RECENSIONI LIVE/ Il concerto di Riccardo Muti a Sarajevo dodici anni dopo

- Massimo Bernardini

Dodici anni fa rispondendo al grido di una Sarajevo martoriata dalla guerra cominciò l’avventura dei Viaggi dell’Amicizia: quel ponte di fratellanza, divenuto momento irrinunciabile di Ravenna Festival. Sotto la direzione di Muti, musicisti italiani e bosniaci, e le voci dei bambini delle più diverse etnie e religioni hanno ricordato le proprie vittime guardando al futuro. MASSIMO BERNARDINI. All’interno la fotogallery

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La valle larga di Sarajevo è piena di sole. Da lontano la diresti una Svizzera, una Carinzia ridente, manca solo Heidi col suo “ti sorridono i monti”. Eppure per tre anni venne da lì, da quelle verdi montagne che la circondano, la pioggia di fuoco che ne insanguinava ogni giorno le strade. Saremo dei sentimentali, ma quando l’altra sera Muti ha attaccato coi complessi del Maggio l’inno bosniaco all’Olympic Hall Zetra (quell’olimpiade dell’84 mai si sarebbe aspettata i cimiteri sorti fin dentro il suo villaggio), ci siamo commossi. E abbiamo pensato alla memoria dolorosa di quegli ottomila che ascoltavano e che ancora è in mostra, fra le rovine della Biblioteca, con immagini terribili.

Sarajevo 2009: l’ex generale Jovan Divjak, oggi padre degli orfani di guerra cui è dedicato il concerto, ci mostra il tunnel della salvezza con cui si raggiungeva l’areoporto protetto dall’Onu, mentre gli ufficiali italiani di stanza qui ci raccontano del difficile gioco a tre con cui le etnie si alternano al governo della città. Mezza austriaca, mezza ottomana e poi definitivamente stravolta dai palazzoni di Tito, sembra impossibile immaginare Sarajevo in preda alle fiamme, oggetto di tiro al bersaglio sulle case, le chiese, le moschee, le auto di passaggio, la gente coi sacchetti della spesa. Eppure tante sono ancora le case traforate dalle granate, e i cimiteri imcombono un po’ ovunque dalla collina e gli artisti, persino con l’iperrealismo doloroso di un Safet Zek, non hanno dimenticato le facce, i corpi, le strade della tragedia ’92-’95.

Ravenna Festival torna con Muti nella città martire dodici anni dopo e porta come genere di conforto (il cuore ne ha ancora bisogno) il grande Brahms della malinconia e del rimpianto, del destino che è mistero e domanda di quiete (Rapsodia op.53, solista Daniela Barcellona, e Canto del destino op.54). Cristina Muti e il maestro ricordano il timore di quel primo viaggio inaugurale dell’Amicizia, la città ancora segnata dalle ferite dell’assedio, la disperazione per un’intero mondo culturale (il più vivace e libero dei Balcani) cancellato. Musicisti senza più orchestre né strumenti, biblioteche senza più libri. Un’intera città senza più radici.

Il gesto, allora, fu da visionari, ma Muti ci crede ancora, per questo è di nuovo qui. E al sindaco della città che lo riconferma cittadino speciale rilancia la sua idea di una bellezza che salva il mondo: «La sopravvivenza della nostra civiltà è nella cultura, se la perdiamo perdiamo in identità e in umanità». Retorica? Il maestro ci spera veramente, accetta ore di sfibrante ritardo aereo pur di arrivare a provare col meglio delle orchestre locali da affiancare al Maggio nell’Eroica beethoveniana (lo spiacevole episodio di rivalsa sindacale in piena prova davanti ai 32 colleghi bosniaci lo archiviamo fra le cose da dimenticare), si fa maestro d’infanzia coi bambini di mille cori di qui, per non parlare degli adulti, fieri di partecipare, una volta nella vita, a un Và pensiero diretto da Muti.

E che emozione a vederli entrare quei 270 “aggiunti”, le tenere topoline con tanto di treccine e le bionde walkirie, i ragazzi in camicia e gli omoni baffuti con le parti sottobraccio. Ragazzi, cantano Verdi, il nostro Verdi! E sono un popolo solo, vocine e vocione, coi nostri più esperti coristi del Maggio cui spetta la magia di quella nota finale lunga come un sussurro. E alla fine del concerto Muti scambia bacetti coi bambini handicappati e accetta fiori e cuoricini di seta in omaggio e fa le foto con loro e li abbraccia. Roba da non trattenere le lacrime.

Insomma Ravenna stasera qui è l’Italia, e non solo perché ci sono il sottosegretario Mantica, gli ufficiali dell’Eufor, l’ambasciatore De Cardona, il sindaco di Roma Alemanno e la Rai di Vespa e di Radiotre. È l’Italia che si butta a capofitto a costruire ponti e legami, che spende energie e denari anche solo per un’idea e un abbraccio. Quella che ci piace e che vorremmo essere. E che quasi certamente l’anno prossimo andrà a portare la sua musica-medicina fra le foibe del Carso (mentre quella matta indomabile di Cristina lavora addirittura a un viaggio in Iran. Partendo, pensa te, dalla presenza di una missione archeologica ravennate laggiù. Deve solo convincere quella congrega di “liberal” che anche le donne possono esibirsi in orchestra. Potenza di un mondo local che più globale non si può!).



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