RAVENNA FESTIVAL/ Riccardo Muti e il Demofoonte di Jommelli

- Massimo Bernardini

Dopo il successo del Festival di Pentecoste di Salisburgo e del Teatro dell’Opera di Parigi il maestro Riccardo Muti, insieme ai solisti e all’Orchestra Cherubini, ha portato al Ravenna Festival 2009 il  “Demofoonte” di Niccolò Jommelli. Si tratta del terzo titolo scelto da Muti nell’ambito del progetto dedicato alla riscoperta del repertorio del Settecento napoletano. Il racconto di MASSIMO BERNARDINI. All’interno la fotogallery

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Vaporosa e leggiadra, la porta d’entrata nel “Demofoonte” di Niccolò Jommelli da Aversa – quella del ‘700 napoletano e di Cimarosa, mica quella dei casalesi di oggi – è una scintillante “sinfonietta” che ci dispone meravigliosamente al cimento. Dico cimento perché trattasi di tre-ore-tre di arie e recitativi che noi, zotici ben poco filologi, un po’ temiamo. Ma se il garante delle tre serate qui all’Alighieri per Ravenna Festival (dopo Salisburgo e Parigi), è Riccardo Muti – “tre ore di musica sublime”, assicura – ci buttiamo fiduciosi.

Innanzitutto la trama. Il re dei Traci Demofoonte è alle prese col sacrificio annuale di una vergine ad Apollo. La prescelta stavolta è Dircea, ma suo padre Matusio non ci sta. Lei, peraltro, è segretamente sposata con Timante, figlio ed erede di Demofoonte, il quale invece vuole che sposi Creusa, in arrivo dalla Frigia accompagnata da Cherinto, fratello di Timante, che nel frattempo si è innamorato di lei… Aiuto, siamo già persi. Ma come ha fatto questo libretto di Pietro Metastasio, italiano di successo in un’Europa teatrale a quel tempo tutta italofona, ad essere stato musicato ben 73 volte fra gli altri da Gluck, Hasse, Piccinni, Paisiello, Cimarosa, persino Mozart per almeno un pugno di arie? Continuiamo a non capire.

Ci sembra fredda, algida, lontana, questa drammaturgia del sublime in cui non succede mai niente, se non come pretesto per memorabili duelli vocali fra primedonne e castrati. Poi, di colpo, ci viene in mente “Beautiful”. Qualcuno sa ripetermi all’impronta la sua intricatissima trama ormai pià che ventennale, resurrezioni e incesti compresi? Eppure sono 5 milioni, ogni giorno, i fedelissimi, magari con un occhio ai fornelli, un altro ai bambini e un terzo, se ci fosse, al computer. Forse anche in quel 1770 del debutto andava così, la trama era conosciutissima e la gente andava a teatro giusto per sapere cosa si sarebbe inventato Jommelli per portarla in scena una quarta volta.

Muti però insiste: sono forme piene di musica, non solo un bellissimo monumento a un passato tutto colonne, facciate neoclassiche e parrucche. Noi, né castrati (ci voleva il loro fisico comunque maschile per reggere l’impegno vocale di queste performance) né belcantisti alla moda, da cercatori di belle emozioni confessiamo di averle trovate soprattutto nei meravigliosi disegni del tessuto orchestrale che trapunta tutta l’opera.

Nell’interpretazione di Muti e di una duttilissima Cherubini diventano dei veri generatori di palpitanti atmosfere. Inattese capriole armoniche, accensioni timbriche, fraseggi impetuosi o rarefatti: tutto al servizio di pagine vocali di imponente scrittura, di impervia prova per i cantanti (quasi un laboratorio con cui misurarsi) e di bella tenuta per la platea, comunque entusiasta. Ma riferiamo la completezza del pensiero-prassi di Muti così come ci pare d’intravederlo in scelte come questa: non c’è Mozart, né più maturo teatro di emozioni su su fino a Verdi, senza passare per questo sublime dove tutto è più idealizzato e contratto ma musicalmente splendente.

E la pianta di questa parabola teatral-musicale ha le sue radici in Italia, nella Napoli dei cento teatri, dei cento compositori e di quell’ “indotto” vocale e strumentale che le tante commissioni provenienti da ogni parte d’Europa rendevano una vera multinazionale del suono. Se oltre duecento anni dopo siamo alle prese con una industrializzazione del Sud mai davvero partita, ai tempi di Jommelli e compagnia bastava la musica per produrre lavoro e cultura, dando il la a tutto il Continente.

Ora è tempo – questo il senso del progetto Scuola Napoletana partito tre anni fa da Salisburgo – di riappropriarsene all’italiana, senza filologismi e pronunce improbabili a guastarne il sapore. Così la strada, dopo la leggerezza del “Calandrino” e del “Matrimonio inaspettato” doveva per forza inoltrarsi sul terreno dell’opera seria. Tenendo sempre in parallelo, tuttavia, la produzione sacra, di cui la meravigliosa “Missa defunctorum” di  Paisiello, appena ascoltata sempre qui a Ravenna, è stata l’ultima sorprendente conferma.

Compagnia di canto fatta tutta di giovani coraggiosi, condotta su per le vette di prove per tutti ardue e stremanti da un Muti instancabile. Li citiamo tutti: Valer Barna-Sabadus, Antonio Giovannini, Maria Grazia Schiavo, José Maria Lo Monaco, Eleonora Buratto, Valentina Coladonato, Dimitri Korchak. Affidabilissimo, nei recitativi secchi da manuale di armonia e contrappunto, il clavicembalo di Speranza Cappucci.

Modesta proposta finale di uno zotico a quei matti di Ravenna, che si buttano sempre in imprese impossibili. I tre atti del Demofoonte in forma di concerto, magari mantenendo la meravigliosa scatola a colonne della Palli; un bel doppio lavoro per Muti che ce li introduce come sa fare solo lui fra un atto e l’altro; e un solo robusto intervallo con quasi party popolare nel foyer a base di prosciutto e squaquerone (già avete messo i tavolini sotto il portico…). Roba da matti? No, roba da “Beautiful” del ‘700. 



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