RECENSIONE LIVE/ Kings of Leon al Palladium di Colonia

- Paolo Vites

Una delle migliori rock band under 30 in circolazione in concerto davanti a quattromila persone a Colonia, Germania. Tanti giovani per una band che in Italia non invitano a suonare. Come racconta PAOLO VITES: “una leggenda si costruisce a vent’anni”

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In un capannone contenente circa 4mila persone (e sold out già da tre mesi) si celebra una delle migliori rock band under 30 in circolazione, ma anche una delle migliori al mondo in assoluto. I Kings of Leon, quattro album all’attivo il primo dei quali uscito nel 2003, “Holy Roller Novocaine”, stanno raccogliendo un successo inaspettato, grazie ai quasi due milioni di copie vendute dell’ultimo lavoro, “Only by the Night”, salutato in Inghilterra con un’incetta di Brit Awards.

La prima cosa che noti, in questo Palladium, per molti versi simile al milanese Alcatraz, è la grande presenza di giovani e giovanissime, cosa curiosa visto che questa è una band per certi versi di classic rock e non una di quelle che fa tendenza su MTV. Poi addirittura quella di famiglie intere con bambini di 7 e 10 anni.
In Italia portiamo i bambini a vedere “le leggende del rock”: i Bruce Springsteen, i Bob Dylan, gli Stones… Qui portano i bambini a vedere i Kings of Leon. È così che si crea una buona educazione musicale, ed ecco spiegato perché tanti ragazzi a un concerto come questo.

In Italia i Kings of Leon non li facciamo neanche venire a suonare (ecco perché siamo volati fino a Colonia), ma riempiamo gli stadi e le arene per andare a vedere le leggende.
Ma una leggenda si costruisce a vent’anni e i Kings of Leon sono sulla buona strada.
Tre fratelli (il cantante Caleb Followill, il batterista Nathan Followill e il bassista Jared Followill) e un cugino, Matthew Followill, chitarrista. Una cosa in famiglia e una famiglia particolare: il nonno dei Followill è un predicatore, uno di quelli che il nuovo presidente degli Stati Uniti considera relitti del passato, e i tre fratelli hanno passato la maggior parte della loro adolescenza viaggiando per il sud degli States seguendo le sue predicazioni della Bibbia e prendendo parte alla sua “United Pentecostal Church”. Si chiama Leon, il nonno, e da qui il nome della band, Kings of Leon, in suo affezionato tributo.

In questa atmosfera – perché è una palla colossale che il rock sia la musica del diavolo; almeno, il rock buono non è certo la musica del diavolo – di buona musica (gospel, soul, ma anche tanto rock) i ragazzi ne ascoltano parecchia ed è inevitabile che formino una rock band. Rock band che oggi è maturata in modo impressionante, a giudicare da questa esibizione live. Con un sound chitarristico che vagamente ricorda il The Edge (U2) più psichedelico, quello degli anni Ottanta, e un cantante di carisma strepitoso, con una voce nera da uomo del profondo sud e infine uno straordinario batterista che armonizza alla voce mentre non perde un beat come se fosse John Bonham, hanno incantato con la loro miscela di rock dai sapori sudisti, di inflessioni moderne da terzo millennio, di musica dell’anima insomma.

Un condensato carico di energie a tratti punk, buttato fuori con tutta l’urgenza dei vent’anni, sostenuto da un ritmo implacabile, grazie a quello stantuffo umano del bassista, adagiato sugli strali chitarristici ora dolci ora improvvisamente violenti con urla al wah wah di hendrixiana memoria. E poi un paio di ballate romantiche da urlo, ad esempio la recente Use Somebody.
Una presenza, infine, sul palco, simpatica, mai persa nel divismo da quattro soldi, quando ad esempio si sono scusati per il costo eccessivo dei biglietti (33 euro! Dovrebbero vedere cosa costano in Italia…) promettendo di tornare presto a fare un concerto gratuito.
Sì, è proprio vero: al diavolo la buona musica non piace. Quella, con buona pace di Barack Obama, si impara nelle chiese del sud degli Stati Uniti. Oggi come duecento anni fa.

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