MEETING/ Ambrogio Sparagna e la Santa Allegrezza: “Cercando il volto che sta dietro al canto popolare”

Nessun musicista che desideri un vero suono di musica popolare può prescindere da Sparagna, dalle sue ance, pizziche, percussioni. ENRICO RAGGI lo ha intervistato durante le prove di “La Santa Allegrezza. Canti popolari della tradizione italiana”, di scena questa sera al Meeting di Rimini

25.08.2009 - Enrico Raggi
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L’aria condizionata cerca inutilmente di raffreddare il clima bollente. Voci, suoni, piedi che tengono il tempo, ritmiche manate sulle cosce, uno scalmanato che balla, una gioia contagiosa: ci troviamo nella “Sala Acero” della Fiera di Rimini durante il Meeting. Una minuscola stanzetta che non si trova sulle cartine e che solo pochi iniziati conosce.
Uno di quegli spettacoli che solo al Meeting si possono trovare: il più grande musicista italiano di musica popolare, Ambrogio Sparagna, in monacali ciabatte e canottiera fantozziana, col suo fedele organetto (una specie di fisarmonichina a bottoni, Maestro perdonami…), che sta provando per il concerto serale. Aizza il Coro Amarcanto, balla laterale come gli antichi egizi, assesta violenti colpi di tacco al pavimento, si scalda le natiche a tallonate, mugugna, grida le dinamiche che gli servono (le mani sono occupate da quella magica scatola sonora), sorride, chiude gli occhi e si gode solo lui sa cosa. Ammalia i coristi con dotti cenni etnomusicologici, li scuote, li stuzzica e li blocca, discetta di pronunce, sillabazioni, accenti.
Se questo è il pomeriggio della Taranta, cosa ci attende la sera del concerto?
Nessun grande musicista che desideri un vero suono di musica popolare può prescindere da Sparagna, dalle sue ance, pizziche, percussioni. Sta provando “La santa Allegrezza, canti popolari della tradizione italiana”.
«”Verbum caro factumes” (scritto proprio così, n.d.a.), va gridato più forte: lì tutto stà!» spiega ai presenti. «Non state a ssentì a llui, se no è delirio!», avverte, rivolgendosi a un intimorito Gianni Aversano. Poi, finite le prove, sembra svuotato da ogni energia, parla calmo, sottovoce, pesando le parole, in pace con il mondo e con se stesso. Ma è lo stesso indemoniato di prima?

Maestro Sparagna, la sua lettura della musica popolare sembra andare oltre i soliti cliché: non più analisi sociologiche o di lotta di classe, ma una storia di uomini, amori, dolori, speranze.  d’accordo?

Prima della politica mi interessa l’etica. Cerco l’uomo. Il mio lavoro si propone di recuperare le vere radici della musica popolare: queste radici affondano dentro una prospettiva comunitaria e da quel contesto passano ad altri uomini. L’uomo non nasce e non cresce da solo. Vive dentro rapporti.
In questi giorni, nel preparare lo spettacolo con Aversano e il Coro Amarcanto, ho sentito vibrare la stessa nota; questo è ciò che pretendo dalla mia Orchestra Pizzicata. Nelle persone del Meeting ho visto lo stesso impeto artistico che mi muove, ho riconosciuto in loro la stessa mia concezione della dignità umana, a prescindere dalla classe sociale, dal grado di istruzione o da altre variabili. Per me la dignità dell’uomo è un valore assoluto. La sintonia su questo punto è scattata all’istante.

Uno Sparagna folgorato sulla via di Damasco?

Non voglio convincere nessuno. Nel mio lavoro ho sempre cercato il volto di Dio, ma ho sempre vissuto la fede come il cammino di un solitario. La mia fede passa attraverso la musica: sono pieno di contraddizioni, di dubbi, di incertezze. Però qualcosa credo che passi.
Mi irritano i luoghi comuni, in special modo quelli che riguardano le convinzioni personali. Ognuno ha il suo profilo e vi si riconosce. Io stesso sono stato scout, ho fatto parte delle Comunità di Base, ho attraversato varie esperienze umane. E poi sono sempre stato incuriosito da chi vive la ricerca della fede con letizia, certezza, capacità di confronto, calore umano. Per tutti questi motivi ho accettato l’invito di Aversano e di Tommaso Ricci a partecipare al Meeting.
Dentro alla musica cerco il valore dell’uomo e della sua esperienza religiosa: più che la musica mi interessa il volto che ci sta dietro. È sempre per questo motivo che collaboro con moltissimi artisti: per un piacere musicale, certo, ma perché è come se in ciascuno di loro io riscoprissi il valore dell’umanità. È un arricchimento reciproco.
Qui al Meeting sto respirando un grande amore per il canto e per la musica, che diventa immediatamente amore per gli altri. Diventa comunione, da vivere insieme.
Il dramma di oggi è la solitudine. Con la mia musica combatto contro la disperazione, getto ponti.

Un cammino che ha trovato due compagni di viaggio in Napolincanto e Amarcanto?

Cantare con un simile entusiasmo, per quasi tre ore, lasciandosi guidare, correggere, accompagnare, sono segni infallibili. Quello che mi interessa non è la retorica musicale, ma la poetica.
L’unica cosa che so fare è mettere a disposizione del pubblico questa poetica: non conosco altra via. In questo lavoro incontro inaspettati compagni di cammino e faccio scoperte impreviste: nella mostra sulle Reducciones del Paraguy che ho visitato al Meeting, per esempio, ho notato le stesse preoccupazioni umane ed educative che aveva S. Alfonso Maria de’ Liguori, un grandissimo musicista napoletano di cui ho eseguito molte cose.
La mia ricerca è trasversale. Cerco l’uomo e la sua storia.

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