e del rock ha creato “troppe cose tutte identiche” e la musica commercializzata ha perso per strada la qualità del prodotto. Negli anni Sessanta un sociologo ha dimostrato che i gusti musicali degli olandesi erano quelli di un bambino di 11 anni. Insomma: se un cantante pop vende un milione di dischi, gli gira intorno a lui inizia a girare una montagna di quattrini tale che il business dietro a quel cantante diventa così potente da determinare lo sviluppo della sua carriera.
Per molti chitarristi il virtuosismo è diventato il senso del loro produrre perché è quello che il rock business gli ha chiesto o imposto.
Per cercare di dare una risposta: la musica rock e pop si evolve in modi diversi, dipende dal tuo concetto e dal tuo progetto mentre l’affronti e produci. Io, tanto per fare un esempio, sono più interessato a quello che ha fatto Miles Davis che ad altri…

Hai spesso prodotto dischi e scritto brani musicali dalla forte componente spirituale. Uno dei tuoi dischi, “Tabernakle”, esprime una religiosità antica. Credi che la componente religiosa sia ancora parte della musica contemporanea?

L’aspetto religioso è da sempre presente nella creazione artistica. Di certo il cristianesimo ha lasciato un impronta ricchissima ad artisti come Michelangelo o Bach. Per me è un’impronta sempre interessante e personale. Credo che il cristianesimo, per parlare della religione più vicina a me, lasci ancora oggi forti segni sulla produzione artistica in generale, anche se non so quanta presa e quanto fascino sviluppi ancora sulle persone che vivono oggi.

Hai vissuto gran parte della tua vita artistica lontano dallo show business. Cosa pensi della scena rock attuale?

Non so cosa rispondere con precisione. In ogni caso mi pare che nel 99,99% dei casi non c’è molto di interessante nel cosiddetto rock business.

Il rock è nato nel ‘54: tu credi ci sia ancora una “ricerca umana di verità e bellezza nel rock di oggi?

Certamente sì. Magari lo si chiama in un modo diverso. Dipende da dove lo si va a cercare. Ad esempio secondo me c’è molto di buono nell’andarsi ad ascoltare le centinaia di internet radio che trasmettono musiche che vengono da tuto il mondo.

Elvis, Dylan, Beatles, Hendrix: il rock a tuo parere è riuscito a cambiare il mondo?

Negli anni Settanta sì, soprattutto per la comunità afro-americana, che ha iniziato ad avere un peso nella vita sociale anche grazie alla musica, ai messaggi contenuti nelle canzoni. Poi però non credo abbia dato un gran contributo. Per fare un esempio: il rock’n’roll è diventato un linguaggio politico per le ragioni sbagliate, per esempio prendiamo il Live8. La parola d’ordine è stata “we don’t want your money”, a simboleggiare il fatto che fior di band potevano suonare gratis per lanciare il messaggio che i vampiri dovevano dare una mano a chi non ha nulla.
Ci si rivolgeva a personaggi come George Bush, ma il risultato finale è stato… nullo!
Questa cosa mi ha fatto pensare sul “perché” di un concerto televisivo world-wide. Sono giunto alla conclusione che è stato solo una mega operazione promozionale a costo zero per tanti autori con imminenti cd o dvd o world tour. Insomma io non sono così certo sull’influenza positiva del rock sul mondo, sulla cultura e sulla politica.
Un proverbio olandese dice quando sei a 10 centimetri da una mucca tu non vedi che è una mucca. Voglio dire che il 99% di certe cose è pura immagine.
Quando mi guardo allo specchio alla mattina non vedo un brand o un contenuto, vedo me stesso. La musica è qualcosa di più misterioso di tanti proclami. Sono i musicisti che la tengono viva, non altre cose.
Per rispondere alla domanda: il mondo non è cambiato, il rock, invece e purtroppo, sì!

Dopo tanti anni: cosa pensi della grande avventura dei Focus?

Wow, domandina pepata per chi ha seguito gli alti e i bassi recenti della band, con tanti problemi di soldi e di diritti d’autore… Bene, io son grato di quell’esperienza perché mi ha fatto diventare famoso per il mio stile chitarristico. Il resto fa già parte della storia del rock.

Mi puoi dire a quali album e a quali periodi musicali della tua produzione sei maggiormente legato?

È difficile dirlo, perché ogni periodo ha il suo fascino, sia che sia stato baciato dal successo sia che non lo sia stato. Devo dire che gli ultimi quindici anni sono stati belli e senza stress. Sono stato in tour in due tra i miei Paesi preferiti, Brasile e Russia, con un grande jazzista come Michael del Ferro. Ho poi un ricordo fantastico del tour nei Balcani in compagnia del chitarrista macedone Vlatko Stefanovsky. Quest’anno, invece, ho partecipato ad alcuni jazz festival in Siria, Giordania e Libano e ho trovato molto forte l’ispirazione venuta da incontri con musicisti come Ruba Sagr, una cantante folk dall’impatto molto simile a quello di Joan Baez. Queste sono le avventure musicali che ora amo di più…

Hai collaborato con una miriade di musicisti: le migliori sensazioni?

Sono troppi per citarle tutte, ma senza dubbio quello con B.B. King è stato un incontro illuminante.


Per finire: quali sono i progetti musicali con cui inizi il nuovo anno?

Non ho piani precisi. Ho appena realizzato un dvd, “Live in concert 2007” con la mia band. Li dentro c’è il mio “stato dell’arte”…

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